Ostaggi del Bullo fiorentino

È incredibile la leggerezza con la quale il Pd di Zingaretti e il Movimento 5Stelle si siano infilati nella trappola che Matteo Renzi aveva ben architettato, dopo il clamoroso autogol ferragostano di Salvini, che si era autoestromesso dal governo del Paese, credendo di poter, poi, andare alle elezioni politiche in tempi rapidissimi.

Subito, Renzi ha invocato la necessità di formare un governo Pd-5Stelle, per frenare quella che lui definisce la deriva populista del Paese. In realtà, Il Bullo fiorentino ha giocato su dati oggettivi: se si fosse andati al voto in ottobre, Salvini avrebbe stravinto e Pd e 5Stelle sarebbero stati ridotti ai minimi termini. Quindi, Di Maio e Zingaretti non avevano davanti altra strada che quella tracciata da Renzi e hanno detto “sì” a un matrimonio d’interesse che adesso rischia di trasformarsi in un abbraccio mortale sia per il Movimento sia per il Partito Democratico.

È, infatti, bastato un nulla - la mancanza di toscani nel governo - per far sì che Renzi gettasse la maschera: “Lascio il Pd e faccio un nuovo partito. Ci sono già quaranta parlamentari pronti ad aderire al nuovo gruppo”. Il Bullo, insomma, ha ufficializzato quello che tutti dicevano già alla vigilia della nascita del Conte bis: sarà Renzi, con i suoi uomini all’interno di Camera e Senato, a decidere la durata di questo esecutivo. E il fatto che abbia detto a Conte di stare sereno non tranquillizza proprio nessuno, dopo quel che successe a Enrico Letta.

La voglia di potere, il desiderio di comandare sempre e comunque, l’incapacità di confrontarsi da pari a pari col prossimo rappresentano gli elementi principali della nuova operazione portata avanti dall’ex presidente del Consiglio. Al momento, tanti vecchi amici - il sindaco di Firenze, Nardella, in primis - sembrano averlo abbandonato, ma siamo certi che, una volta staccata la spina al governo, in vista delle elezioni politiche, torneranno al suo fianco, abbandonando il Pd spostato a sinistra e alleato dei 5Stelle.
Il vero problema, adesso, è per Conte, Di Maio e Zingaretti: l’esecutivo non ha più i numeri per la fiducia, senza i renziani. Questo significa che, su ogni singolo provvedimento, il presidente del Consiglio dovrà confrontarsi, volente o nolente, con il Bullo fiorentino. E allora sorge spontanea una domanda: ma chi gliel’ha fatto fare? Passi per Conte, che, se non fosse stato confermato, sarebbe stato condannato all’oblio eterno; passi per Di Maio, che è giovane e ha già ampiamente dimostrato di non essere un fine politico; meraviglia, però, l’ingenuità di Zingaretti, che ora si trova in un vicolo cieco. Dal quale, ormai è chiaro a tutti, uscirà soltanto con le ossa rotte.


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Editoriale

 

Bisogna stare attenti

di Adriano Tilgher

Ormai è tutto molto chiaro. Esiste un governo fatto da coloro che fino a ieri erano l’un contro l’altro armati e che oggi sono compagni di merende, succubi inerti ed impotenti sotto un padrone che li fa parlare, li fa agitare, li fa proporre ma poi fa ciò che gli pare.

Tutto questo mi fa paura, l’incoscienza e lo spirito antitaliano delle più alte autorità di quello che rimane dello stato italiano hanno consentito, in nome della più inosservata carta costituzionale (buona per tutte le soluzioni), una serie di colpi di stato che oggi hanno messo il destino nostro e dei nostri giovani nelle mani di un personaggio, freddo, calcolatore, che nessuno controlla e nessuno può fermare, soprattutto perché la gente è convinta di avere un nuovo salvatore.

Siamo in una situazione disperata, grazie proprio a quel mito fasullo della democrazia, per cui i più contano e i meno non contano nulla; proprio quei più che sono frutto dei condizionamenti dettati dai media totalmente in mano ai detentori delle risorse planetarie che vogliono dominare il mondo e trasformare gli esseri umani in consumatori compulsivi privi di volontà.

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La Spina nel Fianco

 

Vogliamo i Colonnelli

1934, Giovacchino Forzano (Borgo San Lorenzo 1883 Roma, 1970) regista amico di Benito Mussolini, convince il Duce del bisogno di dotare l'Italia di una città del cinema, su modello Hollywoodiano, 3 anni dopo sarà fondata Cinecittà, ma la prima vera città del cinema, dotata di teatri di posa e di maestranze specializzate nasce a Tirrenia il Toscana, a metà strada fra Pisa e Livorno. Forzano rileva la struttura della Tirrenia Film un complesso di stabilimenti cinematografici costruiti su disegno dell'architetto Antonio Valente. Al progetto viene dato il nome di "Pisorno", unendo i nomi delle 2 città toscane eternamente rivali, Pisa e Livorno. Forzano reduce dal successo commerciale del Film "Camicia nera" del 1933 dotò Pisorno di nuove professionalità fino ad allora scarsamente rappresentate in Italia, fonici, tecnici del suono, ispettori di produzione, molti dei quali,  si trasferirono successivamente negli stabilimenti di Cinecittà. Negli stabilimenti della Pisorno reciteranno tra gli altri: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Eduardo de filippo, Ugo Tognazzi, e Fred Astaire. Forzano vi diresse i film “Sei bambine e il Perseo” (1939), “Il re d'Inghilterra non paga” (1941), e “Piazza San Sepolcro” (1942). Vi è stato girato anche il primo "cinecomics" italiano "Cenerentola e il signor Bonaventura" diretto nel 1941 da Sergio Tofano, che portò sullo schermo quel "Signor Bonaventura", esordito nel 1917 sul Corriere dei Piccoli. Durante le riprese la famiglia Forzano viveva spesso a Tirrenia, ed il figlio Giacomo, insieme ad amici era solito fare scherzi, che verranno poi immortalati sul grande schermo nella trilogia di "Amici Miei", si perchè fra quei ragazzi c'era anche Mario Monicelli.

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