Giggino addio, la festa è finita

Non hanno aspettato nemmeno l’ennesimo tracollo, quello che aspetta il Movimento 5Stelle alle elezioni regionali dell’Emilia Romagna di domenica prossima: Grillo e Casaleggio, i padroni di questo simpatico gruppo di “democratici” a modo loro, hanno deciso che l’era di Luigi Di Maio alla guida del Movimento si è chiusa. La scelta è caduta su Vito Crimi, ma questo è irrilevante, perché nessuno, ormai, potrà riportare i grillini alle vette raggiunte nel 2018.

La vera e unica notizia è la defenestrazione di Di Maio, costretto a un passo indietro, che ha cercato, fino all’ultimo, di non fare. Dal voto del 2018, infatti, quello che era il capo politico dei 5Stelle ha vissuto come in un sogno: candidato premier, poi vicepremier e ministro dell’Economia nel Conte uno, quindi addirittura ministro degli Esteri nel Conte bis. Tutto bello, bellissimo, con un solo problema: Giggino sarebbe incapace di fare anche l’amministratore di condominio, figuriamoci il capo politico di un partito e ministro. Ma lui, ovviamente, non lo sa, non lo capisce e, dunque, si è incatenato alle poltrone che, via via, gli sono state affidate, ha fatto giravolte incredibili - prima con Salvini, poi con quel Pd che, prima delle elezioni, aveva indicato come il nemico numero uno - soltanto per mantenere scorta e macchina blu.

Tutto questo ha portato a una serie di sconfitte elettorali del Movimento 5Stelle, che dal trionfo del 2018 è arrivato al tonfo dell’Umbria e delle Europee: quello che era il primo partito italiano è stato ridotto all’irrilevanza. Se andrà bene, tanto per capirci, in Emilia Romagna arriverà al 6/7 per cento. Ma dovrà andare molto bene.

Lui, Giggino, ha fatto finta di non capire, ha detto che la colpa non è certo sua se il Movimento crolla, ma di Salvini e delle sue politiche violente e, dunque, degli elettori, che premiano Salvini. Sarà, ma alla fine Grillo e Casaleggio hanno capito che Luigi da Pomigliano d’Arco ha praticamente distrutto il loro giocattolo, quella trappola ben costruita sul web, che ha truffato milioni di italiani, chiedendo il voto per fare cose che non hanno mai fatto. Ne ricordiamo una, fondamentale: avevano detto che sarebbero andati al governo soltanto se avessero raggiunto il 50,1 per cento, ma, per arraffare qualche poltrona, si sono accordati prima con la Lega e poi col Pd.

Giggino, insomma, ha dimostrato che a questi signori interessava solo il potere per il potere, come testimonia, del resto anche Virginia Raggi a Roma, sfiduciata dai suoi stessi consiglieri, ma subito pronta ad annunciare che andrà avanti lo stesso. Il massimo della faccia tosta.
La festa, però, adesso è finita. La Raggi, a breve, sarà sfrattata dai romani, Di Maio è stato cacciato da Grillo e Casaleggio. Il problema vero è che i cittadini dovranno sorbirselo ancora come ministro degli Esteri. Per fortuna, domenica si vota in Emilia Romagna e, se tutto andrà come si prevede, le ripercussioni sul governo saranno devastanti. E, allora, per Giggino finirà anche la festa ministeriale. Rimarrà, comunque, deputato: sempre meglio onorevole che steward allo stadio San Paolo.


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