APPROFONDIMENTI: Una Medicina integrale per l’Uomo integrale. Intervista al Dottor Fausto Bellabona, docente dell’Associazione Italiana di Medicina Funzionale

Quando ci prepariamo ad un grande avvenimento che cambierà la nostra vita, una sottile, o a volte intensa agitazione ci invade, come se ogni cellula del nostro corpo sussultasse in un misto di paura e dolce speranza. Così è per ciascuno di noi, ma così è anche per l’Umanità. Questi ultimi decenni, accompagnati da prove e tribolazioni sempre maggiori, sono il tempo necessario affinché l’Uomo prenda il coraggio di lasciare le sue “coste tranquille” e si avventuri sui marosi verso nuovi lidi. La paura e l’agitazione sono comprensibili; qui, sulla terra ferma, la vista appare chiara e netta, mentre là sulle acque, le forme si confondono nell’umidità che impasta i sensi. Ma il traguardo, che non dipenderà solo da noi, ci riempirà di gioia inaspettata. Si tratta, simbolicamente, di passare dall’esterno all’interno, poiché il bimillennio cristiano è stato solo preparazione all’Evangelo Eterno che ci attende. Le cortecce devono cadere, i pesi devono essere lasciati a terra. In verità, correnti profonde, che purtroppo molti non vedono, ci stanno spingendo verso questo approdo, in cui volgiamo lo sguardo verso l’omega, ma tornando ad abbracciare l’alfa, perché esse sono le estremità di un unico Corpo. Vale a dire, che senza tuffarsi nuovamente nelle sorgenti delle origini, non si diverrà capaci di riposare le membra sulle nuove sponde.

Non solo gli avvenimenti politici, sociali, culturali (a saperli intendere, ovviamente) ci trasmettono l’imminente trasformazione a cui siamo destinati, ma anche la scienza, che nei suoi slanci più coraggiosi, sfiora verità già espresse dalle più antiche Scienze Sacre. Così è anche per una parte della Medicina, che ci apre le porte ad una più profonda verità sull’uomo, ad una rinnovata sapienza antropologica.

Per questo motivo, in quest’anno di grandi turbolenze e di “segni” purtroppo non intesi, abbiamo deciso di intervistare un medico che per formazione e pratica avesse uno sguardo capace di andare oltre il visibile: il Dr. Fausto Bellabona, specialista in Medicina generale, Master di terapia Neurale, nonché docente dell’Associazione Italiana di Medicina Funzionale.

Le scienze - la fisica, la chimica e la biologia - cosa ci dicono oggi sull’uomo e dove stanno portando dunque la medicina, o almeno quella medicina che non si è chiusa all’ascolto?

