Draghi, dai burattini ai burattinai

Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare. In alto hanno deciso: basta Conte, arriva Draghi. Passiamo dai burattini ai burattinai. Il potere scende in campo direttamente: la gravità della situazione italiana deve essere peggiore delle più nere previsioni, e non solo per il crollo del PIL.  Non riusciamo però a condividere l’entusiasmo di chi si consola per la fine del governo giallo fucsia. Pessima gente, per carità, povera patria in mano a don Fofò Bonafede, il disc jockey ministro di giustizia, a Giggino Di Maio, ministro degli esteri digiuno di storia e geografia che neppure sospetta l’esistenza della geopolitica. E che dire di un prefetto agli Interni, dell’imbarazzante signora De Micheli ai trasporti, del povero Speranza (nomen omen) alle prese con il contagio e di tutta l’improbabile brigata.

Eppure, l’arrivo di Mario Draghi ci fa paura ancora più di quello di Monti dopo la crisi pilotata dello spread e dei sorrisetti contro il Cavaliere del duo Sarkozy-Merkel nel 2011. Rule Britannia, Britannia regna. Il titolo dell’inno patriottico inglese ricorda la riunione a bordo del panfilo reale Britannia, dove un pugno di oligarchi e satrapi della finanza internazionale si divisero le spoglie dell’Italia in preda al delirio di Mani Pulite. Era il 2 giugno 1992. Gli ospiti erano l’alto comando dell’economia di Stato italiana: il governatore di Bankitalia Ciampi e Beniamino Andreatta, artefici del divorzio tra la banca centrale e il Tesoro pubblico negli anni 80, l’inizio di tutti i guai dell’Italia indebitata; c’erano i vertici di Eni, Iri, Comit, Ina, le aziende di Stato e le partecipate al gran completo. C’era anche, a introdurre il consesso, il direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Fu lui a tenere la relazione introduttiva sui vantaggi delle privatizzazioni.

A quasi trent’anni di distanza, siamo allo stesso punto: Rule Britannia. Chi svendette le ricchezze e la sovranità di una nazione fu premiato con le più alte cariche pubbliche (Ciampi), il giovane grand commis fece una folgorante carriera. Mario Draghi è passato dalle stanze ovattate di Goldman Sachs, la più potente banca d’affari del mondo, alla guida delle banche centrali, dove ha inventato l’uovo di Colombo, la stampa dal nulla a ciclo continuo di moneta che ha tenuto in piedi il sistema finanziario senza che un euro dell’enorme massa di denaro virtuale (fiat money) si trasferisse nell’economia reale e di lì alle tasche dei cittadini.

Adesso è incaricato di guidare il governo italiano. Esulta Renzi, il più sveglio della compagnia, che ha messo nel sacco Conte e il PD, festeggia la Borsa, che mette a segno una giornata euforica, tutta “in territorio positivo”, come dice la lingua di legno degli affari. Crolla lo spread che un decennio fa fu brandito come una clava per cacciare Berlusconi e Tremonti per conto del premiato duo franco tedesco (gli “alleati” dell’Italia) e della BCE, il cui governatore era l’ex studente dei gesuiti ora salvatore della patria, rigorosamente con la minuscola. Ce la farà, Supermario. Si chiamava Mario anche Monti, il luminare accorso al capezzale dell’Italia al fischio del viceré dell’epoca, Giorgio Napolitano. Adesso al Quirinale c’è la chioma candida di Sergio Mattarella, altro allievo dei gesuiti, ma la musica non cambia. Le istituzioni sono sempre cosa loro. Non alludiamo alla mafia, ma all’evidenza: in alto ci sono i padroni – di cui i vertici politici sono i commissari- e in basso noi, il popolo.

Comico parlare di sovranità; i sovranisti della domenica troveranno il modo di allinearsi con la volontà di lorsignori, le cupole finanziarie, bancarie ed europee che, stavolta, scendono in campo direttamente con il loro uomo di punta, il Ronaldo dei poteri di fatto.  Ovvio che Draghi sia in gamba, abbia, come è obbligatorio dire, “un alto profilo”. Chi ha fatto una carriera scintillante nel potere vero ha qualità imparagonabili con i rachitici curricula dei dilettanti allo sbaraglio disarcionati da Renzi. Molto meno probabile che il suo impegno sia a favore del popolo italiano. I banchieri sono apolidi, non hanno patria né cittadinanza, possiedono il passaporto diplomatico e non hanno come obiettivo il bene di una nazione.

Capiamo bene che una parte importante degli italiani, stanca del non governo, impedita a lavorare, impaurita, accolga con favore il mago Houdini del quantitative easing: siamo un popolo stremato che si attaccherebbe a chiunque, figuriamoci al brillante oligarca a cui stampa e televisione si stanno prontamente genuflettendo. Eppure, il prezzo di questi giorni è la resa ai poteri esterni, non elettivi, la cancellazione degli ultimi brandelli di sovranità popolare e nazionale, la certificazione che non si può votare, la sottomissione agli interessi franco-tedeschi, il cui nome d’arte è “lo chiede l’Europa”. Che bella democrazia, in cui non si vota perché così ha deciso il presidente della Repubblica issato al Quirinale proprio da Renzi, il senatore semplice di Scandicci, Matteo d’Arabia, l’amicone di quei campioni di democrazia e tolleranza dei reali sauditi, di cui è gradito e strapagato ospite.

