Looped, speranza per il futuro della moda nella Nuova Era

Il mondo sta cambiando velocemente e con esso cambia anche il mercato. La moda, eccellenza del nostro Paese, non è esente da queste mutazioni e si deve interrogare costantemente sull’adesione ad una ecologia sempre più sostenibile ed in armonia con le prospettive di un futuro migliore. Sulla scia di questo cambiamento nasce Looped, una giovanissima piattaforma di moda che si propone di realizzare un cambiamento concreto attraverso metodi innovativi ed una solida filosofia alle spalle che mette al centro l’etica comunitaria. In attesa del lancio dell’azienda, abbiamo intervistato Martina Sorghi, una delle fondatrici.

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Martina, come nasce questo progetto Looped, e perché questo nome così particolare?

Looped è una community di designer, artisti e creatori che lavorano con l’upcycling di materiali e indumenti esistenti, una piattaforma per persone che vogliono cambiare l’attuale sistema della moda. L’upcycle è una tecnica di riciclo, un modo alternativo per realizzare vestiti che implica il riutilizzo di materiali scartati in modo da creare un prodotto di qualità o valore superiore rispetto ai componenti originari, senza fare nulle per rielaborare il materiale di cui è composto, cosa che invece il classico riciclo fa. Per fare un esempio pratico, l’upcycle è trasformare scarti di tessuto in un bellissimo vestito trendy, oppure più banalmente prendere la giacca datata della nonna e trasformarla in un nuovo paio di pantaloni (n.d.r. basti pensare che ogni anno vengono prodotti100 miliardi di capi di abbigliamento, ma meno dell’1% viene riciclato, e circa 500 miliardi di dollari vengono persi a causa del sottoutilizzo o della mancanza di riciclo).

Il nostro progetto nasce all’incirca un anno fa. Siamo tre fondatrici donne, da sempre appassionate di moda e sostenibilità, e di società direi anche, con già un precedente lavorativo nella moda. Io sono italiana, le altre due sono australiane e ci siamo incontrate a Londra, dopo aver lavorare complessivamente in Australia, Stati Uniti, Regno Unito e Italia. Lavoravamo come volontarie in un gruppo che fa campagne mirate all’industria della moda, con l’obiettivo principale di promuovere la consapevolezza sulle pratiche insostenibili del settore della moda, insieme a professionisti, attivisti creativi, organizzando campagne, dibattiti ed eventi per incoraggiare il cambiamento, andando verso un’industria della moda più sostenibile ed etica. L’idea di Looped è nata dalle nostre osservazioni personali, di prima mano, sulla mancanza di cambiamenti tangibili in questa industria, che tendenzialmente usa tante parole ma poche azioni, e pertanto abbiamo voluto divenire noi il catalizzatore di questo cambiamento, sviluppando il nostro concetto di “looped, basato su un’economia circolare che re-inventa i rifiuti tessili invece di scartarli. Crediamo che ciò potrebbe davvero cambiare l’industria della moda in meglio.

 

Parlando proprio di economia circolare, come siete entrate in contatto con questa prospettiva? C’è già tanto attivismo nell’ambito della moda, ma voi avete posto una particolare attenzione all’aspetto ecologico, inteso in senso ampio, ma anche all’ambito etico. Un’etica legata solo all’ambiente, o anche all’organizzazione vera e propria del lavoro?

C’è da dire che ci sono molti aspetti legati a ciò. Nel sostenibile, l’idea di una economia circolare è sempre più presente, quasi obbligatorio per le evidenze ecologiche e i cambiamenti che si vedono, ci sono, e perciò dobbiamo muoverci in tal senso. Noi abbiamo notato che una delle cose più sostenibili, per quanto riguarda la moda, è appunto l’upcycle, come stiamo cercando di fare noi. È pieno di designer emergenti che già lavorano con queste tecniche, perciò vogliamo riunirli in questa nostra piattaforma, con l’indirizzo a consumatori che già sono consapevoli di queste tematiche, o anche incuriositi da ciò, e cercheremo di spingere questa idea. Quello che importa, diciamo, della nostra filosofia è che diamo tanto peso al discorso di comunità: a nostro parere, per compiere un vero cambiamento, c’è bisogno di collaborazione.

Per adesso che siamo un po’ limitati dalla pandemia da Covid non abbiamo la possibilità di organizzare eventi in presenza, dunque ci stiamo concentrando sulla creazione della community online, ma non appena possibile ci piacerebbe organizzare eventi fisici ed iniziative di collaborazione anche con altre persone che la pensano allo stesso modo e fanno parte dell’industria, come designer, brands, consumatori con creatori. Questo è un aspetto secondo noi importante e rivoluzionario per rendere l’industria davvero sostenibile.