Sarebbe argomento di un intero libro… mi permetto di cominciare da un aspetto che rappresenta la base di ogni ricerca scientifica e umana: colui che compie la ricerca che coincide con colui che osserva. Spesso colui che osserva un fenomeno lo descrive e tenta di spiegarne il razionale. Facendo ciò compie un atto percettivo sul quale pone l’attenzione dell’altro. L’altro, nel caso della medicina, è il medico pratico, colui che non fa ricerca ma opera su indicazione della stessa. Per estendere questo concetto proviamo ad immaginare quello che accade in altri ambiti. In un gruppo di ragazzi, il leader si presenta con un capo di abbigliamento inconsueto per il gruppo. Il suo ruolo indiscusso di leader influenza l’approvazione del nuovo che diventa moda. Nel campo scientifico non è ovviamente così semplice ma il processo cognitivo segue parametri simili. Lo scienziato è il leader che attraverso una serie di dati e la sua personale interpretazione degli stessi anche sulla base di Leggi e soprattutto Teorie propone dopo discussione con i suoi pari una interpretazione del fenomeno osservato che solitamente viene acquisita acriticamente da chi poi opera nel pratico. Questo procedimento non è perfetto. La scienza ha sfruttato la possibilità che l’osservatore giocasse un ruolo determinante nella interpretazione della realtà ponendo dei limiti che hanno disarmato la morale. Credo che ciò sia la conseguenza della progressiva esclusione della filosofia intesa come metodo di analisi umanistica dell’agire scientifico. Il modello prevalente è basato sulla descrizione della materia ed il fenomeno vita è assoggettato a regole meramente meccanicistiche che fanno emergere una sorta di deviazione “spartana” dell’agire scientifico. Nonostante l’avvento di scienziati come Einstein che ha posto l’attenzione sul ruolo dell’energia oltre che sulla materia e sulla continua trasformazione una nell’altra di questi due fenomeni a noi percepibili e per noi misurabili, nella medicina il concetto di energia è entrato marginalmente, soprattutto non è entrato come fenomeno determinante per i cambiamenti del corpo o meglio l’unica forma di energia accettata è quella metabolica ottenuta dalla scissione del glucosio, delle proteine e dei grassi. I fenomeni elettrici e a seguire quelli magnetici che li accompagnano sono patrimonio culturale di una élite medica ora marginale ed esiste in ogni caso una sorta di censura di fondo alla condivisione del modello speculativo che propone. Faccio giusto un esempio banale ma molto reale. Ogni volta che osservo un paziente devo tenere conto del suo aspetto strutturale ovvero l’anatomia e quindi le relazioni tra le parti sia nel macroscopico che nel microscopico ovvero i rapporti tra molecole fino ad arrivare agli atomi: solo su queste basi è impostata l’analisi della funzione. Qui a grandi linee, finisce la fisica che si insegna in medicina: esiste una linea che regolarmente non viene oltrepassata ed il perché è chiaro, almeno a me. Superando tale linea, iniziando a studiare l’uomo struttura ci si rende conto che esiste anche un “uomo energetico”. Noi siamo fatti di materia ma la fisica moderna ci dice una cosa fondamentale ossia che per ogni nucleone ossia per ogni parte di materia esiste un miliardo di fotoni. Siamo quindi “esseri di luce” ma la medicina che si occupa solo dell’uomo strutturale si occupa di quel miliardesimo, per il quale ha creato Leggi e Teorie che non spiegano granché del nostro modo di essere e funzionare. Per essere precisi la nostra componente materia è costituita per il 70% da acqua ma calcolandone la sua presenza “nascosta” nei carboidrati, proteine e grassi direi per il 99%, ma l’attenzione della medicina è tutta per l’1% di quel famoso miliardesimo. Nell’ultimo secolo, più o meno a partire da Tesla e dai lavori di Einstein la medicina che si occupa della parte “energia” ha compiuto passi importanti e questi sono stati mossi in parallelo alla consapevolezza emersa dalle nuove ricerche che il livello quasi “sovrumano” dell’oggettività degli scienziati è smantellato dalla nuova consapevolezza che la descrizione della realtà dipende dall’osservatore e questo per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo elencare evidenzia nel suo raccogliere ed interpretare i dati una capacità di “curvare” i risultati a vantaggio delle sue aspettative.

Oggi iniziamo ad essere in grado di fare una lettura diversa dell’essere umano, si propongono nuove teorie che spiegano l’uomo “energetico” teorie che se da un lato propongono vie innovative di cura dall’altro comportano la riaccensione di grandi domande che sembravano essere state spente dal mito della scienza infallibile.

Queste acquisizioni scientifiche, evidenziano il declino del modello biochimico, come unico modello di riferimento ed impongono un cambio di paradigma?

