Il sorriso della Patria

E’ il titolo di un film-documentario sulla tragedia della popolazione giuliano-dalmata nel secondo dopoguerra, montaggio di diciotto cinegiornali dell’Istituto Luce uscito nel 2014, prodotto dall'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e dalla società contemporanea "Giorgio Agosti" di Torino con la collaborazione dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Un lungometraggio per le scuole con l’obiettivo di ricordare cause (il fascismo) e ritorsioni slave culminate nella persecuzione attuata contro gli italiani, rimarcando soprattutto l’esodo forzato di 350.000 nostri connazionali in fuga dall’Istria, dalla Dalmazia, da Fiume, a partire dal 8 settembre 1943, finis Patriae aggiungiamo noi. Il sorriso patrio è quello della solidarietà diffusa nei confronti degli esuli, l’ascolto delle testimonianze sulla diaspora dalle terre rosse, le spine della paura più lancinanti della voglia di restare, il calvario del viaggio quanto l’estrema sofferenza nei campi profughi, ma anche il supporto di treni e navi italiane per affrontare l’emergenza, le donazioni, il buon  cuore dei volontari, filantropi, ecc. fin su, su nel tempo con l’assegnazione agli esuli di villaggi in muratura come quello nel quartiere Laurentino a Roma (anni ’60).

Il contenzioso sul confine orientale in realtà avrà triste fine solo col trattato di Osimo del 1975, l’Italia abbandonò definitivamente le terre irredente, le acque erano ormai stagnanti su quei fatti vergognosi, le flebili speranze d’una auspicata revisione del diktat di Parigi s’erano sciolte da tempo, prima nell’effervescenza del boom economico poi nella triste stagione degli anni di piombo.

“La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale” (art. 1, legge 92/2004)

La data della celebrazione civile ricorda la firma del trattato di pace capestro siglato nel ’47 a Parigi dal segretario generale della nostra delegazione Antonio Meli Lupi di Soragna (marchese, ufficiale nella I guerra mondiale, poi diplomatico) e fu l’eutanasia del nostro Risorgimento, a nulla valsero le tesi degasperiane sull’armistizio di Cassabile, la lotta partigiana culminata in Piazzale Loreto, l’appoggio agli Alleati, solo pretesti per i 21 vincitori, così l’Italia perse di colpo le sue colonie (Libia, Etiopia, Eritrea, Albania, isole del Dodecaneso, Somalia a tempo) e con esse l’Istria, la Dalmazia, quel Carnaro dannunziano, tutte al confine orientale con in più sostanziose porzioni di territorio nelle Alpi marittime cedute alla “cugina” Francia cui sommare i danni di guerra calcolati in 360 milioni di dollari da distribuire ai commensali del tavolo alleato.

Quel 10 febbraio fu giorno di lutto nazionale, per dieci minuti tacque il pollaio dei partiti, l’Italia si fermò, le attività tutte s’ arrestarono, i cittadini ammantarono di silenzio un Paese umiliato, muti oltre il credo politico d’ognuno, accanto al feretro della Patria mutilata.

Sempre quel 10 febbraio una maestra d’Italiano, Maria Pasquinelli, appresa la cessione di Pola alla Jugoslavia, sparò tre colpi di pistola al comandante della guarnigione alleata della città Robert de Winton, uccidendolo, gesto disperato dell’irredentismo tradito.

A ingoiare l’amaro calice fu l’Italia intera, la sua storia dipanatasi nei secoli per costruire l’unità di una Patria scrivendo pagine di ideali con l’inchiostro di sangue versato da ogni famiglia, ceto, campanile, ora restava ignuda, sbrindellata da una guerra civile mai cauterizzata, una cenerentola laboriosa, obbediente, al servizio delle grandi potenze militari e finanziarie del mondo.

Il 10 febbraio è per noi il ricordo di quella mastectomia del Paese dovuta, sentenziano, al cancro fascista, stessa diagnosi falsa appiccicata agli italiani giuliano-dalmati precipitati nelle foibe carsiche, internati in campi di concentramento a morir di fame, gettati nell’Adriatico legati a pietre, scomparsi da un giorno all’altro come fantasmi. Seguì l’esodo biblico verso la madre Patria, lasciando case, lavoro, campi, fabbriche, tutto, proprio tutto tranne le poche masserizie trasportabili (ancora visibili al Magazzino 18 di Trieste). Furono accolti con imbarazzo, impreparazione giustificata dalla penuria di mezzi d’ un Paese sconfitto, lacerato dallo scontro ideologico, un cantiere aperto appeso alla pioggerellina di dollari del piano Marshall. Così gli esuli si trasformarono in profughi distribuiti, sul territorio nazionale, in campi di raccolta, caserme in disuso, baracche, in attesa d’una sistemazione definitiva, quasi un modello prototipo dei futuri terremotati, aspettando anni perché riacquistassero la piena dignità di cittadini. Ecco quella Patria (che non c’era più) li accolse col sorriso sì, ma quello amaro di chi storce la bocca consegnando solo ai sogni quel: Ritorneremo.


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Editoriale

 

La cultura dell’odio

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Ieri e oggi ho incontrato, separatamente, due signore, una relativamente giovane, l’altra relativamente anziana ed entrambe hanno usato una frase priva di qualsiasi significato, ma che è diventata un ritornello sistematicamente ripetuto dai diffusori del pensiero unico globale: “Io sono contro la cultura dell’odio”.

In Italia hanno addirittura fatto una legge in tal senso. Ma cosa significa la cultura dell’odio? Chi è che coltiva l’odio? Ma soprattutto chi può sostenere che in vita sua non ha mai odiato?

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La Spina nel Fianco

 

Beat Generation

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