Recupero credito, stop al "terrorismo"

Ora di pranzo. Suona il citofono: “Il signor Rossi?”. “Sì, chi è?”. “Devo consegnarle una comunicazione da parte di una società finanziaria”. “La lasci nella cassetta delle poste”, taglia corto Rossi, basito. Sì, perché se qualcuno vuole comunicare qualcosa, di solito, invia una lettera semplice o, se trattasi di materie legate al credito, una raccomandata.

Questo, però, era vero fino a qualche tempo fa, più o meno una decina di anni fa, quando è esploso, in tutta la sua drammaticità sociale, il problema dei prestiti concessi con troppa facilità (a tassi usurai o quasi) anche a chi era già sovraindebitato. Risultato: in pochi sono riusciti a pagare le rate previste e banche e società finanziarie si sono ritrovate sul groppone milioni di euro non pagati, da persone alle quali è praticamente impossibile portar via qualcosa, perché hanno già lo stipendio (se ce l’hanno) impegnato con altri finanziamenti e nessun tipo di proprietà.

Così, banche e società finanziarie, dopo aver cercato inutilmente di trovare un accordo con i loro clienti, si sono affidate a società esterne, per il recupero del credito. E, nel tempo, vista la difficoltà anche di queste società, che pure usano metodi antipatici e martellanti, finanziarie e banche hanno scelto un’altra via: quella della cessione del credito. In buona sostanza, se il signor Rossi deve 10mila euro alla Banca del Piffero, che non ha alcuna possibilità di rientrare di quella cifra, la Banca del Piffero, alla fine, vende il suo credito a una società di recupero, magari al 25 o al 30%, rientrando in piccola parte di ciò che aveva prestato al signor Rossi. Meglio poco che nulla.
A questo punto la società di recupero proporrà a Rossi di chiudere la vicenda a 4/5mila euro, cosa che farebbe risparmiare Rossi e guadagnare, comunque, la società di recupero. Ma se Rossi non riesce a pagare una rata, figuriamoci se può saldare una cifra del genere. Perciò, si mette in difesa, non risponde più al telefono e la società di recupero credito opera un’azione di stalkeraggio perenne, con tre/quattro telefonate al giorno, fino ad arrivare a casa del signor Rossi, ma non con una raccomandata, bensì con la presenza fisica di un collaboratore della società, che lascia il messaggio nella cassetta delle poste.

La lettera è una vera e propria “perla”, perché, al posto del nome della società di recupero, indicato solo sulla sinistra, in testa c’è “Licenza del 2/5/2013 rilasciata dalla Questura di Roma” e più sotto “AVVISO per procedura stragiudiziale “. Insomma, si vuol fare pressione sul signor Rossi, che, se è ferrato in materia, capisce che quella lettera, è carta buona per cestino, ma se è a digiuno di problemi finanziari può essere preso dal panico. E magari contatterà il numero di telefono in calce, che accompagna il nome del collaboratore della società, il quale gli spiegherà che se non chiude l’accordo passerà un guaio, non potrà più avere prestiti o mutui, eccetera eccetera. Insomma, puro terrorismo psicologico, che segue lo stalkeraggio.

Ecco, crediamo davvero che sia giunto il momento di dire basta all’invasione e all’invadenza di queste società di recupero credito, che cercano di devastare ulteriormente la vita di persone già provate da anni durissimi, quelli della crisi economica, in cui hanno cercato di “resistere”, attraverso prestiti e finanziamenti, che poi non sono riusciti a pagare. Il governo del cambiamento,  a nostro giudizio, dovrebbe occuparsi anche di questo, oltre che della pace fiscale. Milioni di italiani, vessati e perseguitati, da banche e società finanziarie e di recupero crediti, gliene sarebbero grati.


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