Credo che il modello biochimico non declinerà ma sarà arricchito. Il cambio di paradigma consisterà nel fare convivere le due visioni della realtà semplicemente perché in un mondo duale è impossibile una descrizione monopolare della realtà. Le acquisizioni scientifiche passano innegabilmente attraverso razionali meccanicistici o vitalistici e solo quando, come è avvenuto per il modello biochimico avremo raggiunto i limiti di quello energetico la scienza potrà dirsi pronta al suo reale compito ossia quello di comportare una evoluzione dell’uomo da uomo strutturale e contemporaneamente energetico a “uomo nuovo”. Se ci si fa prendere dal lavoro per quello che spesso è non si può dedicare troppo tempo alle grandi domande e le illusioni della scienza, parafrasando un bel libro scritto da uno degli autori a me più cari, Rupert Sheldrake mostrano la loro debole presa al medico che vuole andare oltre. Vorrei sapere ad esempio cosa pensano a certi livelli del fatto che lo sperimentatore già solo in presenza può influenzare i risultati della ricerca nonostante la diffusione delle metodologie “in cieco” e cosa pensa il lettore di un lavoro scientifico quando deve ricordare che sta leggendo una mole di dati che è solo una piccola parte di quelli raccolti e che la rivista che ha in mano risente pesantemente della tendenza a non pubblicare i risultati negativi a meno che siano utili a confutare una teoria invisa. Il solo fatto che uno scienziato debba esagerare il valore della sua ricerca per trovare un finanziamento dovrebbe renderci partecipi del fatto che l’oggettività nella scienza è solo un ideale nobile essendo lo scienziato un umano ossia una persona inserita in un determinato contesto che risente del suo stato del momento, delle pressioni dei gruppi con cui lavora, della politica e appunto della possibilità di accedere a finanziamenti. So benissimo che perché le terapie biofisiche possano accedere a finanziamenti consistenti ai fini del loro avanzamento, la chimica e il modello biochimico devono raggiungere il loro limite in quanto i gruppi di potere della scienza devono arrivare all’impotenza verso la gestione della malattia. E per la verità ormai ci siamo. Siamo da decenni senza avanzamenti di qualche importanza nella scoperta di nuove molecole e nonostante i proclami sul nuovo farmaco/miracolo “X” la mancanza di risultati si presenterà sotto gli occhi di tutti in particolare nei momenti critici. Sarà questa crisi e questa stasi a provocare l’attenzione degli operatori e dei fruitori verso nuove forme di terapia.

Come definirebbe, in poche frasi, la Medicina Funzionale? E come, nella pratica, essa si applica?

La medicina funzionale è un metodo che ha una lunga tradizione nei lontani anni sessanta. Gli autori tedeschi che si chiedevano se fosse possibile capire la malattia prima che si radicasse nel corpo sono arrivati a creare nuovi strumenti di diagnosi che sono stati a lungo ignorati, poi derisi, oggi apertamente combattuti ma che permettono di comprendere in maniera innovativa alcuni aspetti del funzionamento del corpo umano. In particolare si entra in un modello di spiegazione della comunicazione interna al corpo che si arricchisce di nuove prospettive. La via italiana  alla medicina funzionale di cui sono co-creatore è il frutto di quella che io chiamo una “mente estesa” ossia un lavoro di molti anni che ha comportato tre generazioni di medici con fazioni interne che si sono aspramente combattute sulle idee e che in un certo modo per mio tramite ha voluto aprirsi, rinunciando a qualcosa, al mondo scientifico tradizionale per contaminarlo agendo proprio nei punti ove la contraddizione metodologica è più criticamente percepibile anche dal medico più tradizionale e pratico: la gestione della malattia cronica. Una delle cose che amo di questo modello è la totale apertura alle varie anime della medicina.  Ho definito la medicina funzionale la piattaforma da cui verrà fuori la nuova medicina del futuro perché non c’è chiusura verso la spiritualità, c’è una profonda attenzione al valore simbolico della malattia. L’anamnesi diventa “storia di vita” nella consapevolezza che spesso la malattia ha radici in processi emozionali che sebbene non lascino subito cicatrici fisiche comportano una variazione dei processi fisiologici di regolazione che poi sfociano nel malessere fisico. All’interno di questo modello prendono vita consapevolezze sopite da anni di biochimica dominante: i processi biofisici controllano quelli biochimici, li anticipano e questo sposta il confine del “cosa è” un essere vivente nella sua integrità di essere al momento del concepimento. È una verità dura da digerire ma tale è. I processi di regolazione rispondono a regole comprensibili grazie alla teoria dei Segnali, alla teoria dell’Informazione, alla teoria delle Reti, alla teoria ondulatoria che fanno intuire l’inutilità artificiosa del limite imposto al modello comprensivo del medico. All’università si filtra pesantemente la formazione orientando gli studi solo sugli aspetti che si vuole siano la base del divenire medico inteso come mera figura tecnica, amorale. Una volta “immessi nel mondo produttivo” solo una minima parte dei medici va oltre questa conoscenza di base, il tempo e la burocrazia non lo permettono. Concetti come l’interazione tra i processi biochimici, elettrici, magnetici e ondulatori, capacità dell’acqua di trasferire informazioni senza dispendio di energia sono quasi aspetti di conoscenza tra iniziati ed ecco che pur prescrivendo decine di risonanze magnetiche c’è una diffusa ignoranza nel corpo medico sui segnali biofisici prodotti dal corpo e sul fatto, per me scontato, che come possono essere usati per fare diagnosi potrebbero essere usati per fare terapia visto che la cellula, ogni singola cellula comunica non solo con la biochimica ma con segnali ondulatori. Nel 2001 un ricercatore dell’università di Siena individuò alcuni neuroni dotati della proprietà di comunicare in modalità wireless. Questa scoperta non ha suscitato il clamore che pensavo nemmeno a posteriori e soprattutto non è stata portata avanti: se ci sono neuroni che funzionano in modalità wireless perché ci sono? Con cosa comunicano? Cosa comunicano? Quanto è più veloce questa modalità di comunicazione rispetto a quella chimica ed elettrica? Sono le prime domande che mi feci alle quali ho provato a rispondere grazie ai miei studi ma il mondo della ricerca si è fermato lì, su quella soglia come se fosse uno dei mostri descritti da Lovecraft: non siamo pronti ad oltrepassarla.

