Intervista a Raphael Machado di Nova Resistência

Pubblichiamo una interessantissima intervista a Raphale Machado, dirigente di Nova Resistência, a cura di Andrea Virga, nell'ottica di una condivisione di idee e proposte culturali al di fuori dei confini nazionali, uno degli obiettivi che fieramente ci impegniamo a portare a compimento.

1) Presenta te stesso e la tua organizzazione: come è articolata, da quando esiste e qual è la sua dimensione. Quali sono le difficoltà di fare politica in un Paese di dimensioni continentali?

Prima di tutto, vorrei ringraziare per l’occasione concessa. Mi chiamo Raphael Machado, brasiliano, avvocato e traduttore, e sono a capo di Nova Resistência , un’organizzazione nazionalista rivoluzionaria, il cui obiettivo è implementare un ordine comunitarista nel nostro Paese, costruito nei termini di una “quarta teoria politica”.

La nostra organizzazione è stata fondata alla fine di gennaio del 2015 a Rio de Janeiro, e oggi conta più di 250 membri sparsi per le cinque regioni del Paese. Essa possiede due livelli di struttura. A livello di militanza, essa opera attraverso cellule locali. In altre parole, dove c’è un numero ragionevole di membri si può costituire una cellula, che fa parte di una cellula statale più ampia, che a sua volta è parte di una cellula regionale ancora più ampia, componendo l’organizzazione a livello nazionale. Ancorché siamo ancora distanti da questo obiettivo, l’idea sarebbe di avere anche cellule di quartiere e di vicinato. A livello operativo possediamo, al di là delle cellule, diversi dipartimenti specializzati, responsabili per la gestione delle reti sociali, per la produzione di materiale grafico, per l’amministrazione delle finanze, ecc.

Come è possibile immaginare, la dimensione del Brasile [8,5 milioni di kmq, circa il doppio rispetto alla UE ndr] è una sfida immensa. La nostra organizzazione può anche possedere un numero di membri ragionevoli per un’organizzazione con questo orientamento politico in America Latina, specialmente al giorno d’oggi in cui i giovani dell’“area dissidente” preferiscono internet e i meme. Ma sono membri geograficamente dispersi, e per questo hanno bisogno di improvvisare o dare priorità al lavoro di reclutamento. È una grande difficoltà riunire i camerati per eventi e manifestazioni, ma cerchiamo di compensare il problema della distanza in altro modo. Il fatto di essere un Paese economicamente sottosviluppato, con infrastrutture precarie, peggiora ulteriormente le cose. Per non parlare del fatto che il livello socioeconomico dei nostri camerati appartiene maggioritariamente al proletariato o alla piccola classe media. Per andare al nostro Congresso Nazionale (per il quale siamo riusciti a riunire 50 dei nostri) l’anno scorso, ci sono stati camerati che hanno dovuto sborsare l’equivalente del salario minimo nazionale.

2) Quali sono le vostre principali radici e ispirazioni ideali, e il vostro paradigma politico?

Il nostro paradigma metapolitico o filosofico-politico è la cosiddetta “quarta teoria politica”, così come presentata dal filosofo russo Aleksandr Dugin. Ma, naturalmente, ciò che ci interessa è usare questo paradigma come uno strumento che ci permetta di sviluppare un’ideologia autoctona che soddisfi i requisiti necessari per affrontare il liberalismo nella sua attuale fase postmoderna, il cosiddetto post-liberalismo, egemonica oggi nella maggior parte del mondo.

Per noi, il punto di partenza in Brasile è l’ideologia del laborismo (trabalhismo) [da non confondere con il laburismo britannico, ndr], sviluppata negli anni ’30 da Getúlio Vargas [1882-1954, ndr]. Il laborismo fu poi ereditato da João Goulart [1919-1976, ndr], il Presidente rovesciato dal golpe militare del ’64, e infine da Leonel Brizola [1922-2004, ndr], che non arrivò mai a governare il Paese. Nello schema teorico duginiano, il laborismo sarebbe classificato come un’ideologia della “terza teoria politica”, un caso simile a quello del peronismo argentino.

