Il fascino irresistibile della poltrona

“Megghio cummannari ca futtiri”, meglio comandare che fottere. L’antico detto siciliano, che non ha mai avuto un “padre”, descrive bene, da sempre, una certa classe politica, pronta a tutto, pur di restare nei posti di comando (dai quali, va sottolineato, non solo si danno le direttive, ma si acquisiscono anche enormi vantaggi economici, diretti e indiretti).

L’eterno (o quasi) Giulio Andreotti, spesso rappresentato come Belzebù, è stato uno dei primi ad essere indicato come l’incarnazione vivente di questo proverbio, per la sua capacità di trovarsi sempre su una poltrona presidenziale o ministeriale. Qualcuno, poi, ha cercato di indicare in Silvio Berlusconi un successore di Andreotti, se non per l’acume politico, per la sua fame di potere, ma le cene cosiddette “eleganti” e i particolari piccanti sulle serate nelle residenze berlusconiane hanno fatto ben comprendere che, per Berlusconi, era ed è vero esattamente il contrario di “megghio cummannari ca futtiri”.

Il detto siciliano, però, non è certo rimasto senza seguaci: al contrario, sembra ispirare praticamente tutta l’attuale classe politica e dirigenziale italiana. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ad esempio, è al secondo governo consecutivo, alla guida di coalizioni politicamente opposte: la prima, quella gialloverde, con Movimento 5Stelle e Lega di Salvini; la seconda con Movimento 5Stelle, sinistra estrema (Leu), Pd di Zingaretti e Italia Viva di Renzi. La serietà di quello che si definiva “avvocato del popolo” è tutta qui: passare da Salvini a Bersani, passando per Renzi, è un’acrobazia imbarazzante, degna di un “poltronaro” di professione.

Stesso discorso, ovviamente, vale per Luigi Di Maio, leader grillino alle ultime elezioni politiche, al grido di “andremo al governo solo col 50,1%, non ci alleeremo mai con nessuno”. Subito dopo il voto del 2018, che regalò ai pentastellati la maggioranza relativa in Parlamento, l’ex steward dello stadio San Paolo, il mitico Giggino Di Maio, appunto, andò da Mattarella a spiegare che, per il bene del Paese, era pronto ad allearsi anche col Diavolo in persona. Trovò una facile sponda in Matteo Salvini, che alle elezioni aveva ottenuto un grande successo personale, anche grazie alla coalizione con Berlusconi e la Meloni. Chiuse le urne, Salvini si smarcò immediatamente dagli alleati e si offrì a Mattarella e Di Maio.

L’esecutivo gialloverde, così, vide la luce e durò finché lo stesso Salvini, inebriato dal potere, dal sole estivo e da qualche mojito di troppo, decise di staccare la spina, convinto di poter tornare presto al voto, per monetizzare il consenso crescente. Fu allora che entrò in scena un altro “tossico” del potere, Matteo Renzi, in crisi di astinenza da un paio di anni: il Bullo fiorentino prese la parola, per dire che i nemici di sempre, i pentastellati, potevano diventare ottimi alleati, ovviamente per il bene del Paese, che non poteva permettersi elezioni, che avrebbero visto la vittoria quasi certa di Salvini. In un attimo, Zingaretti, che in vita sua non ha mai fatto altro che occupare poltrone pubbliche, portò il Pd su quel carro, facendo nascere il governo giallorosso o giallorosa, se preferite: comunque, una schifezza assoluta, con dentro personaggi di spessore infimo, a partire da premier e ministri.

Dopo un anno e mezzo di questo scempio, siamo daccapo: la crisi è minacciata un giorno sì e l’altro pure, ma non arriva mai, perché nessuno vuole votare. La nostalgia della poltrona, però, ha colpito ancora, motivo per il quale Berlusconi e Salvini si sono detti disponibili a un esecutivo allargato, ovviamente per il bene del Paese. Insomma, per il bene del Paese, tutti sono pronti, sempre, a tradire gli elettori, ai quali hanno carpito il voto, promettendo esattamente il contrario di quello che fanno, poi, in Parlamento.

Si dirà che questo avveniva anche in passato, che “megghiu cumannari ca futtiri” ha ispirato i politici di qualsiasi epoca. Forse sarà vero, ma negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta c’erano gli Almirante, i Berlinguer, il già citato Andreotti, i Fanfani, i Craxi e via discorrendo: saranno anche stati innamorati della poltrona, ma per il bene del Paese hanno fatto indiscutibilmente molto. I politici e i governanti di oggi, al contrario, guardano esclusivamente ai loro interessi personali. Comandando. E fottendo il Paese.


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