Bilancio 2020, il Governo si vergogni

Una volta c’era la legge Finanziaria: erano i tempi della Dc, del Pci, del Psi e di tutta una variegata galassia di partiti e partitini compresi nel cosiddetto “arco costituzionale”, ai quali si aggiungeva il Movimento Sociale Italiano, che, in quanto considerato erede del fascismo, ne era fuori. Spesso, allora, non si arrivava a votare la Finanziaria entro dicembre, perché l’assalto alla diligenza Finanziaria comportava notti di battaglie, minacce di crisi, scontri quasi fisici. Alla fine, però, ci si metteva d’accordo e al banchetto partecipavano tutti, Msi compreso. Ogni parlamentare portava a casa qualcosa, per il suo collegio elettorale: a quei tempi aveva ancora un senso, perché, per essere eletti, servivano i voti del territorio.

Oggi la Finanziaria non c’è più. O, meglio, non si chiama più così. Sui giornaloni e in tv sentite parlare di legge di Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) e di legge di Bilancio, perché si vuol far capire che oggi non si fanno sotterfugi, non ci si piega all’interesse di questo o quell’amico, ma si guarda al futuro, si pensa al bene del Paese.
Peccato, però, che poi ci siano gli atti ufficiali. Le leggi approvate. E, per capirle, ci sono gli ottimi dossier di documentazione di Camera e Senato. Così, per entrare nel merito di quello che ha approvato il Parlamento a maggioranza giallorossa per il 2020, abbiamo letto il dossier del Senato sulla legge di Bilancio e sul decreto fiscale. Scoprendo, manco a dirlo, che le Finanziarie del passato, in confronto a ciò che è stato varato lo scorso dicembre su input di Conte, Di Maio, Zingaretti, Renzi e compagnia, erano leggi limpide e cristalline.

Tralasciamo, per pietà, la parte di Bilancio 2020 che riguarda il Fisco: più che di previsioni, si tratta di preghiere, con la consueta speranza, mai concretizzata, di aumentare in modo vertiginoso le entrate derivanti dal contrasto all’evasione. Le manette ai grandi evasori, volute con forza dai giustizialisti a cinque stelle, non porteranno - ne siamo certi - alcun beneficio.

È, però, doveroso concentrarsi sulle misure introdotte alla voce Cultura. In passato, si attribuì all’ex ministro Tremonti la frase “Con la cultura non si mangia”, perché, da titolare dell’Economia, respingeva le richieste di fondi che arrivavano dal suo collega dei Beni Culturali, Sandro Bondi. Bene, nel 2020, nell’era della Cultura targata Franceschini, uno dei ministri forti del governo giallorosso, si può dire tutto, fuorché con la cultura non si mangi.

Il Bilancio 2020, infatti, prevede soldi a pioggia - proprio come nelle vecchie Finanziarie, care all’ex democristiano Franceschini - in tutto il Paese. Dopo aver pensato al Ministero, ovviamente, dove si istituiscono nuovi Fondi: Fondo per il funzionamento dei piccoli musei (2 milioni all’anno per sempre, a partire dal 2020); Fondo per la promozione, il sostegno e la valorizzazione delle bande musicali (un milione all’anno per il triennio 2020-2022); Fondo per le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario di Roma capitale (500.000 per il 2020); Fondo per il recupero di immobili statali di interesse storico e culturale in stato di abbandono e la riqualificazione delle aree industriali dismesse ove insistano manufatti architettonici di interesse storico (un milione all’anno per il triennio 2020-2022). E vengono aumentati tutti i Fondi già esistenti, a partire da quello per il Cinema e l’audiovisivo (75 milioni in più) e dal famigerato Fondo unico per lo spettacolo (10 milioni in più).

Il bello, però, arriva con tutta una serie di finanziamenti destinati a manifestazioni di vario genere e alla tutela del patrimonio artistico e culturale, ovviamente sulla base delle scelte di Franceschini: al Pistoia Blues Festival, ad esempio, vengono attribuiti 250mila per il 2020 e altrettanti per il 2021, esattamente come alla ristrutturazione di Villa Candiani a Erba e di Palazzo Piozzo di Rosignano a Rivoli. E avanti così, a botte di 500mila euro, un milione, due milioni: l’elenco è lunghissimo e si chiude con la previsione di spesa - non quantificata, ma a carico della Presidenza del Consiglio - per celebrare il centenario della fondazione del Partito Comunista.

Uno scandalo, vero e proprio. Soprattutto se confrontiamo i soldi previsti per Festival e inutilità varie con l’aumento attribuito, nel Bilancio 2020 dello Stato, al Fondo per l’assistenza alle persone con disabilità gravi prive di sostegno familiare (il cosiddetto “Dopo di noi”): 2 milioni di euro. Per Conte e compagnia, in definitiva, un problema enorme come questo vale, in termini economici, meno dei Carnevali storici o della Fondazione “La Triennale di Milano”. Se avesse un’anima, se avesse dignità, questo governo non dovrebbe essere giallorosso, ma semplicemente rosso. Di vergogna.


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Editoriale

 

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