Ieri sera il mite Mattarella ci ha spiegato che il voto è impossibile “viralis causa”. Strano che non la pensino così in Portogallo, negli Usa, in Olanda e in Italia stessa, dove alcuni mesi fa abbiamo rinnovato diversi consigli regionali e dove si voterà a primavera – salvo proibizioni di chi “puote ciò che vuole “-a Roma, Milano, in Calabria e altrove. Inutile gridare all’ennesimo golpe “bianco”, ovvero al sequestro della sovranità popolare da parte del potere. La verità è che la politica ha perduto la partita, una volta di più, come capita dal 1992, l’anno in cui il sistema italiano, l’intera mappa del potere, venne obliterato in nome delle privatizzazioni attraverso il cortocircuito giudiziario ispirato da centrali internazionali. Di quei protagonisti- frequentatori di circoli riservati come il Bilderberg Group e delle segrete stanze della finanza- è ancora in sella Mario Draghi, Mandrake, l’uomo-drago.

Nessun governo “tecnico”, voluto, diretto e in questo caso direttamente presieduto dall’oligarchia, ha mai fatto gli interessi del popolo: al peggio non c’è mai fine. La posta in palio sono i denari europei. Nessun dubbio sulla maggiore competenza di Draghi e di chi chiamerà a dirigere i ministeri, rispetto ai boys a Cinque Stelle e a quel che resta del PD. Rimane lo scacco matto alla politica, per il quale dobbiamo incolpare noi stessi. Abbiamo posto sul trono l’antipolitica, gli urlatori del Vaffa, fatto trionfare un carro di Tespi senz’arte né parte capace solo di abbaiare alla luna.  Il partito grillino non è il male assoluto, ma il sintomo di un malessere profondo, tuttavia neppure negli incubi peggiori avremmo immaginato che conquistasse un terzo dei voti, quasi il 50 per cento nel Sud con la promessa del reddito di cittadinanza, ossia di ricevere denaro senza fare nulla. Non poteva che essere travolto dalle stanze romane.

A sinistra restano le macerie della causa degli interessi popolari e della politica sociale, la destra non si scuote dall’illusione liberista. Tutti insieme, troveranno la formula per consentire a Draghi, cioè alla finanza, alle alte burocrazie europoidi, al liberismo internazionale di dirigere la baracca, vendendo come hanno già fatto altri pezzi d’Italia e gli ultimi scampoli di sovranità. Ci prenderanno a schiaffoni, ma avranno gli applausi di un popolo allo stremo. Pessimo segnale quando tutti si sperticano in elogi per la stessa persona, il papa straniero. La democrazia è conflitto regolato, partecipazione di un popolo al suo destino, non delega in bianco al re di denari. In alto i cuori: ci pensa Mandrake.


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Editoriale

 

Bisogna stare attenti

di Adriano Tilgher

Ormai è tutto molto chiaro. Esiste un governo fatto da coloro che fino a ieri erano l’un contro l’altro armati e che oggi sono compagni di merende, succubi inerti ed impotenti sotto un padrone che li fa parlare, li fa agitare, li fa proporre ma poi fa ciò che gli pare.

Tutto questo mi fa paura, l’incoscienza e lo spirito antitaliano delle più alte autorità di quello che rimane dello stato italiano hanno consentito, in nome della più inosservata carta costituzionale (buona per tutte le soluzioni), una serie di colpi di stato che oggi hanno messo il destino nostro e dei nostri giovani nelle mani di un personaggio, freddo, calcolatore, che nessuno controlla e nessuno può fermare, soprattutto perché la gente è convinta di avere un nuovo salvatore.

Siamo in una situazione disperata, grazie proprio a quel mito fasullo della democrazia, per cui i più contano e i meno non contano nulla; proprio quei più che sono frutto dei condizionamenti dettati dai media totalmente in mano ai detentori delle risorse planetarie che vogliono dominare il mondo e trasformare gli esseri umani in consumatori compulsivi privi di volontà.

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La Spina nel Fianco

 

Vogliamo i Colonnelli

1934, Giovacchino Forzano (Borgo San Lorenzo 1883 Roma, 1970) regista amico di Benito Mussolini, convince il Duce del bisogno di dotare l'Italia di una città del cinema, su modello Hollywoodiano, 3 anni dopo sarà fondata Cinecittà, ma la prima vera città del cinema, dotata di teatri di posa e di maestranze specializzate nasce a Tirrenia il Toscana, a metà strada fra Pisa e Livorno. Forzano rileva la struttura della Tirrenia Film un complesso di stabilimenti cinematografici costruiti su disegno dell'architetto Antonio Valente. Al progetto viene dato il nome di "Pisorno", unendo i nomi delle 2 città toscane eternamente rivali, Pisa e Livorno. Forzano reduce dal successo commerciale del Film "Camicia nera" del 1933 dotò Pisorno di nuove professionalità fino ad allora scarsamente rappresentate in Italia, fonici, tecnici del suono, ispettori di produzione, molti dei quali,  si trasferirono successivamente negli stabilimenti di Cinecittà. Negli stabilimenti della Pisorno reciteranno tra gli altri: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Eduardo de filippo, Ugo Tognazzi, e Fred Astaire. Forzano vi diresse i film “Sei bambine e il Perseo” (1939), “Il re d'Inghilterra non paga” (1941), e “Piazza San Sepolcro” (1942). Vi è stato girato anche il primo "cinecomics" italiano "Cenerentola e il signor Bonaventura" diretto nel 1941 da Sergio Tofano, che portò sullo schermo quel "Signor Bonaventura", esordito nel 1917 sul Corriere dei Piccoli. Durante le riprese la famiglia Forzano viveva spesso a Tirrenia, ed il figlio Giacomo, insieme ad amici era solito fare scherzi, che verranno poi immortalati sul grande schermo nella trilogia di "Amici Miei", si perchè fra quei ragazzi c'era anche Mario Monicelli.

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