Fertilia d’Istria

Sulla colonna sono incise le parole: “Qui nel 1947 la Sardegna accolse fraternamente gli esuli dell’Istria di Fiume e della Dalmazia”

Il 26 maggio 1927 alla Camera dei deputati il Capo del Governo Benito Mussolini pronunciava il “discorso dell’Ascensione”, pizzicava anche il tema assai caldo della natalità lanciando il modello urbanistico da lui caldeggiato (perché vissuto) per contrastare la castrazione della società, a riguardo diceva: “C’è un tipo di urbanesimo che è distruttivo, che isterilisce il popolo,[…] l’urbanesimo industriale porta alla sterilità le popolazioni” citando esempi in negativo Milano, Genova, Torino. Ergo l’urbanistica fascista si muoverà nella direzione opposta pianificando agglomerati rurali con le città di fondazione (es. L’Agro pontino), la creazione di villaggi agricoli d’oltre mare (es. in Libia), la progettazione nelle periferie, lungo la cintura cittadina, di borghi agresti (sviluppo popolare delle borgate romane sotto l’egida di Bottai) .

La Sardegna conoscerà la prima città di fondazione in assoluto dell’Italia, Mussolinia (Arborea) nel 1928, seguiranno Carbonia 1937-38 (“La città è sorta dal nulla d’incanto”) e Fertilia rimasta incompiuta allo scoppio del secondo conflitto mondiale.

Erano insediamenti su aree paludose, malsane, bonificate poi assegnate a coloni spesso non autoctoni, emiliani, veneti, furlan nell’agro pontino, ferraresi in quel piccolo centro di fronte alla nicchia catalana di Alghero almeno fino al 1947.

Il 10 febbraio di quell’anno infatti l’isola dei quattro mori accoglieva gli esuli istriani in questa frazione della Barceloneta sarda, rimasta incompiuta, un tetto finalmente in un inverno d’ inferno, dentro le case coloniche costruite dal ‘36 per ospitare il surplus della popolazione contadina  estense.

La piccola comunità di profughi forzati, natii delle terre irredente, farà di questo centro una nicchia culturale della comunità giuliano-dalmata, un simbolo, vissuto sulla propria carne, di cosa voglia dire essere strappati con violenza dalla proprie radici, fuggire per non morire precipitati nelle foibe, essere accolti dalla Patria mutilata nell’indifferenza o peggio con sputi e sassate, ricordate il treno della vergogna a Bologna, essere privati di tutto, stranieri alla gogna, indesiderati  alla mercé della carità che aiuta sì ma toglie la dignità all’uomo.

Su quella costa un dì aragonese la disperazione divenne speranza, dalle paludi della Nurra bonificata, era nata una borgata rurale proprio da quel ‘36 con la posa in opera della prima pietra della chiesa parrocchiale poi intitolata a S. Marco, Venezia l’era nel cuore oltre che nella storia.

Fertilia era un insediamento di urbanistica razionalista progettato dal gruppo di architetti 2PST, C. Petrucci, E. F. Paolini (i 2P), M. Tufaroli, R. Silenzi, una borgata giardino disegnata su modello inglese, rimasta alla Michelangelo “non finita” ma già ben strutturata, in attesa metafisica d’essere abitata, udire il vociar dei bimbi simile all’arrivo delle rondini, beh quella fu la terra di Canaan per un pugno d’ esuli in cerca di un approdo.

Nell’ormai  trascorso 10 febbraio è stata proiettato in diretta streaming  la pellicola della regista Cristina Mantis intitolata “Fertilia istriana”, nell’ambito del festival di Sguardi Altrove, un documento su questo villaggio di 2000 abitanti con forti radici nella penisola istriana, ce lo narrano la toponomastica, la stele col leone di S. Marco memoria della fraterna accoglienza, la chiesa intitolata all’evangelista, i cibi d’ antica tradizione giuliana, la lingua e la cultura di un popolo integrato, miscelato con quello sardo-catalano, scampi “alla busara” con le sardine scottadito.

E qui è la peculiarità testimoniata dal film, Fertilia fu germoglio di autentica quanto rara ospitalità di rifugiati istriano-dalmati contrariamente alla ghettizzazione scellerata dei campi profughi, un plauso ad un processo di inclusione della terra rossa di Norma Cossetto sulla porta nord occidentale della fiera Sardegna.

Il giorno del ricordo cade il 10 febbraio perché è la data dell’infame trattato di pace firmato a Parigi nel ‘47 col quale l’Istria, Fiume, la Dalmazia passavano territorio iugoslavo lasciando Trieste appesa al TLT (Territorio Libero di Trieste, specie di stato autonomo cuscinetto).

Il film della Mantis da lì parte, da quel Trattato, firmando il quale l’Italia condannò a morte e fuga i figli del confine orientale, dimentica di secoli di storia, di una guerra mondiale vinta in un lago di sangue, del sacrificio di irredentisti quali Oberdan, dell’impresa fiumana, ecc. Smemorata e prona la ex Patria firmava senza dignità alcuna una resa incondizionata restando nuda, avviandosi al meretricio cogli Alleati.

