Europee 2019 - italiani all'estero, questi sconosciuti

Tutti i politici si riempiono la bocca, da decenni, di Europa: dai tempi della Comunità economica europea a quelli attuali dell’Unione allargata, non c’è deputato, senatore, ministro o presidente (di quello che vi pare: del Consiglio, del Senato, della Camera o della Repubblica) che non abbia sottolineato l’importanza di un’Europa forte, anche se, da quando sono sbocciati i movimenti sovranisti, si chiede e si propone una modifica radicale dell’azione di Bruxelles.

Cambiano le ricette, in definitiva, ma non la sostanza: tutti vogliono un’Europa compatta, che al tempo stesso salvaguardi gli interessi nazionali, soprattutto per difendersi nell’economia globalizzata di oggi. Come sappiamo, però, siamo fermi, tanto per cambiare, alle chiacchiere. Le elezioni Europee, dunque, dovrebbero rappresentare, per tutti, un passaggio fondamentale, perché il 26 maggio, giorno del voto, si decideranno gli scenari futuri di Strasburgo e, a cascata, di Bruxelles. In concreto, però, almeno per quel che riguarda i politici di casa nostra, le Europee sono solo l’occasione per cercare di ridare fiato a chi è stato bocciato in Italia (basta leggere le liste elettorali per rendersene conto), senza tener conto, come si dovrebbe, del parere di chi l’Europa la vive quotidianamente, perché abita e lavora in un Paese dell’Unione. Ignorando, poi, totalmente la folta comunità italiana che opera in America Latina, negli Stati Uniti e in tutto il resto del mondo.

Parliamo, in totale, di una platea di oltre 5 milioni di connazionali iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero): secondo gli ultimi dati ufficiali (gennaio 2018) 2 milioni e 768mila in Europa, 2 milioni e 58mila in America (404mila nel Nord e un milione e 654mila nel Centro-Sud), mentre gli altri sono sparsi tra l’Oceania, l’Africa e l’Asia. Ecco, questi oltre 5 milioni di italiani, ancora una volta, saranno i più penalizzati della tornata elettorale europea e buona parte di loro non potrà votare, a meno che non scelga di tornare in Italia per il 26 maggio. Il farraginoso meccanismo messo in piedi per garantire (si fa per dire) il loro voto sembra, infatti, un invito a non esprimersi.

È incredibile, ad esempio, che non sia previsto il voto per posta e che chi è regolarmente iscritto all’Aire e vuol votare i candidati dei partiti italiani debba recarsi necessariamente in ambasciata o al più vicino consolato il 24 o il 25 maggio. O venire in Italia il 26. Molto spesso, infatti, ambasciate e consolati sono a centinaia di chilometri di distanza dalla città di residenza dei nostri connazionali, che scelgono di non votare. Per non parlare degli italiani che vivono lontano dal nostro Continente: o vengono in Italia o non votano. Insomma, una vera assurdità.

Chiariamo subito: nessuna colpa del governo giallo-verde, che ha ereditato questa situazione. Magari avrebbe potuto fare qualcosa per facilitare i nostri connazionali all’estero, ma i tempi erano effettivamente stretti e, dunque, ci limitiamo a suggerire una rapida modifica a questo sistema, che mortifica la vasta platea degli italiani all’estero. Si tratta, in molti casi, di connazionali che sono emigrati non per scelta, ma per necessità, e, dunque, sono già stati sufficientemente penalizzati. Continuare a ignorarli, non preoccupandosi di garantire loro il diritto al voto, appare come un accanimento inutile e colpevole.


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Editoriale

 

I sintomi e la malattia

di Adriano Tilgher

Non sono un medico ma, fra le cose che mi ha insegnato l’esperienza, so che i sintomi servono a capire qual è la malattia che li ha generati e che colpire i sintomi non vuol dire combattere la malattia. Ora, tornando sul piano politico, la questione Sea Watch, il problema immigrazione, l’incapacità, o meglio, l’impossibilità di una ripresa economica, la denatalità e il conseguente invecchiamento della popolazione, il costo e la mancanza del lavoro, la crisi della famiglia, il pressoché totale disinteresse verso la nazione e la solidarietà di popolo, l’assoluto distacco dei giovani dalle ragioni della crisi, la mancata difesa in tutti i settori degli interessi del popolo italiano sono solo alcuni dei sintomi della grave malattia che ha colpito l’Italia, e in generale tutta la società.

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La Spina nel Fianco

 

Nicola Bombacci; un esempio rivoluzionario

Non me ne voglia l'amico Andrea, se per una volta la spina nel fianco si sovrappone ad altra seguitissima rubrica del nostro giornale, quel Exemplis Vitae che ci racconta periodicamente vita e morte di quei personaggi della storia del "Pensiero Forte" da conoscere o riscoprire, ma se un Pensiero Forte deve essere istillato nella mente dei lettori, non può essere fatto senza parlare di Nicola Bombacci, detto Nicolino,  nacque a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì, il 24 ottobre 1879, dopo i primi studi, fu iscritto al seminario di Forlì,  si allontanerà nel 1900 per frequentare la Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, dove si diploma maestro, in  ritardo sui suoi coetanei, ma in contemporanea con un amico di 4 anni più giovane, Benito Mussolini. Nel 1905 si sposa, comincia una peregrinazione come insegnante per le campagne Emiliano Romagnole, è in queste peregrinazioni che avviene la sua conversione al socialismo.

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