Caso Logli-Ragusa, un colpevole annunciato

Antonio Logli, il marito di Roberta Ragusa, dovrà scontare venti anni di carcere, per l’omicidio e la distruzione del cadavere della moglie. Alla fine, dunque, è andato tutto come doveva andare, come voleva la maggioranza degli italiani e, soprattutto, come avevano già deciso i giudici di primo e secondo grado: la Cassazione non ha fatto altro che certificare che i processi si erano svolti secondo legge.

Tutto bene, dunque? Assolutamente no, perché la condanna di Logli lascia un lungo strascico di polemiche e, quel che è peggio, tanti tanti dubbi, perché a carico del marito di Roberta Ragusa, scomparsa dalla sua casa di Gello (Pisa) la notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, non c’è una sola prova. Tanti indizi, sì, ma nemmeno una prova. Il castello costruito dagli accusatori - dopo che la Cassazione, nel 2016, aveva annullato il proscioglimento di Logli e ordinato un nuovo processo - è stato tenuto in piedi da un elemento principale: Logli era l’unico che poteva avere interesse a far sparire la moglie, perché aveva un’amante (la baby sitter Sarà Calzolaio), e non esistono ipotesi alternative. Quindi, si è ipotizzato, quella sera Roberta lo ha scoperto, lui l’ha uccisa e ha fatto sparire il corpo. Parole, congetture, ma nessuna prova. È solo un testimone, Loris Gozi, saltato fuori dopo un anno dalla scomparsa della Ragusa, sostenendo di aver visto un uomo e una donna (senza riconoscerli) litigare vicino a casa Logli e, poi, lui costringere lei a entrare in una macchina, che potrebbe essere una delle auto della famiglia Logli.

Poco, troppo poco, per condannare una persona a venti anni di carcere. È vero che la logica dice che è molto difficile che una donna scompaia, in pigiama e in ciabatte, di notte in pieno inverno, abbandonando i figli, che adorava; ma, se non si hanno prove, non si può escludere, ad esempio, che la Ragusa, magari dopo aver litigato col marito, sia uscita in strada e abbia incontrato qualcuno che le abbia fatto del male. E non si può certo dare credito, come invece è stato fatto, a un testimone che si è ricordato di aver visto qualcosa solo dopo un anno dalla scomparsa della Ragusa e che si è contraddetto più volte, mentre è stato giudicato inattendibile il testimone che diceva di aver visto Roberta salire su una macchina diversa da quella di Logli la notte della scomparsa. Così come non è mai stata presa in considerazione la testimonianza di una ex compagna di scuola della Ragusa, che sosteneva di averla incontrata al supermercato, in pigiama e ciabatte, la mattina del 14 gennaio.

In definitiva, il caso Ragusa è chiuso solo per la giustizia, ma non per gli avvocati e i familiari di Antonio Logli, che si batteranno per la revisione del processo. A partire dai due figli, che hanno sempre difeso il padre, accusato di aver ucciso la loro mamma. “Non è possibile”, hanno sempre detto Daniele e Alessia. Ma l’opinione pubblica voleva un colpevole e il colpevole perfetto adesso c’è.
Noi non entriamo nel merito della vicenda, non sta a noi stabilire se Logli è colpevole o meno. Ma sappiamo, questo sì, che, per condannare qualcuno, sono necessarie prove, che convincano i giudici, oltre ogni ragionevole dubbio. Qui, invece, abbiamo una condanna a venti anni di carcere, sulla base di indizi, suggestioni, ipotesi: le prove sono un’altra cosa. Così come, dispiace dirlo, è un’altra cosa la Giustizia che si aspettano i cittadini: una Giustizia equa e, soprattutto, fatta di certezze. Quelle che il caso Logli-Ragusa fa vacillare in modo davvero preoccupante.


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