Quando fatti bollenti vengono trasformati in storia, spulcio di archivi, puzzle di documenti, blablismo di esperti, gli stessi somigliano a un paziente anestetizzato, l’operazione di storicizzare serve a ibernare il sangue vivo, pulsante, non è previsto più alcun grido, gemito, audace affanno, il corpo è in coma, possono disporne come vogliono, perché è vitale, nei postumi dell’operazione, ch’esso non si ridesti restando in un sonno artificiale, muto, sordo, un sasso senza scatti ribelli.

Storicizzare è sterilizzare gli avvenimenti, succhiarne via ogni rivendicazione, sussulto, sentimento di rivalsa che non sia lo sterile languire nelle facili, innocue opinioni, mano nella mano a Basovizza, una corona, un inchino liturgico, la storia è condivisa, a voi le nostre terre a noi i morti, gli esuli, la mutilazione con la sola nostalgia dei ricordi.

Disinnescare il sentimento patrio, seppellire tutto in fascicoli di documenti, danzare il minuetto negli studi televisivi ammettendo con i se e i ma, nascondendo, tacendo, o persino negando,  piroettando bizantini su frasi fatte è un’operazione mediatica non dissimile a quella perpetrata dalle autorità slovene sulla miniera di carbone di Trbovlje-Hrastnik  vicino Srebrenica , 4000 corpi  massacrati,  precipitati nel pozzo di S. Barbara, ce lo racconta un film “Il segreto della miniera” girato nel 2017, regia di Hanna Slak.

Quassù il blabla vacuo, retorico di intellettuali anestesisti, laggiù ossa e ciocche di capelli biondi.

 


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Editoriale

 

Bisogna stare attenti

di Adriano Tilgher

Ormai è tutto molto chiaro. Esiste un governo fatto da coloro che fino a ieri erano l’un contro l’altro armati e che oggi sono compagni di merende, succubi inerti ed impotenti sotto un padrone che li fa parlare, li fa agitare, li fa proporre ma poi fa ciò che gli pare.

Tutto questo mi fa paura, l’incoscienza e lo spirito antitaliano delle più alte autorità di quello che rimane dello stato italiano hanno consentito, in nome della più inosservata carta costituzionale (buona per tutte le soluzioni), una serie di colpi di stato che oggi hanno messo il destino nostro e dei nostri giovani nelle mani di un personaggio, freddo, calcolatore, che nessuno controlla e nessuno può fermare, soprattutto perché la gente è convinta di avere un nuovo salvatore.

Siamo in una situazione disperata, grazie proprio a quel mito fasullo della democrazia, per cui i più contano e i meno non contano nulla; proprio quei più che sono frutto dei condizionamenti dettati dai media totalmente in mano ai detentori delle risorse planetarie che vogliono dominare il mondo e trasformare gli esseri umani in consumatori compulsivi privi di volontà.

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La Spina nel Fianco

 

Vogliamo i Colonnelli

1934, Giovacchino Forzano (Borgo San Lorenzo 1883 Roma, 1970) regista amico di Benito Mussolini, convince il Duce del bisogno di dotare l'Italia di una città del cinema, su modello Hollywoodiano, 3 anni dopo sarà fondata Cinecittà, ma la prima vera città del cinema, dotata di teatri di posa e di maestranze specializzate nasce a Tirrenia il Toscana, a metà strada fra Pisa e Livorno. Forzano rileva la struttura della Tirrenia Film un complesso di stabilimenti cinematografici costruiti su disegno dell'architetto Antonio Valente. Al progetto viene dato il nome di "Pisorno", unendo i nomi delle 2 città toscane eternamente rivali, Pisa e Livorno. Forzano reduce dal successo commerciale del Film "Camicia nera" del 1933 dotò Pisorno di nuove professionalità fino ad allora scarsamente rappresentate in Italia, fonici, tecnici del suono, ispettori di produzione, molti dei quali,  si trasferirono successivamente negli stabilimenti di Cinecittà. Negli stabilimenti della Pisorno reciteranno tra gli altri: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Eduardo de filippo, Ugo Tognazzi, e Fred Astaire. Forzano vi diresse i film “Sei bambine e il Perseo” (1939), “Il re d'Inghilterra non paga” (1941), e “Piazza San Sepolcro” (1942). Vi è stato girato anche il primo "cinecomics" italiano "Cenerentola e il signor Bonaventura" diretto nel 1941 da Sergio Tofano, che portò sullo schermo quel "Signor Bonaventura", esordito nel 1917 sul Corriere dei Piccoli. Durante le riprese la famiglia Forzano viveva spesso a Tirrenia, ed il figlio Giacomo, insieme ad amici era solito fare scherzi, che verranno poi immortalati sul grande schermo nella trilogia di "Amici Miei", si perchè fra quei ragazzi c'era anche Mario Monicelli.

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