 

Lo spirito comunitario, il fare comunità, è quello che interroga le stesse aziende, un elemento molto importante. Si sente tanto parlare di ecologia e sostenibilità, ma poi si va a finire nel solito sistema turbo-capitalista, sul capo di moda viene attaccata un’etichetta che parla di sostenibilità ma in realtà dietro c’è lo stesso sistema di sempre, che è sistema di pensiero e di economia. Quindi, correggimi se sbaglio, c’è la volontà di dare un’impronta nuova alle aziende, e più in generale alla moda, grazie proprio a questa filosofia comunitaria. Hai usato una parola molto importante, cioè “cambiamento”: in questo anno 2021 pensiamo al Great Reset, alle esigenze climatiche ma non soltanto, anche alla variazione delle strutture geopolitiche e quindi una variazione del modo di commerciare in tutto il mondo. Appare chiara l’esigenza di un’etica professionale che sia veramente umana, nel senso più autentico del termine. Ora, i vostri prodotti, o meglio i prodotti di quanti con voi collaborano e che magari sono nomi e cognomi tenuti più nascosti dal cosiddetto mainstream, quando invece c’è un movimento amplio ed un grande interesse: quanto c’è da combattere affinché dalla mente dei consumatori esca quel loop, passami il termine con ironia, sbagliato di un’economia pervertita, fuori dall’ordine che rispetta la natura, il bene comune e il fare comunità, che deve essere indirizzato non ad una economia del profitto ma ad un’economia del benessere, della sostenibilità, della ricchezza condivisa? Quali sfide vedete davanti a voi per l’inserimento nel mercato, in questa frangia di esso, oppure esiste magari già un suo mercato che si regge con una sua propria dignità?

Partiamo dal fatto che, come dicevo, quale base filosofica noi crediamo che l’industria della moda e la società siano all’inizio di una nuova era, anche perché abbiamo visto e preso parte in prima persona a questa rivoluzione. Looped infatti è un risultato della domanda, che sta crescendo, di questo cambiamento, che è fondamentalmente guidato dai consumatori e rappresenta la fine del consumo di massa. Ciò che stiamo cercando di fare è creare un mercato che colleghi e dia potere agli individui, ai creativi, e che fornisca loro una piattaforma per mostrare il potenziale dei prodotti scartati. Non vogliamo aumentare il volume delle merci prodotte, ma aggiungere a capi e materiali già esistenti in circolazione un valore aggiunto. Per questo, parte delle nostre procedure per l’accesso a Looped consisteranno in una scrematura dei designer, richiedendo un lavoro col 90% di materiali riciclati, secondo l’upcycle, appunto. Si badi che questo è un discorso anche molto legato alle generazioni: la crescente Generazione Z è già abbastanza proiettata verso l’interesse per la cosa comune, il pianeta, l’apprezzamento delle diversità culturali, fisiche, sociali, e noi ci siamo trovati dentro a questo cambiamento che è anche un cambiamento di mercato. L’upcylce è anche questo, creatività e innovazione. Noi ci crediamo.

Seguite Looped sul sito:  www.looped.earth 

E su Instagram:  @wearelooped 


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Editoriale

 

Bisogna stare attenti

di Adriano Tilgher

Ormai è tutto molto chiaro. Esiste un governo fatto da coloro che fino a ieri erano l’un contro l’altro armati e che oggi sono compagni di merende, succubi inerti ed impotenti sotto un padrone che li fa parlare, li fa agitare, li fa proporre ma poi fa ciò che gli pare.

Tutto questo mi fa paura, l’incoscienza e lo spirito antitaliano delle più alte autorità di quello che rimane dello stato italiano hanno consentito, in nome della più inosservata carta costituzionale (buona per tutte le soluzioni), una serie di colpi di stato che oggi hanno messo il destino nostro e dei nostri giovani nelle mani di un personaggio, freddo, calcolatore, che nessuno controlla e nessuno può fermare, soprattutto perché la gente è convinta di avere un nuovo salvatore.

Siamo in una situazione disperata, grazie proprio a quel mito fasullo della democrazia, per cui i più contano e i meno non contano nulla; proprio quei più che sono frutto dei condizionamenti dettati dai media totalmente in mano ai detentori delle risorse planetarie che vogliono dominare il mondo e trasformare gli esseri umani in consumatori compulsivi privi di volontà.

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La Spina nel Fianco

 

Vogliamo i Colonnelli

1934, Giovacchino Forzano (Borgo San Lorenzo 1883 Roma, 1970) regista amico di Benito Mussolini, convince il Duce del bisogno di dotare l'Italia di una città del cinema, su modello Hollywoodiano, 3 anni dopo sarà fondata Cinecittà, ma la prima vera città del cinema, dotata di teatri di posa e di maestranze specializzate nasce a Tirrenia il Toscana, a metà strada fra Pisa e Livorno. Forzano rileva la struttura della Tirrenia Film un complesso di stabilimenti cinematografici costruiti su disegno dell'architetto Antonio Valente. Al progetto viene dato il nome di "Pisorno", unendo i nomi delle 2 città toscane eternamente rivali, Pisa e Livorno. Forzano reduce dal successo commerciale del Film "Camicia nera" del 1933 dotò Pisorno di nuove professionalità fino ad allora scarsamente rappresentate in Italia, fonici, tecnici del suono, ispettori di produzione, molti dei quali,  si trasferirono successivamente negli stabilimenti di Cinecittà. Negli stabilimenti della Pisorno reciteranno tra gli altri: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Eduardo de filippo, Ugo Tognazzi, e Fred Astaire. Forzano vi diresse i film “Sei bambine e il Perseo” (1939), “Il re d'Inghilterra non paga” (1941), e “Piazza San Sepolcro” (1942). Vi è stato girato anche il primo "cinecomics" italiano "Cenerentola e il signor Bonaventura" diretto nel 1941 da Sergio Tofano, che portò sullo schermo quel "Signor Bonaventura", esordito nel 1917 sul Corriere dei Piccoli. Durante le riprese la famiglia Forzano viveva spesso a Tirrenia, ed il figlio Giacomo, insieme ad amici era solito fare scherzi, che verranno poi immortalati sul grande schermo nella trilogia di "Amici Miei", si perchè fra quei ragazzi c'era anche Mario Monicelli.

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