Le Olimpiadi austro-ungariche

Dev’esserci una sindrome da Olimpiade nella casa rumorosa del M5S, dopo il nun se po’ fà di Virginia Raggi alla candidatura di Roma (l’ennesima) alle Olimpiadi del 2024, la Torino grigia postindustriale “s’appende” alla decisione del CONI, fuori la città esoterica dai giochi invernali del 2026, dentro Milano e la chiccosa Cortina.

 Andando alla memoria, afflitta da alzheimer del nostro Bel Paese, la Città Eterna non gioca coi cinque cerchi dal lontano 1960 (papà comprò apposta la televisione, Berruti ci incantò in quella mitica finale dei 200), poi, in stile con le strade, solo buche, nel 2004 la rutelliana avance di Roma fu scippata da Atene, per il 2020 l’Italia di Monti entrò a gamba tesa in nome della crisi finanziaria, lo sport del neosenatore “napolitano” era ben altro: sforbiciare, tassare, succhiare, non certo aprire i cordoni della la borsa. Del 2024 s’è già detto, qualcuno briga per il 2028 ma dietro l’angolo ci sono Meneghino e Cecca già con la mano alzata.

 Turin le sue Olimpiadi invernali ce l’ha già avute, era il 2006, organizzazione perfetta, parsimoniosa, tre villaggi olimpici, nuovi impianti, sia in città che sul Sestriere e a Bardonecchia. Cortina invece le aveva ospitate nel lontano 1956, la sua candidatura vinse finalmente su Montreal grazie alla diplomazia del conte Alberto Bonacossa, appassionato di pattinaggio artistico, e di un altro nobiluomo Paolo Thaon di Revel, membro decisivo del CIO.

 Il gotico Malagò, dall’ accento romanesco, dichiara rien va plus, i giochi sono fatti, sul tavolo del CONI le aspiranti arrivate erano due Milano & Cortina d’Ampezzo, eppur sappiamo di un’olimpiade della neve divisa equamente tra le tre teste regionali dell’Italia, una novità assoluta ma anche un “contrattino” politico giallo-verde, visto chi governa Torino, il Veneto e la Lombardia. Incontri diplomatici, proposte, braccini di ferro, irrigidimenti, un tran-tran italico riportato da tutti i quotidiani, ma la missione è risultata impossibile, o Torino o niente pare essere stata la risposta.

 Fatto sta però che la città italica prediletta da Nietzsche resta a guardare il Po, il vaffa grillino, per l’occasione, s’era zittito, anzi la sindaca granata voleva i cerchi tutti per se e c’è rimasta male, una sberla non fa mai bene, soprattutto per una città ingrigita, noiosa, come osservava lo scomparso Guido Ceronetti. La FIAT, un orgoglio industriale, ha cambiato nome, pelle e stabilimenti, lasciando la patria sabauda di stucco, cercasi evento disperatamente per rilanciare l’immagine d’una città che fu capoluogo pro tempore d’un Regno, beh s’accontenti della Juventus addolcendosi coi gianduiotti.  La Lega ha fatto strike, Fontana, Zaia, Salvini si sfregano le mani, colgono il pomo d’oro e persino il piddino Sala l’addenta con un gustoso morso. Raggi e l’Appendino ci ricordano la piccola fiammiferaia, sempre con un cerino in mano quando si tratta di rischiare il salto, il fiammifero si spegne, provano ad accenderne un altro, ma al tempo stesso ci soffiano sopra.  

 Onestamente però ci sfugge la filosofia di porzionare un evento sportivo su più tavoli, ancor di più non la capiamo se una candidata plausibile ha già le strutture per ospitare la kermesse del bianco, le altre no o sono tutte da adeguare, parlano di occasione da sfruttare e allora ci viene in mente un aforisma del fu Giulio Andreotti “A pensar male si fa peccato, ma spesso s’ indovina”.


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Editoriale

 

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