Il ritorno di Di Battista

Dibba è tornato, con tutta la sua carica di rabbia e di odio nei confronti di chi non la pensa come lui, e il governo gialloverde traballa sempre di più. Lo avevamo previsto e, puntualmente, si sta delineando uno scenario che potrebbe rivelarsi nefasto non solo per l’esecutivo a guida Conte, ma per il Paese intero.

Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i due vice-premier del governo del cambiamento, remano quotidianamente contro chi vuol mantenere uno stato di cose che ha portato all’impoverimento di milioni di italiani e ad arricchire sempre più i soliti noti, vale a dire banchieri, finanzieri e speculatori. Con un’Europa complice, che bacchetta l’Italia per il deficit, ma che non si sogna di dare una risposta sui milioni di giovani italiani senza lavoro o sui nuovi poveri, “nati” da quella crisi economica che l’Unione Europea ha osservato, senza muovere un dito, per compiacere la finanza internazionale.
Quello di Di Maio e Salvini è un compito ingrato, una “mission impossible”, che, però, in un anno di lavoro, ha già dato scossoni importanti al sistema italiano ed europeo. A beneficiarne, in termini elettorali, è stata soprattutto la Lega di Salvini, mentre il Movimento 5 Stelle ha perso colpi. E questo ha aperto la strada al ritorno di Dibba, al secolo Alessandro Di Battista, che, dopo qualche viaggio e la pubblicazione di un libro, di cui non si sentiva certo la mancanza, è tornato sulla scena politica italiana. Lo ha fatto in modo furbo, senza confrontarsi col voto degli elettori. Alle Europee, infatti, ha scelto di fare da spettatore e, dopo la debacle del M5S, ha iniziato a sparare sul governo. Sempre in modo furbo: cannonate su Salvini, ma con obiettivo Di Maio. Insomma, pur di prendersi la leadership del Movimento, Dibba è pronto a far saltare l’esecutivo gialloverde, l’unico che, negli ultimi decenni, abbia dato qualche segnale di speranza per gli italiani.

Certo, anche se lui nega, il gioco ormai è scoperto e Di Maio è corso ai ripari, ma il Movimento sembra entrato in una crisi difficile da governare, con pesanti scontri interni: Dibba, Fico e l’ala “sinistra” imputano, infatti, a Di Maio di essere troppo accondiscendente con Salvini, dimenticando che oggi il leader della Lega è maggioranza nel Paese. L’auspicio è che questa resa dei conti nel M5S non debbano pagarla gli italiani, proprio adesso che l’esecutivo Conte si appresta a varare provvedimenti importanti come la flat tax e una pace fiscale che chiuda in modo definitivo le pendenze del passato col Fisco per milioni di cittadini.

Ecco, in questo quadro, ci sentiamo di lanciare un appello ad Alessandro Di Battista: visto che le voci di crisi di governo si sono moltiplicate col suo rientro in Italia, visto che non passa giorno senza che attacchi Salvini, visto che nessuno ha nostalgia delle sue interviste tv, in cui “chiama” da solo gli applausi, si faccia venire in mente un altro bel viaggio, il più lontano possibile. Magari, come ha già fatto dall’America Latina, ogni tanto ci regalerà qualche sproloquio su Facebook, ma da così lontano nessuno lo prenderà sul serio. Riparta, per favore, Di Battista. Il governo e gli italiani tutti gliene saranno grati.


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Editoriale

 

I sintomi e la malattia

di Adriano Tilgher

Non sono un medico ma, fra le cose che mi ha insegnato l’esperienza, so che i sintomi servono a capire qual è la malattia che li ha generati e che colpire i sintomi non vuol dire combattere la malattia. Ora, tornando sul piano politico, la questione Sea Watch, il problema immigrazione, l’incapacità, o meglio, l’impossibilità di una ripresa economica, la denatalità e il conseguente invecchiamento della popolazione, il costo e la mancanza del lavoro, la crisi della famiglia, il pressoché totale disinteresse verso la nazione e la solidarietà di popolo, l’assoluto distacco dei giovani dalle ragioni della crisi, la mancata difesa in tutti i settori degli interessi del popolo italiano sono solo alcuni dei sintomi della grave malattia che ha colpito l’Italia, e in generale tutta la società.

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La Spina nel Fianco

 

Nicola Bombacci; un esempio rivoluzionario

Non me ne voglia l'amico Andrea, se per una volta la spina nel fianco si sovrappone ad altra seguitissima rubrica del nostro giornale, quel Exemplis Vitae che ci racconta periodicamente vita e morte di quei personaggi della storia del "Pensiero Forte" da conoscere o riscoprire, ma se un Pensiero Forte deve essere istillato nella mente dei lettori, non può essere fatto senza parlare di Nicola Bombacci, detto Nicolino,  nacque a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì, il 24 ottobre 1879, dopo i primi studi, fu iscritto al seminario di Forlì,  si allontanerà nel 1900 per frequentare la Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, dove si diploma maestro, in  ritardo sui suoi coetanei, ma in contemporanea con un amico di 4 anni più giovane, Benito Mussolini. Nel 1905 si sposa, comincia una peregrinazione come insegnante per le campagne Emiliano Romagnole, è in queste peregrinazioni che avviene la sua conversione al socialismo.

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