Un’autrice tradizionale, che lei conosce - Annick de Souzenelle – ci ricorda che l’uomo è un mikrokósmos (piccolo universo) e mikrótheos (piccolo dio) e che pertanto ogni sua parte è simbolo di realtà più sottili. La malattia, allora che cos’è, sempre facendo riferimento anche ai più recenti paradigmi scientifici?

I suoi testi sono stati la palestra su cui formare un modo differente di colloquiare con il paziente per capirne il percorso. Secondo il mio personale modo di vedere esiste la malattia che va disgiunta dal decadimento fisico. Sono due fenomeni completamente distaccati tra loro sebbene il declino del corpo sia uno dei fattori che rende più facile la comparsa delle malattie. Si può ambire ad una senescenza di successo spegnendosi giorno dopo giorno come si può incappare nella malattia in qualunque epoca della vita anzi a volte sorge il dubbio che la sua radice sia esclusivamente nella componente informazione/energia. Per elaborare una nuova percezione della malattia bisogna incollare al già conosciuto ciò che mostrano le nuove teorie biofisiche e recuperare gli ammonimenti di molti tra i maestri del passato. La ricerca dice cose interessanti che al medico non arrivano o non si fanno arrivare o vengono ridicolizzate dall’ipercontrollo mediatico. Inoltre non solo le diverse scienze non comunicano tra loro ma perfino all’interno della medicina esistono “fazioni” autoreferenziali che contribuiscono ad un distanziamento della conoscenza mentre sarebbe necessaria una tendenza centripeta: questa è la causa della crisi delle pratiche mediche unificanti come la medicina interna e la medicina generale.

Tornando alla mia risposta sulla malattia, oggi grazie alla terapia di informazione biofisica sappiamo che essa si caratterizza per una rigidità delle informazioni misurabili. Qualora io misurassi in tempi brevi il pattern frequenziale di un paziente là dove è presente un sintomo osservo una impercettibile ma fondamentale differenza rispetto ai segnali fisiologici: questi ultimi sono in continua variazione mentre quelli patologici sono ripetitivi, fastidiosi come Franti, il bullo del libro Cuore. La cosa interessante è che, come tali segnali si possono misurare, possono essere usati per fare terapia. Restituire al corpo questi segnali di rigidità amplificandoli o invertendoli (l’inversione del segnale è alla base della teoria ondulatoria della luce dimostrata da Einstein nel 1906…) ha aperto nuove prospettive che la medicina ufficiale ha semplicemente ignorato ma che oggi ha non meno di trentamila medici in tutto il mondo tra gli estimatori ed utilizzatori.

