Fermi alle 3.36

La Ripartenza è stato il nome della Sagra degli spaghetti all’amatriciana 2018, una flebo di speranza agostana nata dalla tempra forte di una comunità dei monti della Laga. Il 24 agosto 2016 una scossa di terremoto di magnitudo 6.0 seguita da altre sorelle, per fortuna non gemelle, rase al suolo Amatrice con le sue 69 frazioni, 242 morti dei 299 complessivi dell’area interessata dal sisma. Alla concitazione dell’attimo, di quei pochi secondi in cui la storia personale e quella di una comunità precipitarono nell’abisso di terrore e macerie, sono seguiti eroici interventi della “macchina” dei soccorsi. Soldati in trincea, politici avvolti e infiocchettati nelle gravi frasi di circostanza, opinionisti, giornalisti spararono trasmissioni, terrorismo da audience, insomma ci mangiarono sopra come i corvi negli “Uccelli” di Hitchcock.

Il pensiero debole dissolve i fatti, tra un anno anche il ponte Morandi sarà in soffitta perché altri drammi avranno agito da rimozione, riempito i talk show di esperti poltronieri, blablisti fankazzisti utili a riempire l’arredamento degli studi. Dopo 26 mesi Amatrice è un mucchio di macerie tritate dalle macchine là dove c’era l’Istituto delle ancelle del Signore. Oltre seicento abitazioni abbattute, 97 chiese da rottamare patrimonio sacro della comunità, di cui solo 14 messe in sicurezza per quel che ne resta, al posto del famoso Hotel Roma c’è solo l’aria, tutta la ristorazione si è trasferita nell’ Area Food di S. Cipriano. Corso Umberto I è finalmente sgombro, lingua pulita tra detriti e calcinacci, il simbolo del paese, la torre civica incravattata, è lì con i suoi 27 m, resiste dal ‘200 scandendo il tempo surreale di questa valle montana, dice a tutti: qui s’è fermato alle 3.36. ma un nuovo inverno arriva.

Andiamo al sodo, le casette sono arrivate, non tutte però, il Mibact è all’opera per salvare la memoria storico-culturale dell’area, sono stati poggiati mini alloggi per eventuali turisti che non siano mordi e fuggi, sempre in località S. Cipriano si è spostata l’attività commerciale, scuole riaperte in prefabbricati in un polo che ospiterà circa 300 studenti di più ordini di istruzione (grazie a Sergio Marchionne), aiuti economici agli allevatori, titanici lottatori per la salvezza del bestiame. Dire, in breve, che non si è fatto niente è falso anche perché le emergenze passate e presenti sono un macigno di una patria debole per territorio, manutenzione di un patrimonio immenso coniugati all’anoressia dei bilanci. Vero invece l’abbandono metafisico delle frazioni, ferite senza cuciture, macerie spettrali le hanno trasformate in inquietanti fantasmi, ectoplasmi sepolcrali della memoria.

La vita di un paese è stratificazione, lenta scrittura su pagine bianche, impossibile riscrivere il libro smarrito, restano i ricordi della sua lettura, appunti sparsi, pagine strappate per un lembo.

Ora però è tempo di una riflessione severa sul da farsi, passato il tempo delle casette e degli alberghi c’è una sola via per resuscitare il morto, ricostruire il paese esattamente dov’era seguendo norme antisismiche ed un rigido regolamento edilizio ma lasciando ai proprietari dei lotti la libertà della forma perché il centro riacquisti il sapore della creatività ceduta agli eventi. Salvare quel che resta incorporandolo nel nuovo perché viva la memoria di quel 24 agosto. L’alternativa è un cimitero di fantasmi dove la natura è in agguato.


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Editoriale

 

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