Industria 4.0 e Modello Italiano

Questo articolo si presenta come il primo di una serie, riguardante alcuni argomenti di attualità economico-finanziaria, che l'autore intende affrontare.

Dal maggio 2015, è partito in Cina un ambizioso progetto “Made in China 2025”, che prevede un rinnovamento di tutto il gigantesco comparto industriale cinese, in un'ottica “industria 4.0”. La “fabbrica del mondo”, negli obiettivi del progetto, si trasformerà da una produzione a basso costo e basso valore aggiunto, in un mostruoso conglomerato di produzioni automatizzate, ad alto valore aggiunto, dove verranno sperimentate e messe in pratica innovative tecniche produttive. Se questo dovesse avvenire, visto che il processo sarà difficilmente reversibile, in un futuro non troppo lontano, la Cina diverrà sicuramente un fulcro produttivo mondiale e molto probabilmente, anche un traino per l'innovazione. A parte gli aspetti etici ed i rischi connessi alla massiccia adozione di intelligenza artificiale e robotica, che, come è stato ampiamente rimarcato durante il vertice di Davos, potrebbero essere fonte di forti squilibri sociali e alla perdita di moltissimi posti di lavoro, non tutti riassorbibili, per competenze o per numero, nei nuovi servizi che verranno generati dal nuovo tipo di produzione. Anche in Italia, nel 2016, Il Piano Nazionale Industria 4.0 è stato approvato con la legge di Stabilità, più per propaganda e per “sensazionalismo tecnologico”, che per la propria reale applicabilità. Senza scendere nei dettagli, le poche aziende di un certo livello produttivo rimaste sul suolo nazionale, sarebbero in grado, una volta raggiunti tutti gli obiettivi da parte dello Stato (internet a banda ultralarga e Pubblica Amministrazione Digitale), ad avere sufficienti risorse per poter adeguare le loro linee produttive ed i processi interni agli standard del 4.0? Ma le PMI, che hanno rappresentato e rappresentano l'ossatura della nostra economia, come potranno essere coinvolte in questi processi e quali benefici ne trarranno? A chi scrive, fa sorridere immaginare di parlare con qualche proprietario di una piccola impresa, sommersa dalla burocrazia e coinvolta nella quotidiana lotta per tirar fuori gli stipendi per i dipendenti, dei benefici che la sua azienda avrebbe adottando soluzioni 4.0 e ricevere di rimando, una smorfia, come si fosse appena messa in discussione la fedeltà della moglie del titolare o anche peggio! Consideriamo poi che le PMI italiane, sono, per la maggior parte, composte dai grandi esclusi da questa nuova rivoluzione industriale: gli artigiani. Cosa è stato pensato per questa categoria? Che benefici può portare una massiccia robotizzazione a delle persone che realizzano opere d'arte con il loro lavoro manuale e con il loro “saper fare”, appreso in anni ed anni di pratica, sbagli e fatica? In Giappone, gli artigiani che si contraddistinguono per i loro prodotti, che possono essere di ogni genere, sono considerati e tutelati come patrimonio dello stato, tanto per marcare una differenza con la realtà che conosciamo.

 


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Editoriale

 

La valenza sociale del lavoro

di Adriano Tilgher

Per il liberismo il lavoro è soltanto un costo di produzione e, per le leggi di mercato, i costi vanno tagliati. In tale mostruosa concezione dei rapporti umani la fa da padrone il profitto economico individuale, senza tenere in alcuna considerazione il profitto sociale: ovvero tutta l’utilità che deriva per la comunità da un corretto rapporto sociale. 

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Video

Il Bastian Contrario

 

Aspettando il tuo ritorno

Caro Mario,

Non ti nego che provo una certa emozione mista a nostalgia, dovendo scrivere, a nome della Redazione del Pensiero Forte, un pezzo per la rubrica del Bastian Contrario. Una rubrica fatta su misura per te, per la tua penna intransigente, per i tuoi articoli, le tue riflessioni, ricchi di enfasi, passione, cuciti addosso a te, come medaglie sulla divisa di un soldato.

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