Dopo il tragico Conte bis, via al Conte ter?

Ha detto recentemente Matteo Renzi, in una delle innumerevoli interviste televisive, che non esistono governi di scopo, ma “governi e basta, che devono lavorare nell’interesse dei cittadini”. Si era dimenticato, evidentemente, che il Conte bis - il Governo arrivato al capolinea, dopo un anno e mezzo di decisioni scellerate - è stato proprio un governo di scopo, come annunciarono lo stesso Renzi e l’impalpabile Zingaretti, leader (?) del Partito Democratico: Renzi e il fratello del commissario Montalbano, infatti, decisero di allearsi con i nemici dell’ultimo decennio, i CinqueStelle, soltanto per non far andare al voto il Paese e per evitare, così, la vittoria del centrodestra, che tutti i sondaggi davano come più che certa.
L’obiettivo fu raggiunto, Salvini passò, in pochi giorni, da Ministro dell’Interno a leader dell’opposizione, ma, a quel punto, il Bullo fiorentino e Zinga si trovarono di fronte al problema che, nel Conte uno, aveva rovinato il sonno del leader leghista: la totale inadeguatezza di qualsiasi esponente del Movimento Cinque Stelle - unica eccezione: il viceministro della Salute, Sileri - a ricoprire incarichi di Governo.
 Il Conte bis iniziò, dunque, la sua navigazione: il premier era già noto a tutti e riscuoteva le simpatie di tante persone (“È una brava persona, è uno normale”, dicevano in molti, dimenticando che Conte non era stato scelto con un concorso, ma perché espressione di varie lobby di potere); Di Maio era al secondo incarico ministeriale (ma stavolta alzava l’asticella, cimentandosi addirittura con la diplomazia internazionale: “troppa roba” per chi, fino a qualche anno prima, ad ambasciatori e diplomatici controllava il biglietto sugli spalti dello stadio San Paolo di Napoli); i ministri in quota Pd e Leu non avevano nulla da invidiare, quanto a incapacità, a quelli grillini (Gualtieri, voluto fortemente da Merkel e Macron nel ruolo chiave di titolare dell’Economia, di professione faceva lo storico, la De Micheli alle Infrastrutture mostrava una preoccupante similitudine col suo predecessore, il disastroso Toninelli, e Franceschini, ai Beni Culturali e al Turismo, confermava tutta la sua inutilità).
Uno scenario preoccupante, per qualsiasi persona sana di mente, che avesse a cuore gli interessi del Paese: non per il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aveva assecondato ogni mossa di Renzi, Zingaretti e Di Maio, per far fuori lo scomodo Salvini dal Governo e per impedire agli italiani di votare. Tutto sarebbe andato liscio fino al 2023, per questa banda di improvvisati, se a marzo non fosse esplosa la pandemia da Covid 19, costringendo il Governo a mostrare a tutti di che pasta è fatto: da allora, è stata un’escalation di decisioni sbagliate, folli e dannose.
La gestione dell’emergenza sanitaria, in buona sostanza, è stata a dir poco disastrosa: oggi, dopo meno un anno dall’ufficializzazione della pandemia, l’Italia è in ginocchio e intere categorie produttive sono state letteralmente spazzate via dalla crisi, con decine di migliaia di nuovi disoccupati, che prima appartenevano alla classe media. Pensiamo, ad esempio, a tutti coloro che vivevano di turismo, settore che, per il Governo Conte bis, sembra non esistere, con buona pace del ministro Franceschini. O ristoratori e baristi, vessati e massacrati: prima chiusi senza un motivo chiaro, poi obbligati ad adeguare le loro strutture alle nuove norme sanitarie e, poi, di nuovo chiusi senza una valida ragione scientifica. Come gli impianti sciistici o le sale scommesse, i cui lavoratori, ormai, si dedicano alle consegne a domicilio.
Tutto questo è avvenuto non per caso, non per la pandemia, ma proprio per l’inadeguatezza di questo Governo. Zingaretti ha fatto finta di niente, anche perché vuole arrivare al 2023 da presidente della Regione Lazio, mantenendo stipendio e incarichi fiduciari per se stesso e per oltre cento “compagni”, e, dunque, lascia che l’esecutivo nazionale, di cui è azionista, uccida il Paese, purché lo lasci saccheggiare in pace la Regione Lazio per almeno altri due anni. Renzi, invece, vedendo sondaggi che assegnano al suo nuovo partito percentuali da prefisso telefonico (del resto, come si può criticare tutti i giorni un Governo, per poi dargli la fiducia in Consiglio dei ministri e in Parlamento, senza pagare il conto?), alla fine ha deciso lo strappo.
Alle spalle abbiamo un anno e mezzo di vergogna: questo esecutivo di incapaci totali ha condotto l’Italia sull’orlo del fallimento, ma siamo certi che non è finita qui. Il presidente Mattarella fara’ di tutto, per non mandare gli italiani al voto, come sarebbe giusto, in una situazione così drammatica, non sotto il profilo sanitario, ma dal punto di vista economico. È tutto pronto, infatti, per provarci col Conte ter, se ci saranno i voti in Parlamento. Ci auguriamo di no, ma il rischio di trovare qualche (ir)responsabile che aiuti Giuseppi e Giggino Di Maio a salvare la poltrona - e a condannare definitivamente il Paese - è elevatissimo.


0
0
0
s2smodern

Editoriale

 

L'antifascismo in assenza di Fascismo

di Adriano Tilgher

Davanti al nulla assoluto della loro presenza e capacità politica ed al loro squallido servilismo nei confronti dell’emissario dei potentati anti italiani, Draghi, tutti i partiti ed i sindacati hanno ritrovato ossigeno e una ragione per esserci nell’antifascismo. L’antifascismo è un rito antico, impostoci con il diktat di pace del 1947 da inglesi, americani, marocchini che ci hanno sconfitti ed occupati il 25 aprile 1945 e non se ne sono più andati. Un rito recepito dalla nostra costituzione nelle norme transitorie e finali che non transitano mai.

Leggi tutto...

La Spina nel Fianco

 

Sindacalismo Rivoluzionario

Settembre 1904 con il primo sciopero nazionale prende ufficialmente vita in Italia il "Sindacalismo Rivoluzionario", tra i principali ideologi il francese Georges Sorel e gli italiani Arturo Labriola e Enrico Leone. Il principio fondamentale del sindacalismo rivoluzionario era l'indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici che dello Stato. Inizialmente nasce come corrente di sinistra in seno al Partito Socialista per poi distaccarsene nel congresso di Ferrara del 1907, per avviare un lavoro sindacale autonomo, dapprima nelle campagne emiliane, poi nei centri industriali del Nord, e nelle miniere di Puglia e Toscana. I suoi organizzatori più attivi furono Alceste De Ambris e Filippo Corridoni. Nel 1907 a Parma nasce la CGdL, su una idea di Alceste de Ambris. Nel 1912 Filippo Corridoni ed altri, spaccano il movimento creando l'(USI), l'Unione Sindacale Italiana, che aumentò il proprio peso politico diffondendosi specialmente a Milano.

Leggi tutto...

Questo sito si serve di cookies tecnici e di terze parti per fornire servizi. Utilizzando questo sito acconsenti all'uso dei cookies.