Il ritorno di "Dibba" pericolo per il governo

Dopo sei/sette mesi di ferie mascherate da viaggio di lavoro, è tornato in Italia Alessandro Di Battista il “gemello diverso” del vicepremier Luigi Di Maio: sono stati soprattutto loro due, infatti, a trascinare la straordinaria crescita del Movimento Cinque Stelle, sono stati loro, mentre Grillo strillava nelle piazze e sul web, a spiegare che il Movimento poteva e doveva essere forza di governo. Fatto che si è puntualmente avverato nel 2018, sia pure in collaborazione con la Lega di Salvini.

Il proposito inziale, andare al governo da soli, senza allearsi con nessuno, si è, però, rivelato pura utopia e, dunque, i pentastellati sono dovuti scendere a patti con chi aveva preso più voti, subito dopo di loro (la Lega). E qui nasce il problema vero: Salvini e la Lega hanno sempre in caldo l’opzione centrodestra e, se si votasse oggi, è molto probabile che sceglierebbero questa alleanza. Il Movimento Cinque Stelle, invece, è destinato a correre da solo e tutti i sondaggi lo danno in preoccupante crisi di consensi.

Ecco, dunque, che, per riacquistare un po’ di popolarità, Grillo ha imposto il ritorno di Di Battista, che verrà usato come “acchiappavoti” per le prossime Europee, anche se una sua candidatura viene esclusa in modo categorico (per ora). Il fatto è che se Di Maio si è sempre mostrato disponibile al dialogo con l’alleato verde, tanto che il governo Conte ha retto, sia pure tra una litigata e l’altra, il rientro di Di Battista non fa presagire nulla di buono per l’esecutivo. Sì, perché “Dibba”, anche dall’estero, ha preso posizioni dure contro la Lega e, già in passato, si è mostrato poco incline al ragionamento. Basti pensare agli attacchi a Salvini sulla vicenda dei milioni “spariti”, che la Lega deve restituire.

Non solo: importanti governatori leghisti, quali Fontana (Lombardia) e Zaia (Veneto) hanno detto a chiare lettere che, se non passerà la cosiddetta “autonomia differenziata”, il meccanismo che dovrebbe trasferire competenze statali alle Regioni che le chiedono (il voto in Parlamento è previsto per il 15 febbraio), non potrà che esserci una crisi di governo. E, dopo le recenti espulsioni operate nel M5S, il margine di sicurezza a Palazzo Madama si è ridotto a quattro senatori.

Insomma, Conte e il suo esecutivo cammineranno su un campo minato e quello che potrebbe sembrare un aiuto – Di Battista, appunto – in realtà diventerà presto un ulteriore pericolo. Perché, se è vero che “Dibba” ha già annunciato che, dopo le Europee, viaggerà qualche mese in Africa, è difficile credere che Grillo e Casaleggio, delusi dalla crisi di consensi del M5S, non puntino su di lui per il dopo Di Maio, che potrebbe arrivare molto prima del previsto. Magari già a febbraio, se l’autonomia differenziata non passasse, anche grazie al “no” di qualche fedelissimo di Di Battista, e Conte cadesse, spalancando le porte a un ribaltone all’interno del Movimento grillino.                                                                                                                            


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