L'università italiana è ancora la migliore nonostante la globalizzazione

Non è stata data la dovuta importanza, nei giorni scorsi, ai risultati della classifica delle migliori università del mondo elaborata, su diversi parametri, dall’inglese “World University Ranking” di QS (sigla che indica gli ideatori di questa classifica: la lettera Q indica il cognome proprio di un italiano, Nunzio Quacquarelli...). Tra esse, la romana Università “La Sapienza” (che fu potenziata dal fascismo nel 1935) ha ottenuto una graduatoria di tutto rispetto in confronto alle più quotate e citate università del mondo. In particolare, è risultata prima negli studi classici e storia antica, undicesima in archeologia, trentaquattresima in fisica e astronomia. Ma non solo gli studi classici sono stati una prerogativa italiana, perché anche il noto “Politecnico” di Milano (che anch’esso vide una profonda ristrutturazione nel 1927) si classifica, per le sue materie, tra i primi dieci.

In linea generale, al di là delle singole materie, le Università italiane sono al settimo posto nel mondo per numero totale di università incluse nella classifica di QS: da tener presente che questa classifica include ben 41 università italiane, che sono state quindi ritenute degne di essere inserite nella classifica, e già questo è un primato. E molte di esse migliorano le loro posizioni rispetto agli anni precedenti.

Del resto, che le nostre Università producano risultati eccellenti lo vediamo nelle ricerche in medicina, nelle scienze fisiche, nella tecnologia: per esempio, tra poche settimane verrà lanciato nello spazio un satellite totalmente italiano, “Prisma”, le cui fotografie avranno un’altissima definizione al fine di poter individuare le aree del pianeta che si stanno degradando e dove sono possibili ricerche minerarie.

A questi risultati va aggiunto anche il crescente interesse per la lingua italiana: la rivista specializzata “Ethnologue”, che studia la diffusione delle lingue nel mondo, anche quelle parlate da poche migliaia di persone, ha indicato l’italiano come la quarta lingua più studiata al mondo, dopo inglese, spagnolo e cinese. La cosa è sorprendente, perché le altre tre lingue si basano su un gran numero di persone che l’hanno acquisita come lingua materna mentre l’Italia può contare al massimo, tra popolazione residente, emigrati, oriundi e piccole aree parlanti l’italiano come la Svizzera, su un’ottantina di milioni di persone. Evidentemente, l’attrazione per l’italiano deriva dalla cultura del nostro Paese e forse anche, come abbiamo indicato in apertura, dalla qualità delle nostre Università. Attualmente, i dati statistici ci informano che sono 2.145.000 gli studenti stranieri che studiano l’italiano in 115 Paesi.

Queste due notizie inducono però ad alcune riflessioni.

Com’è noto, la spesa per l’istruzione superiore – e, in particolare, per le Università e centri di ricerca – è nettamente in calo da molto tempo, sia per una sottovalutazione della sua importanza sia per la politica di austerità imposta dall’Unione Europea. Essa, invece, va potenziata proprio in considerazione dei successi che, nonostante tutto, le nostre Università stanno ottenendo. Ma per spesa non s’intendono solo i miglioramenti tecnici, le strutture, il personale docente e non: s’intende anche l’incremento delle borse di studio e delle esenzioni dai diritti d’iscrizione a favore di tanti studenti meritevoli e volenterosi i quali, tuttavia, per ragioni finanziarie o per necessità di lavoro immediato, non possono accedere come vorrebbero agli studi universitari.

A questo proposito, visto che è in discussione il reddito di cittadinanza, pensiamo che esso dovrebbe essere corrisposto non solo con la prospettiva di un’occupazione ma anche per la frequenza – con risultati positivi – ai corsi universitari e simili. E anche i corsi d’italiano vanno meglio organizzati e ampliati: la responsabilità è affidata al Ministero degli Esteri, d’intesa con quello dell’Istruzione, ma spesso i rappresentanti delle comunità italiane all’estero (eletti nei cosiddetti “Comites”) denunciano deficienze e trascuratezze.

L’altra considerazione riguarda le conseguenze, purtroppo negative, di questa eccellenza universitaria italiana. Per diversi motivi – l’inesistenza di un collegamento efficiente e costante tra Università e apparato produttivo, l’egoismo economico degli imprenditori, l’assenza di un interesse pubblico alla tutela del patrimonio intellettuale che spesso significa anche brevetti e sfruttamento industriale - i nostri giovani laureati sono costretti ad emigrare per applicare i loro studi e le loro capacità in altri Paesi che li accolgono volentieri. In media, ogni anno sono circa 70.000 i laureati che emigrano, cui si aggiungono altrettanti diplomati.

E anche di questo problema, che impoverisce culturalmente e tecnicamente l’Italia, un governo – comunque sia composto – se ne dovrebbe occupare attivamente. Forse, esso è ancor più grave della diminuzione delle nascite, perché le poche generazioni del futuro saranno sempre più ignoranti e incapaci di far sviluppare la Nazione, che perderà così ulteriormente il suo ruolo nello scenario mondiale.

 


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Editoriale

 

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