Come dicevo all’inizio, ci troviamo sulla soglia di una grande trasformazione. Lo sguardo di noi occidentali si è troppo sclerotizzato verso l’esterno, dimenticando la nostra stessa tradizione che ci invita a guardare prima dentro noi stessi. E da questo sguardo nasce l’equilibrio fra l’Uomo e il Cosmo e Dio. Anche nella medicina sembra darsi ancora troppo peso all’esterno, a ciò che viene da fuori per aggredire il nostro corpo. Dobbiamo invece tornare ad esempio a parlare di “terreno” e di sistema immunitario? Cosa ci piò dire a riguardo?

Ogni modello portato all’estremo risente comunque dei suoi limiti ed anche quello meglio costruito essendo fondato dalla percezione umana è destinato a fallire. Probabilmente a noi tocca vedere il crollo e a noi toccherà creare le fondamenta di un mondo nuovo, per quel che mi riguarda di una nuova medicina. Ho scritto in uno dei testi di medicina funzionale pubblicati per la scuola AIMF Health che la medicina del futuro dovrà essere una medicina ecologica. Il senso di questa frase consiste nel portare il medico a smettere di considerare l’uomo come disgiunto dall’ambiente e dalle relazioni ecologiche con i vari attori che in questo ambiente stanno. Se Darwin ha insegnato qualcosa di utile che dovremmo ricordare è il senso dell’evoluzione. Evoluzione è adattarsi all’ambiente e la malattia è espressione di questo adattamento. Non sopravvive il più forte ma quell’organismo che sa meglio adattarsi ai cambiamenti e più manteniamo un ambiente conforme alle regole della natura più è difficile che la malattia sia inesorabile. Il nostro corpo come un terreno cambia diversi parametri a causa di fattori come l’inquinamento ambientale, le abitudini, l’alimentazione, le relazioni ecc. ma la consapevolezza che emerge in me è che non esiste un esterno o un interno ma una unità.  Le relazioni tra le parti debbono essere totalmente riviste. I miliardi di cellule che ci compongono hanno a che fare con un numero molto superiore di germi che vivono nelle mucose e che garantiscono la nostra integrità, cellule che sono diversamente organizzate rispetto alle nostre e che tuttavia devono mantenersi in un certo equilibrato rapporto tra loro se vogliamo restare in salute. Cosa mantiene questo equilibrio di relazioni che pare nemmeno un computer quantistico possa controllare nella sua complessità? È possibile che questi germi funzionando all’unisono siano un diverso concetto di organo che ci appartiene? La risposta della medicina funzionale comprende una rilettura unitaria di psiche, sistema neurale, sistema endocrino, sistema immunitario al quale andrebbe aggiunto ciò che muove tutto questo ossia quell’energia che anima il tutto, che in medicina non può essere nominata ma senza la quale parleremo solo di automatismi i quali spiegano forse come avviene ma non perché avviene ciò che accade nei nostri pazienti. Percepire il nostro corpo come un terreno, un qualcosa che se in equilibrio non tende a manifestare malattia alcuna dovrebbe spingerci a cambiare radicalmente il nostro modo di vivere in una consapevolezza che ogni nostro agire a cominciare dalla guida della mente verso l’agire stesso ha delle conseguenze che ci toccano personalmente ma è comunque un’astrazione. Ho detto in una intervista che quando provochiamo l’estinzione di una specie, poiché questa specie condivide con noi questo condominio terreno, stiamo facendo estinguere una possibilità di sopravvivenza alla nostra stessa specie. Così ho avuto modo di osservare che alcune terapie non fanno altro che selezionare specie di germi che si adattano al farmaco. È il caso dell’antibiotico come delle cosiddette resistenze dei tumori. Più affrontiamo la situazione critica con l’antibiotico più facilmente selezioniamo specie resistenti, contribuendo probabilmente all’irreversibilità del cambiamento strutturale, eppure, se ricreano certe condizioni essendo l’aspetto materiale gestito dal campo ossia dalla funzione energetica, è possibile una remissione. Il corpo deve svolgere la fase di malattia per raggiungere un suo equilibrio evolutivo sebbene la condizione ideale sia quella di mantenere lo stato originale. Alcuni anni fa ho fatto una piccola osservazione che ho portato ad un congresso di medicina funzionale. Ho trattato un piccolo gruppo di pazienti con prostatite cronica con germi antibioticoresistenti. Il risultato trattando questi pazienti in modo funzionale è stato la remissione della malattia spesso anticipata da una ripresa della prostatite ma con germi antibiotico-sensibili. Questo significa che se riportiamo le caratteristiche di fondo del tessuto e della sua matrice extracellulare ad un equilibrio ecologico possiamo permettere al corpo di auto-guarirsi. Ciò potrebbe permettere di sconfiggere patologie importanti come il cancro e potrebbe significare che una svolta ecologica, la ricerca di ricreare un ambiente originario sarebbe una chiave per indurre salute ed è per questo che la corsa a immettere nell’ambiente sempre più nuovi materiali dei quali non si conosce l’impatto biologico lo giudico una condotta insensata e francamente pericolosa.

