La comunicazione e la politica dell'effimero

Appesi a un “tweet” o a un “post” su Facebook. I cittadini italiani, ormai, sanno che i loro rappresentanti in Parlamento e nelle più importanti istituzioni, italiane ed europee, quando devono annunciare qualcosa di importante o, più semplicemente, quando sentono il bisogno di dire la loro su argomento, prendono in mano lo smartphone (la versione moderna del vecchio telefono cellulare) e “digitano” la loro verità. Che molto spesso, a dire il vero, fa acqua da tutte le parti, lascia perplessi i cittadini e viene sommersa da migliaia di altri tweet o da commenti al post. E, quindi, molto spesso i nostri politici sono costretti a fare marcia indietro, cancellando tweet o post. 

Questo avviene in Italia, dove il dilettantismo degli attuali politici è a dir poco imbarazzante, ma anche nel resto del mondo, a cominciare dagli Stati Uniti d’America. E a noi appare la dimostrazione concreta di quanto sia effimera e vuota l’attuale politica, facendoci rimpiangere i “sani” comunicati di una volta. “Il Quirinale ha annunciato con una nota che il Presidente della Repubblica si recherà a visitare le zone terremotate”, annunciava solenne il Tg1 delle 20, in occasione di una visita ufficiale.

Già, la nota, il comunicato, allora, era qualcosa di solenne, di importante. Un politico, soprattutto se aveva incarichi di governo, prima di scrivere un comunicato, studiava quel che voleva annunciare, poi, insieme al suo addetto stampa, buttava giù una bozza, che, prima di diventare ufficiale e di essere data in pasto alle agenzie di stampa, veniva vagliata attentamente dalle “teste” più importanti dello staff.

Insomma, prima di dare un annuncio, ci si pensava non una, ma dieci volte. Adesso, invece, nella società dell’immagine, del “presenziassimo” a tutti i costi, si fa a gara a chi “twitta” di più e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: stupidaggini a qualunque ora del giorno, che, se non sono motivo di scontro, costringono comunque l’estensore a dover precisare, rettificare e, spesso, a cancellare. Per carità, anche nell’epoca dei comunicati stampa si faceva marcia indietro e si rettificava, ma si trattava di casi rari, che, il giorno dopo, finivano nei “pastoni” politici dei giornali: “Il ministro Tizio costretto a rettificare il suo comunicato”. Notiziona, che oggi, invece, non ha alcuna importanza, perché è pane quotidiano.

Il punto, in definitiva, è proprio questo: la notizia. Sì, perché il novantanove per cento dei “tweet” o dei “post” che leggiamo oggi - e, sinceramente, possiamo metterci anche quelli non politici - sono proprio da “chissenefrega”. Oggi siamo invasi da “non notizie”: politici parlano di cose che non conoscono, dicendo castronerie clamorose, o che devono avvenire, annunciandole come fatte, per essere poi smentiti dopo poche ore o dopo qualche giorno; mistificano i dati, esultando per risultati futuri “certi”, che alla prova dei fatti si dimostrano, quasi sempre, pura utopia.

Ecco, la notizia non c’è più. Siamo ridotti al “tweet”, al “post”, al “like”, che possono essere rimossi in batter d’occhio. Si può dire tutto e il contrario di tutto, tanto, poi, basta un clic per cancellarlo. Alla faccia della capacità e della serietà, che dovrebbero essere prerogative immancabili di chi rappresenta un Paese. E, invece, sceglie l’effimero, per mascherare il nulla che lo contraddistingue.


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