Roma, la Raggi e il dramma Capitale

I cassonetti dell’immondizia sono stracolmi e maleodoranti, le strade sembrano campi di battaglia, con mascherine abbandonate ovunque, in mezzo a piante che crescono selvaggiamente sui marciapiedi, e quelli che una volta si chiamavano “spazzini”, oggi pomposamente definiti “operatori ecologici”, sono letteralmente scomparsi. Così, Roma è una sorta di discarica a cielo aperto, dai Parioli a Tor Bella Monaca, passando per Prati e Corviale.

Una situazione drammatica, anche sotto il profilo igienico-sanitario, ma la sindaca, Virginia Raggi,  e l’Ama (l’Azienda che si occupa di rifiuti a Roma) hanno la faccia tosta di ammonire i romani, attraverso costosi manifesti, che “Il tuo quartiere non è una discarica”. L’obiettivo è sensibilizzare la popolazione sul problema dei rifiuti ingombranti, gettati senza alcuna regola: si tratterebbe anche di una campagna sensata, se a monte vi fosse una strategia globale, se il problema dello smaltimento dei rifiuti venisse affrontato nel suo complesso. A Roma, invece, l’amministrazione Raggi ha peggiorato anche la raccolta dei rifiuti, impresa che pareva impensabile ai tempi di Marino e Alemanno.
Inizialmente, come ha fatto per tutto il resto, la Raggi ha accusato i suoi predecessori, rei di averle lasciato un’eredità pesantissima. Col passare dei mesi, prima, e degli anni, poi, ci si è accorti che al peggio non c’è mai fine e che la Raggi, i suoi numerosi assessori e gli ancor più numerosi personaggi che si sono succeduti ai vertici dell’Ama si sono dimostrati totalmente incapaci di gestire lo smaltimento dei rifiuti della Capitale. La raccolta differenziata è una barzelletta, a cui credono inguaribili sognatori; i cassonetti, che dovevano diventare un brutto ricordo, sono sempre al loro posto, più vecchi e maleodoranti di prima; la raccolta funziona a singhiozzo, anche perché, con tutte le vicissitudini di Malagrotta e con l’ostracismo grillino a nuove soluzioni, non si sa dove scaricare l’immondizia.
Roma, insomma, è in una situazione da incubo, che fa felici soltanto gli inquilini dei campi Rom: ogni giorno, immancabilmente, arrivano armati di carrelli della spesa, passeggini e quant’altro e svuotano i cassonetti di tutto ciò che è riciclabile. Ovviamente, per loro, non valgono le regole igieniche-sanitarie, che ci hanno costretto a casa durante l’emergenza Coronavirus, e che ci impongono di girare con la mascherina al seguito, per rapportarci con gli altri esseri umani o per entrare in un negozio. Loro sono al di sopra delle regole, perché chi gliele ricorda è razzista: così, questi signori sono stai liberi di circolare durante il lockdown e adesso imperversano in gruppi di quattro o cinque, facendo razzie nei cassonetti.

Ecco, questa è la Capitale d’Italia nel 2020: una città lercia e puzzolente, abbandonata al suo destino da un sindaco che, anziché dedicarsi a risolvere i veri problemi della comunità, annuncia - per recuperare qualche consenso in vista delle elezioni del prossimo anno - che lo stadio della Roma si farà, quando i tecnici hanno già bocciato questa ipotesi.

Non è un caso che questa sconosciuta avvocatessa, per un perfido scherzo del destino prestata alla politica, sia in coda a tutti i sondaggi sulla popolarità dei sindaci. Non ci saranno nuovi stadi o annunci roboanti o alleanze stravaganti a salvarla: il prossimo anno, i cittadini di Roma la sfratteranno dal Campidoglio. E, comunque vada, per i romani sarà un successo.


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Editoriale

 

La politica

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Il vocabolario Treccani definisce la politica come “la scienza e l’arte di governare”.

Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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