Zingaretti, la Regione Lazio e l’opposizione che non c’è

A differenza del fratello, l’attore Luca, che non ha un momento libero, sempre intento com’è, nei panni del commissario Montalbano, a scovare mafiosi e criminali di vario genere, Nicola Zingaretti non ha mai lavorato un giorno in vita sua. Al contrario, ha avuto una carriera da predestinato, sempre sostenuto da Goffredo Bettini, una delle “menti” della sinistra salottiera romana, che ha visto, da subito, nel giovane Zinga un virgulto che prometteva bene e che poteva fare tanta strada nell’agone politico.
Il problema è che Nicola Zingaretti carriera ne ha fatta fin troppa, ovviamente senza avere alcun merito. L’unica sua reale capacità è stata quella di vendere fumo - dote evidentemente ereditata dal “maestro” Bettini - e di vincere Congressi, fin da quando conquistò, più di vent’anni fa, la guida dei post-comunisti (oggi diessini) a Roma.
Finché un politico fa danni all’interno del suo partito, passi. Ma quando quel politico si mette in testa di essere un leader e un grande amministratore e ottiene posti di rilievo nelle istituzioni pubbliche, come presidente della Provincia di Roma o presidente della Regione Lazio, a rimetterci sono i cittadini tutti. L’esperienza di Zingaretti alla Provincia è filata via liscia, senza troppi sconquassi, perché allora le Province erano “animali” teoricamente in via di estinzione e pochi facevano caso alle scellerate decisioni del fratello del commissario Montalbano. Da presidente della Regione, però, Zinga ha mostrato tutta la sua inutilità: arrivato a via Cristoforo Colombo più di sette anni fa, ha praticamente bloccato la Regione Lazio, con le solite operazioni di potere.
L’opposizione a Zingaretti non esiste: tranne rarissimi casi, nessuno alza un dito, per denunciare lo scandalo di un Presidente sempre assente in Consiglio (del resto, adesso è anche segretario del Pd...) e, quel che è peggio, incapace di assumere una sola misura che vada incontro alle esigenze della comunità. Non ci sono notizie di Fratelli d’Italia, della Lega o di Forza Italia: con prebende varie, a partire dalla poltrona di vicepresidente del Consiglio regionale, quelli che dovevano essere i controllori dell’operato della Giunta sono stati tacitati. E anche i “rivoluzionari” CinqueStelle, acerrimi rivali di Zinga in campagna elettorale, sono eternamente a cuccia, pronti a raccogliere le briciole che il Presidente lascia generosamente cadere, in occasione delle varie manovre di Bilancio.
La Regione Lazio, insomma, è diventata l’esempio concreto dell’inciucio perenne, dello scambio continuato: voi non rompete le scatole e io vi faccio star bene. E gli attuali consiglieri regionali di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia - ripetiamo: tranne rarissime eccezioni - sono l‘esatta rappresentazione della peggior politica: vivacchiano, pensando solo allo stipendio, alla diaria e a “rimediare” qualche vantaggio nelle pieghe dei Bilanci targati Zinga.
La speranza è che i cittadini del Lazio, quando si tornerà a votare, si ricordino - nell’esprimere la loro preferenza sul nome dei consiglieri - di questi anni a guida Zingaretti, punendo non solo un presidente tanto incapace, ma anche chi gli ha consentito di fare il bello e cattivo tempo, pur essendo stato eletto per contrastarlo.


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