Ite, Missa est

Locuzione latina di commiato della messa di rito romano, cancellata nella lingua universale del cattolicesimo come l’etimo stesso della confessione religiosa e sostituita dalla formula:” La messa è finita, andate in pace”.

Papa Benedetto XVI, a suo tempo, offrì un’interpretazione missionaria di quell’antica locuzione (VII sec.) affermando: “Nell’antichità “missa” significava “dimissione”. Tuttavia essa ha trovato nell’uso cristiano un significato più profondo. L’espressione “dimissione”, in realtà, si trasforma in “missione. Questo salto esprime sinteticamente la natura missionaria della Chiesa”. Non un congedo dunque ma un’esortazione a farsi sale della terra, accendere la luce sotto il moggio perché rischiari la casa di speranza per il viandante. Est è ben altro da “è finita”, il commensale del sacrificio è nunzio della buona novella avendo Cristo in sé sotto le specie del pane e del vino, partecipa della sua missione di salvezza, ite è l’invito a dar seguito al mandato non la fine di un rito sacrificale, si mangia il mistero diventandone epifania, non ci si alza da tavola perché la cena è finita guadagnando l’uscio per essere digiuni quanto prima.

Noi pochi o tanti non importa siamo per l’appunto digiuni bel oltre i quaranta giorni nel deserto, fisicamente affamati di una particola azzima, pane della Pasqua, pasto di vita per l’animula vagula, blandula hospes comesque corporis come scriveva l’iberico Adriano, spaurita e soffocata nel sacco dell’umana paura d’un nemico invisibile eppure con gli occhi a mandorla. 

Dicevamo che dietro lo stato d’emergenza (non previsto dalla Costituzione) proclamato per arginare il diffondersi di un virus maligno, aggressivo già nello scorso ottobre, vendetta di pipistrelli mattati dicunt i servi scienziati o “scappatella” dolosa da un laboratorio, dietro il panico epidemico generato dal caos sull’esegesi dei D.p.c.m., l’anima s’è barricata nel suo guscio, catacomba di carne e mattoni.

Fuori gli sgherri fedeli agli ordini di Nerone nella versione Petrolini, perseguono gli untori fin dentro le chiese intimando ai sacerdoti ribelli di piantarla all’istante con la messa, multando e cacciando fuori dal tempio i pochi vecchi resistenti alla laicità dello Stato sovrano. La sonnacchiosa CEI torna un po’ arzilla, rivendica la libertà costituzionale di culto, il Concordato, i diritti della fede, ma il gaucho la sconfessa ossequiente al terzo Papa, Giuseppe Conte, sia mai una chiesa diventasse zona rossa, i cristiani finirebbero allo spiedo come ai tempi dell’anziate imperatore.

Il brontolio eretico dei cattolici praticanti (un participio ch’ è diventato religione) ha preso a ronzare fastidioso dai media non allineati a porzioni del Parlamento creando disagio al conducator pur difeso da una falange di selezionati scienziati, esperti, consiglieri e intellettuali concentrati sul cesso. Al fin del chiacchiericcio è giunta la concessione, l’ultima cena si rinnoverà con l’accordo tra il presidente della CEI Gualtiero Bassetti e il coach G. Conte, la data è il 18 maggio, con partecipazione contingentata dei fedeli (occorrerà la prenotazione?), sanificazione, mascherine col filtro, guanti,  distanziamento sociale, niente scambio della pace, eucarestia sulle mani, ecc. desta curiosità il protocollo della riconciliazione, ci si confesserà stando in auto come a Limoges o con videochiamata attenti all’origliare malizioso dei curiosi, toccheremo con l’anima la creatività dei parroci nel lavarla.

Prima dell’epidemia la statistica calcolava una percentuale di fedeli praticanti tra il 16 e il 22% secondo fasce d’età, numeri shock per la patria del cattolicesimo, numeri destinati a ulteriore forte limatura a ragione della sicurezza, del rispetto di procedure episcopali e perché no con la ”scusa” della salute meglio una prece domestica che prendersi dei rischi, tanto più che la falce COVID miete le spighe vecchie, le più numerose all’ombra delle antiche navate.

L’emergenza sanitaria ha certificato la sottomissione delle religioni al potere laico, la loro marginalizzazione come fossero superfetazioni di una civiltà progressista che ha costretto Dio alla ritirata, al confinamento nella riserva indiana dell’io, guai manifestarlo o peggio annunciarlo, sarebbe accolto con malcelata sufficienza, ospite non gradito al banchetto dell’oro.

La chiesa postconciliare ha scelto di immergersi nel mondo facendosi megafono di un umanitarismo  laico a buon mercato, trasformandosi in una Onlus utile all’impasto del pensiero unico, corretto col dolcificante dell’ecumenismo verso tutto e tutti, meno quei Barabba ribelli al nuovo ordine costituito. Ecco persino i praticanti avvertono d’essere devoti sopportati da questa chiesa in osmosi con la cultura contemporanea, un’Ecclesia debole, colma di ovvietà buoniste per essere accolta dai viventi il pensiero minimalista, lo scientismo profetico di un’umanità organica solo alla terra, il cielo lo si osserva per scrutare i buchi neri non certo per scoprirvi l’anima mundi.

Suscita scandalo il monito di Papa Ratzinger contro le nozze gay e l’aborto segni tangibili dell’Anticristo, servono adesso castori per costruire una diga contro il fluire del liquame, tempo dell’ ite missa est accolta col fuoco della missione, così detta in Apocalisse il testimone fedele e veritiero “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo!  Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”.


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Editoriale

 

Elezioni: il giorno dopo

di Adriano Tilgher

Diventa difficile comprendere, dopo questa ultima tornata elettorale, quali siano le posizioni in campo e soprattutto quali siano le differenze tra i vari partiti. Ancora una volta centro destra e centrosinistra hanno dimostrato di essere identici e di non voler in alcun modo differenziarsi. Anche i cosiddetti sovranisti, o populisti che dir si voglia, hanno dimostrato chiaramente quello che andiamo dicendo da tempo: non sanno cosa voglia dire essere dalla parte del popolo o propendere per il ritorno della sovranità al popolo.

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La Spina nel Fianco

 

Rien ne va plus

1986: Enrico Ruggieri partecipa al festival di San Remo con il brano "rien ne va plus" che otterrà il premio della critica, ne seguirà l'album "Difesa Francese" titolo mutuato dal gioco degli scacchi, (la difesa francese è una delle possibili sequenze di mosse iniziali). L'espressione rien ne va plus è costituita dalla parte finale della formula usata dai croupier per regolare i tempi delle puntate nel gioco della roulette (Faites vos jeux. Les jeux sont faits. Rien ne va plus «Fate i vostri giochi. I giochi sono fatti. Niente va più». Nella lingua italiana viene utilizzata in senso figurato per significare che quel che è stato è stato, che i giochi ormai sono fatti.

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