Rinasce l'Intersind?

 

Nei giorni scorsi, si è parlato sulla stampa (lo hanno fatto l’”Espresso” e “La Verità”) di un progetto che potrebbe essere attuato dal governo presieduto dal prof. Conte e di cui parte attiva è Matteo Salvini riguardante la principale organizzazione degli imprenditori, la “Confindustria”.

 Come è apparso evidente in numerose occasioni, quell’organizzazione - sotto la guida del suo attuale presidente Vincenzo Boccia – ha mostrato rapporti di simpatia nei confronti dei governi del partito democratico, da Letta a Gentiloni, passando per Renzi. E lo ha fatto anche in modo clamoroso nel mese di maggio quando, ad elezioni ormai avvenute, ha fatto parlare alla sua assemblea generale l’ex-ministro dello sviluppo economico Calenda che si è lanciato in un attacco contro Lega e 5 Stelle annunciando anche la sua volontà di contrastarli.

 In realtà, chi indirizza la linea politica della Confederazione dell’Industria non è tanto Boccia ma il suo entourage politicante romano costituito dai tre ex-dirigenti confindustriali Luigi Abete, Luca di Montezemolo, Aurelio Regina coadiuvati dal direttore generale dell’organizzazione, Marcella Panucci, vicina a Matteo Renzi (si era fatto addirittura il suo nome come ministro con Cottarelli). A questa compagine romana legata agli ambienti politici si oppone quella lombarda che tramite l’Assolombarda rappresenta realmente aziende industriali private ma non ha un ruolo adeguato alla sua rilevanza associativa, tant’è che mai un suo rappresentante è stato eletto presidente nazionale. E, in questa posizione, si ritrovano anche le associazioni del Veneto e del Piemonte: evidentemente, è influente anche il fatto che in quelle Regioni la Lega è molto presente. Fra l’altro, le imprese del Nord sono rimaste molto irritate dalla situazione del quotidiano della Confindustria “Il sole-24 ore” che versa in una grave crisi economica anche per effetto di occultamento di scandali finanziari, di sperperi e di una cattiva gestione protrattasi per anni.

 Ma la vera questione è un’altra: cosa rappresenta veramente oggi la Confindustria in Italia? Negli anni passati, ha avuto molti esodi. Gran parte delle piccole e medie imprese se ne sono andate preferendo l’assistenza di associazioni come la Confapi ed altre, che sono certamente più piccole, ma meno costose e più vicine alle loro necessità. Ma anche dall’altro lato dell’associazione, quello delle grandi imprese, vi sono state la FIAT e la Luxottica che anch’esse se ne sono andate preferendo gestirsi in proprio, e a costi più bassi, le loro questioni tecniche, sindacali e politiche. Quindi, attualmente la vera forza della Confindustria in termini di contributi indispensabili per mantenere la sua complessa organizzazione risiede nelle grandi imprese a prevalente capitale pubblico: Leonardo, ENI, Ferrovie dello Stato, ENEL ed altre minori.

 Sembra allora che Matteo Salvini – pressato dalle imprese private del nord e constatando l’ostilità di fatto della Confindustria “romana” – avrebbe messo allo studio un provvedimento legislativo che stabilirebbe per legge il divieto per tutte le aziende partecipate dallo Stato di aderire ad associazioni d’imprese private. Non sappiamo se questo progetto andrà in porto, ci saranno certamente molti ostacoli. Ma se così fosse, sarebbe una cosa positiva perché s’impedirebbe che il pubblico denaro andasse a finanziare un’associazione privata che assume posizioni autonome e magari antigovernative e si ricostituirebbe, di fatto, l’INTERSIND, l’associazione delle imprese a partecipazione statale che preesisteva in Italia prima della loro liberalizzazione.

Ad essa, potrebbe aderire anche “Poste Italiane” che è molto attiva tanto da far parte sia dell’ABI, per la sua parte bancaria, sia dell’Associazione Imprese di Assicurazioni per la sua parte assicurativa (“Poste Vita”) tant’è che la presiede. A suo tempo, l’Intersind si qualificò positivamente anche per le relazioni sindacali, stipulando contratti di lavoro più favorevoli e in tempi anticipati rispetto alle lunghe trattative dilatorie  tipiche della Confindustria.

In tal modo, la presenza dello Stato nell’economia avrebbe un ruolo autonomo anche nel campo delle relazioni industriali e dell’associazionismo di categoria.

 

 


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