L'Ater, Zingaretti e l'inciucio

Dopo quasi sei anni di commissariamento da parte del governatore Nicola Zingaretti, le Ater del Lazio sono praticamente fuori controllo: senza i Consigli di Amministrazione, decidono tutto i commissari, che sono emanazione diretta dei politici locali, ai quali, dunque, devono essere “graditi” i direttori generali, scelti dai commissari stessi.

 Così, quei posti tanto ambiti sono spesso oggetto di contrattazione. Ed è esattamente quello che è avvenuto all’Ater della Provincia di Roma, dove lo scorso 8 gennaio è stato nominato direttore generale, ad interim, il dirigente Luigi Bussi. I bene informati raccontano che questa nomina è il frutto di un’intesa, neanche troppo nascosta, tra gli uomini di Zingaretti e Laura Cartaginese, consigliera regionale di Forza Italia: la Cartaginese ha votato contro la mozione di sfiducia a Zingaretti e, in cambio, ha chiesto, per Bussi, la direzione dell’Ater della Provincia di Roma. Il governatore ha dato il suo “via libera” all’operazione, perché aveva assoluto bisogno del voto della Cartaginese, ma in questi giorni si sta accorgendo che, da questa nomina, potrebbero arrivare problemi seri.

 Sì, perché Luigi Bussi non è un nome qualsiasi, ma quello di un signore che all’inizio del Terzo Millennio venne arrestato a Malta, con l’accusa di essere il collettore di 450 milioni di lire mazzette sulle gare per i “ticket restaurant”, all’interno dell’Inail.

 Intercettazioni e attività investigative avevano individuato, senza possibilità di errore, Luigi Bussi come l’anima nera dell’Inail e il processo, conclusosi nel 2004 portò a una condanna di quattro anni e quattro mesi nei suoi confronti. “In sintesi – si legge nella sentenza, datata 19 febbraio 2004 – Bussi Luigi può essere definito quale pubblico ufficiale che sistematicamente strumentalizza e asserve la pubblica funzione esercitata ad interessi di parte e principalmente all’arricchimento e al raggiungimento di posizioni personali di potere. In sostanza, trattasi di soggetto che, introdottosi nei centri vitali della Pubblica Amministrazione centrale, sfrutta e perverte in modo parassitario la pubblica funzione svolta e, più in generale, l’attività amministrativa interessata dal suo intervento”.

 Da allora, sono passati 15 anni e Bussi, dopo essersela cavata grazie alla prescrizione del reato, in virtù delle lungaggini della Giustizia italiana, si è ricollocato nel pubblico, assumendo, come detto, il ruolo di dirigente all’Ater della Provincia di Roma. Ma la giustizia non lo ha mollato e nel 2016 la Corte dei Conti, con sentenza definitiva, lo ha condannato a risarcire l’Inail per 232.405,60 euro. E, allora, la domanda sorge spontanea: possibile che nessuno si sia accorto dei “problemi” di Bussi, prima di nominarlo direttore generale? Ancora: è possibile che nessuno si sia posto dei dubbi di opportunità, nell’indicare questo nome per guidare un’azienda importante come quella che gestisce le case popolari nell’hinterland romano? Evidentemente no e, anche stavolta, la politica ha scelto la via dell’inciucio.

 L’auspicio è che tutto questo venga preso in considerazione da Zingaretti e dai suoi collaboratori, quando, nelle prossime settimane, verrà pubblicato dall’Ater Provincia di Roma – azienda di proprietà della Regione Lazio – il bando per scegliere il direttore generale per i prossimi tre anni, al quale Bussi ritiene di dover partecipare come favorito. Incurante del fatto – lui come i suoi sponsor – che i giudici lo abbiano indicato pericoloso e dannoso per la Pubblica Amministrazione. A volte ritornano. E tutti – dai sindacati all’opposizione in Consiglio regionale, passando per l’assessore competente – tacciono.


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Editoriale

 

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