È partito l’assalto al governo

I segnali, ormai, ci sono tutti: i potentati economici e finanziari, i loro politici di riferimento (da Mattarella a Matteo Renzi, passando per Berlusconi e Brunetta) e la solita, complice, Unione Europea, asservita a banche e simili, sono pronti a fare la festa al governo gialloverde. E, certo, non per farci andare a votare, ma per mettere in scena la consueta ammucchiata, che non consentirebbe a nessuno di governare davvero e consegnerebbe, una volta di più, l’Italia nelle mani di decisori esterni, leggi Draghi (Bce) e Commissione europea.

Quello che avevamo paventato nelle scorse settimane, in definitiva, sta prendendo sempre più forma, soprattutto dopo il nuovo tonfo del Movimento 5 Stelle, stavolta in Sardegna, dove il centrodestra (quello vecchia maniera, con Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia) ha vinto in modo netto e i grillini si sono fermati poco oltre il 10 per cento.

L’unico baluardo rimasto sembra Matteo Salvini, che, all’indomani del voto sardo, si è affrettato a dire che, a livello nazionale, non cambia nulla, che lui ha un contratto in essere, che deve durare cinque anni, e che non ha nessuna intenzione di tradire la parola data. Anzi, ha aggiunto, bisogna fare il possibile per aiutare l’alleato in difficoltà.

Parole, quelle di Salvini, che hanno lasciato di stucco il centrodestra, ma anche tanti leghisti, che non vedono l’ora di staccare la spina a questo governo, per tornare a quelle belle ammucchiate del passato, dove nessuno comandava e tutti si preoccupavano solo dei loro piccoli interessi particolari. Cosa che, con questo governo, risulta più difficile: qui ci si concentra su battaglie vere, come la lotta all’immigrazione selvaggia e ai trafficanti di esseri umani, che, come ricorda spesso Salvini, sta dando buoni frutti.

Per questo motivo, i giornaloni e le tv di regime hanno avviato una campagna senza precedenti, per evidenziare la debolezza di Luigi Di Maio e per rilanciare gli appelli a Salvini per un ritorno al vecchio centrodestra, anche a livello nazionale. Il grimaldello è rappresentato, ancora una volta, dalla Tav, che i cinquestelle hanno sempre detto di non voler portare a termine, perché i costi sarebbero superiori ai benefici. E, certamente, non è un caso che anche un uomo moderato e prudente come il ministro dell’Economia, Tria, abbia detto, subito dopo le elezioni sarde, che la Tav si deve fare. Tutti conoscono il forte legame che esiste tra Tria e l’Unione Europea e, dunque, è chiaro l’intento di scardinare, in ogni modo possibile, l’alleanza tra Lega e Cinque Stelle.

L’assalto a Palazzo Chigi e all’accordo di governo, insomma, è partito. E, nelle prossime settimane, vedremo di tutto. Per ora, leggiamo interviste di governatori leghisti, che dicono senza mezzi termini che la Tav si deve fare e che i grillini devono farsene una ragione, ben sapendo che, così, si va solo allo scontro frontale e alla fine del contratto su cui si regge l’esecutivo nazionale. Non solo: i giornaloni danno notizia anche - e con una certa enfasi - che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giorgetti, vola negli Stati Uniti, per rassicurare gli alleati sulla stabilità del quadro politico italiano.

Tutto molto bello. La speranza è che Giorgetti non vada negli Stati Uniti a prendere ordini per l’ammucchiata che sarà e che i ben informati dicono sarà proprio lui a guidare. Per l’Italia sarebbe una vera tragedia, che, come al solito, colpirebbe non chi l’ha causata, ma i cittadini inermi. Ci immaginiamo già una manovra “correttiva” (di cosa poi?) lacrime e sangue, che impoverirebbe sempre più il Paese, ingrassando ancora banchieri e finanzieri.


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