Foibe, una tragedia tradita

Immaginate cosa potrebbe succedere in Italia se, un giorno, qualcuno si alzasse e dicesse: “Sì, la Shoah è stata una grande tragedia, una mostruosità, ma rileggiamo bene la storia, cerchiamo di capire perché si è arrivati ai campi di concentramento e, soprattutto, non diamo una lettura univoca di quella storia, cercando di calcolare correttamente quanti sono stati davvero i martiri di quella follia”. Certamente, se qualcuno si azzardasse a pronunciare parole di questo tipo verrebbe accusato di essere nazista, revisionista, negazionista, insomma un vero pericolo pubblico. E, va da sé, qualche magistrato aprirebbe un fascicolo, cercando di mandarlo a processo per i reati più disparati.

Eppure, c’è stato qualcuno, nei giorni scorsi, che ha detto, in una sala del Senato della Repubblica, qualcosa di simile, non sull’Olocausto, ovviamente, ma sulle foibe. Ed è stato calorosamente applaudito dai presenti. Forse perché a parlare era il vicepresidente di un organismo che, nel nostro Paese, può dire e fare tutto, perché ha ragione a prescindere, vale a dire l’Anpi, l’Associazione nazionale dei partigiani. “Non è in discussione – ha detto il signor Gianfranco Pagliarulo – il giudizio relativo al dramma delle foibe, che riguarda l'uccisione di un ancora imprecisato numero di persone senza processo o con un processo sommario. Ma proprio questo giudizio sollecita la necessità di approfondire la ricerca storica su chi, perché, quanti e quando sono stati vittime, e chi, perché, quanti e quando sono stati carnefici. Questo è compito appunto della ricerca e non della politica; viceversa, la politica, in questa misura, distorce la verità storica e la presenta a vantaggio di questa o quella parte”.

Il vicepresidente dell’Anpi ha pronunciato questa frase introducendo un seminario, che precedeva di qualche giorno il 10 febbraio, data del ricordo delle foibe. E ha aggiunto: “La stessa drammatica vicenda delle foibe, a mio avviso, si caratterizza come un’esplosione di violenza che è l'esito di uno straordinario laboratorio di violenza qual è stato il fascismo di confine dal 1919 in poi, e, in seguito, l'invasione della Jugoslavia del 6 aprile 1941, ed ancora il dominio nazista sul Litorale adriatico”. Insomma, le foibe come reazione, non come barbaro e cieco massacro degli italiani della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia.

Parole che nessun esponente dei democratici partiti di governo si è sognato di condannare. Al contrario, gli esponenti del Pd hanno scelto di abbandonare le celebrazioni della giornata del ricordo delle foibe, perché, a loro dire, erano troppo di parte. Proprio come sostenuto dal compagno Pagliarulo.

Una vergogna assoluta, possibile solo in un Paese come l’Italia, dove si ricorda, giustamente, anche se forse troppo insistentemente, la tragedia degli ebrei deportati e uccisi nei campi di sterminio nazisti, mentre si prova fastidio per il ricordo dei martiri delle foibe e si mette in discussione non solo il numero delle vittime, ma anche chi siano le vittime e chi i carnefici.

Siamo alle solite: storia e cultura, in Italia, sono appannaggio di una élite sinistrorsa e salottiera, che stabilisce come sono andate le cose un secolo fa e come dovranno andare in futuro. E chi non è d’accordo è fascista, brutto e cattivo. Per fortuna, a scrivere la storia vera non sono questi signori, ma testimonianze, libri e scritti di chi ha vissuto il dramma delle foibe. Piaccia o no a Pagliarulo e compagnia cantante.


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Editoriale

 

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