Da un punto di vista medico, si può dire, allora, che “difendersi” soltanto dagli attacchi esterni, in realtà è un atteggiamento limitato e alla lunga fallimentare?

Credo che purtroppo sia così. Parliamo ad esempio del covid-19. Esiste un minimo comun denominatore tra tutti i soggetti specialmente quelli che hanno determinate malattie di fondo. Cosa hanno in comune la senescenza, il diabete, l’insufficienza renale e addirittura praticare sport agonistici? C’è un fattore comune che si chiama infiammazione cronica di basso grado o silente ossia un processo di trasformazione della struttura corporea a livello della matrice extracellulare e dei piccoli vasi che non trova soluzione a causa di una condizione di blocco/esaurimento delle funzioni. Possiamo usare tutti i mezzi contenitivi possibili ma se non eliminiamo questo fattore il paziente in questo stato è come una calamita per il virus (il cui ruolo tra l’altro potrebbe essere quello di indurre una mutazione adattativa ai disturbatori ambientali nel DNA dell’ospite…) e una volta infettato è solo la resistenza personale a determinare se sarà in grado di superare il suo stato. Se il paziente è debilitato il suo destino è segnato. Il mio lavoro consiste innanzitutto nel creare quelle condizioni che favoriscono il corpo nella creazione di un terreno sfavorevole al virus riducendo l’infiammazione di basso grado. Non è un compito semplice, si chiama prevenzione primaria e deve coinvolgere ogni aspetto del nostro agire a cominciare dalla relazione con l’ambiente in cui il paziente vive e tutto questo è fattibile senza negare isolamenti, mascherine e perfino vaccini. Ma lo dico anche come provocazione: vaccinare un paziente con l’infiammazione cronica silente può trasformarsi in un atto inutile. Chi è in questa condizione potrebbe non produrre affatto anticorpi come si può verificare nei pazienti infiammati.

Secondo lei cosa dovrebbe accadere, nella società e nell’animo delle singole persone, perché ci si avvicini con fiducia a questo paradigma, che non solo è avvalorato da dati scientifici, ma si conforma anche alle visioni antropologiche tradizionali?

Credo che la prima domanda da farsi sia cosa sia quel miliardo di particelle di luce che ci compone, a quale livello che non conosciamo appartenga. L’uomo nuovo può nascere solo da questa consapevolezza e da quella che il nostro sapere è limitato e condizionato da credenze e le credenze scientifiche sono al momento parecchio dogmatiche, perché metterle in crisi significa creare un irreversibile processo di cambiamento nelle stanze del potere. Per ora credo che assisteremo ad un parziale abbandono delle cure tradizionali e l’approccio funzionale emergerà come alternativa.


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