Terremoti, il Governo cambi davvero

Dieci anni fa un terribile terremoto devastava una delle città più belle d’Italia, L’Aquila, provocando oltre trecento morti. Oggi - dopo migliaia e migliaia di dichiarazioni di politici, che assicuravano il massimo impegno per la ricostruzione e la rinascita del capoluogo abruzzese - L’Aquila è una città morta, praticamente ferma alla data del sisma, vale a dire il 6 aprile 2009.


Sono cambiati i governi nazionali, i presidenti di Regione e i sindaci, ma il risultato è sempre lo stesso: L’Aquila non spicca il volo, anzi resta a terra, col suo scenario di distruzione e morte. E, quel che è peggio, sembra subentrata, anche negli stessi abruzzesi, una sorta di rassegnazione al peggio, al non veder più risorgere quel meraviglioso centro storico, una delle perle del nostro Paese.


Stesso discorso a una cinquantina di chilometri di distanza, nel Reatino, dove il 24 agosto del 2016 il terremoto distrusse vaste zone di Amatrice, causando in quel comprensorio 299 vittime. Quest’estate, dunque, saranno trascorsi tre anni da questo sisma e la situazione, manco a dirlo, è tragica: a parte qualche casetta prefabbricata, che peraltro evidenzia limiti di ogni tipo, non è stato fatto nulla, per avviare una ricostruzione degna di questo nome. Solo interventi-spot, per ottenere qualche titolo sui giornali, ma niente di organico, niente che faccia parte di un vero piano di rinascita di Amatrice. E, dunque, anche il poco che è stato fatto risulta totalmente inutile, perché destinato a perdersi nel nulla.


Ecco, ci pareva giusto, a dieci anni dall’Aquila, segnalare lo schifo di un Paese governato, da sempre, da uomini che si riempiono la bocca di belle parole, ma che, in concreto, non muovono un dito per chi soffre, per chi è stato colpito da una sciagura, come il terremoto, e ha perso tutto. Presidenti del Consiglio e della Repubblica si sono recati nei luoghi della tragedia solo per promettere, mai per portare qualcosa di reale, per testimoniare con i fatti la volontà di far ripartire questi territori.


Il nostro auspicio - e speriamo davvero che non resti tale - è che il governo del cambiamento dimostri, con azioni concrete, di essere diverso dai precedenti. La scelta del commissario straordinario, il geologo Piero Farabollini, si è dimostrata, finora, sbagliata e controproducente. Non lo diciamo noi, ma i sindaci dei centri interessati dal sisma e i risultati ottenuti in sei mesi dal nuovo commissario, che sono pari allo zero. Il professore è senz’altro preparato, ma, evidentemente, non è la persona adatta per ruolo, dove non serve mettersi in cattedra e dare lezioni, ma dove bisogna confrontarsi quotidianamente, da un lato, con i sindaci, per comprendere le necessità dei luoghi disastrati, e, dall’altro, col governo, per ottenere risposte tali da soddisfare le esigenze dei Comuni colpiti dal sisma. E questo, finora, non è avvenuto.


È il caso, a nostro avviso, di dare un segnale forte. Dire che bisogna dare tempo al commissario straordinario, dopo sei mesi di nulla, è ciò che avrebbero fatto i governi del passato, quelli che non hanno capito (meglio: non hanno voluto capire) la gravità della situazione in questi territori. Dall’esecutivo gialloverde, invece, ci aspettiamo un cambio di marcia e, visto che Farabollini ha oggettivamente fallito anche un cambio di commissario straordinario. Perché in quel ruolo serve qualcuno che avvii - non freni - la rinascita di Amatrice, L’Aquila e tutti i Comuni colpiti dai terremoti del 2009 e del 2016. Continuare a sbagliare sarebbe davvero criminale, perché vorrebbe dire mettere una pietra tombale sulla speranza di “resurrezione” di questi nostri concittadini.


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