La “fase 2” ovvero il de profundis della rappresentatività

Le guerre, i conflitti. Queste le scansioni temporali del ’900, per Eric Hobsbawn: il “secolo breve”, secondo lo storico, inizia con la Grande Guerra (1914) e termina con quella del Golfo (1991).

Un secolo, quindi, che inizia con un conflitto, finisce con un altro e, nel mezzo, regala altre ostilità con qualche parentesi di tranquillità all’ombra, comunque, di un’altra guerra, quella “fredda”. L’epilogo del ’900 non è diverso dal suo incipit e finisce «in un disordine mondiale di natura poco chiara e senza che ci sia un meccanismo ovvio per porvi fine o per tenerlo sotto controllo» evidenziando così il «fallimento apparente di tutti i programmi, vecchi e nuovi, per gestire o migliorare la condizione del genere umano». E all’abbrivo del terzo decennio del XXI secolo, in effetti, pare che quel “genere umano” tutto sia meno che al riparo. Da cosa? Dalle guerre, dalle “migrazioni”, dalle precarietà, dalle vecchie e nuove povertà e dulcis in fundo, in piena balìa di una pandemia senza precedenti.

Non va meglio se analizziamo la condizione del “genere umano” dall’interno, cioè, singolarmente: l’uomo stesso sta cambiando il suo modo di percepire le cose, di ragionare, di “essere”. L’individuo non si sente più un io compatto e unitario, con una coscienza che instaura dei valori e dei giudizi di valore, ma piuttosto un aggregato o un reticolo di pulsioni e reazioni, una “fluttuante medusa” – come scrisse Claudio Magris nel 2001 – «che non sa bene dove finisca il suo corpo e inizi il mondo, quale sia il confine tra un suo fallimento sensibile e un’alga che lo sfiora facendolo reagire».

Ciò è stato possibile poiché la società – piuttosto che l’ambito espressivo del libero gioco di interessi e tensioni – si è progressivamente configurata come una sorta di firmamento riflesso di un ordine predisposto le cui singole stelle e costellazioni rispondono alla forza di una legge ineluttabile nella quale l’individuo non ha più voce: l’unica possibilità di scelta pare essere quella tra rimanere fuori da questa architettura cosmica o farne parte. Ogni impulso, ogni fremito sociale, trova naturale composizione nella straordinaria capacità di assorbimento del “tutto”. E a ognuno non rimane che il “diritto-dovere” di sostenere la propria parte di civismo e di socialità.

Le diverse tipologie governative, i contrasti sociali, il gioco delle maggioranze parlamentari, gli interventi riformatori, si configurano da decenni solo come la trama intricatissima di una grande commedia, in cui ciascuno ha un ruolo ben preciso, ma deciso aprioristicamente. Il governo diventa “trasformismo politico” e la gestione del potere da onerosa è divenuta “onorevole”. Il concetto stesso della rappresentatività non segue più il percorso che dalla somma dei singoli interessi arriva alla loro espressione formale, ma tende a realizzarsi nell’esatto contrario.

Quando ciò accade le nostre stesse esigenze diventano l’effetto di una formula politica, di una forma di governo sostanzialmente a noi estranea poiché distante, inafferrabile, il cui centro operativo è intuibile ma insondabile. Si realizza e si compie “in nome del popolo” un ordinamento di regole e di istituzioni che il “popolo” non si è mai accorto di volere.

É quello che sta accadendo all’ombra dell’emergenza pandemica nel nostro Paese e non solo. Per rimanere entro i nostri confini, chi palesa la detenzione di un potere di governo tramite messaggi televisivi lo fa annunciando ormai settimanalmente nuovi decreti, disponendo nuove limitazioni, prolungando sospensioni dei diritti individuali e legittimando eccezioni in virtù del fatto di avere “prevalentemente” in vista il benessere della collettività nel suo complesso. Un “avvocato del popolo” senza mandato sacrifica – senza esitazione alcuna – l’interesse particolare del singolo privato cittadino in favore di quello “generale” e “societario” anche se poi, una tale decisione finisce importando il sacrificio di ogni singolo individuo e di tutti quanti, partitamente.

La “fase 2” di cui tanto si parla in questi giorni non può non preoccupare per come si sta configurando: più che il preludio al ritorno alla normalità essa si palesa come il de profundis – per dirla con Salvatore Satta – del principio politicamente inteso della rappresentatività. É la cartina di tornasole di un conflitto in atto ben più drammatico e pericoloso di tutti quelli del “secolo breve”.

A guidare il Paese, infatti, ci saranno – non si sa per quanto tempo e schermati da un preoccupante “scudo penale” che fa impallidire il più anatemico dei conflitti di interesse – quasi 300 esperti, (100 in più del numero dei senatori previsto dalla legge di riforma istituzionale) divisi in 8 diverse task force in costante aumento che prenderanno decisioni al posto di Ministri e parlamentari. Ciò che decideranno non potremo saperlo poiché hanno l’obbligo della riservatezza. Alla guida di tutto ciò un dream team di un top manager scelto da chi ha guidato, con più ombre che luci, la “fase 1”.

Insomma, lo scenario è quanto di più lontano dalla democrazia e quanto di più vicino al democratismo si possa pensare: affida la governance a tecnici calati dall’alto che finora – a differenza di medici, infermieri, forze dell’ordine, operatori della Protezione Civile, religiosi e volontari – hanno visto l’emergenza dalle loro camerette regalando, nel migliore dei casi, qualche apparizione in webcam. La machiavelliana realtà effettuale, dunque, ci porta a considerare la situazione per quella che è non per quella che dovrebbe essere ponendoci una domanda: può nel 2020 una costellazione di ideali per definizione democratici, trasformarsi in un rigido sistema di coercizione? Guardatevi intorno e rispondetevi. Ma a bassa voce. Non si sa mai…


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