In quanto ideologia moderna, in quanto espressione nazionale del “fascismo” generico, il laborismo aveva le sue deficienze teoriche e pratiche, e per questo fallì. Oggi, parte considerevole di coloro che si definiscono suoi adepti fa parte del carnevale degli orrori della sinistra liberale, e riduce la dimensione del laborismo alla sfera economica, dimenticando, ignorando o occultando intenzionalmente le sue radici cattoliche e conservatrici.

Ciò che noi vogliamo, pertanto, è utilizzare gli strumenti duginiani (e altri) per costruire una critica del laborismo che ci permetta di farlo avanzare da una “terza via” a una “quarta via”, adeguata per affrontare le sfide tipiche della postmodernità post-liberale.

3) L’elezione di Bolsonaro è stata salutata con favore dalla destra italiana, così come Lula è diventato un icona in ambienti di sinistra. Come vedete la situazione politica in Brasile, e quali sono le principali sfide che dovete affrontare?

Noi facemmo, nel 2018, un’analisi sulla vittoria elettorale di Bolsonaro, che fu anche diffusa al di fuori del Brasile, da varie pubblicazioni, come la rivista italiana “Eurasia” [n° LIV, ndr], di Claudio Mutti. Noi comprendiamo le ragioni per le quali le forze conservatrici, “nazionalpopuliste” o sovraniste straniere hanno salutato la vittoria di Bolsonaro. È accaduto lo stesso con gli stessi elettori di Bolsonaro, che l’hanno votato e hanno celebrato la sua vittoria, benché il suo programma sia chiaramente in antitesi agli interessi della maggioranza della popolazione. E lo affermo non come ipotesi, ma secondo sondaggi d’opinione, per cui la maggior parte dell’elettorato di Bolsonaro è contrario a punti specifici del suo programma.

Al di là del “trollare” i media tradizionali (strategia probabilmente influenzata da Steve Bannon), non c’è niente di particolarmente conservatore o sovranista nel suo governo. A curare l’economia, ha messo un “Chicago boy”, Paulo Guedes, che negli anni ’90, come fondatore della banca BTG Pactual, era il banchiere di George Soros in Brasile (senza far del cospirazionismo). Il suo progetto economico è il più privatizzatore che abbiamo avuto. Sotto il suo governo è stata approvata una riforma pensionistica disastrosa, che farà lavorare fino alla morte innumerevoli anziani.

A livello morale, al di là dei discorsi moralisti e alcuni accenni, non è stato fatto nulla. La pandemia sta facendo più di Bolsonaro per la moralità nazionale. L’anno scorso, già sotto il suo governo, il Brasile ha visto immensi Gay Pride, che quest’anno non si terranno. Qualsiasi “conservatorismo” che ancora non abbia compreso che il principale motore del liberalismo culturale è il Capitale, e i suoi principali agenti sono le grandi multinazionali, le ONG e le Fondazioni, è inutile.

La situazione brasiliana, in questo momento, è terribile. Stiamo passando da 30 anni per un processo di deindustrializzazione, e ora siamo ai livelli industriali del periodo della Vecchia Repubblica [l’epoca dominata dalle oligarchie agrarie liberali tra la fine dell’Impero del Brasile e l’ascesa di Vargas (1889-1930), ndr], all’inizio del XX secolo. La popolazione, tuttavia, semplicemente non capisce quanto sta succedendo. Sarebbe complicato spiegare “qual è il problema del Brasile”: è tutto. Il Presidente, ora, gode dell’appoggio di una minoranza fanatica del 25-30% dell’elettorato. Ciononostante, non cade.

I militari, che hanno un proprio progetto di potere, sono appena poco meglio di Bolsonaro. Anche loro sono fautori dell’austerità economica e filo-americani, solo non sono così sionisti. E, d’altra parte, esiste la minaccia del ritorno del Partito dei Lavoratori [il PT di Lula, ndr], che oggi a dispetto delle sue relazioni estere interessanti in passato [Cooperazione con i BRICS, i governi patriottici e socialisti latinoamericani, Iran e Paesi arabi, ndr], è solo un’aggregazione liberal-progressista, così come il tentativo di costruzione di un “Macron brasiliano”, un centro liberal-libertario, nella figura di Luciano Huck, imprenditore del settore dell’intrattenimento.

4) Come vedete la situazione dell’America Latina e quali sono le vostre prospettive di integrazione continentale

L’America Latina ha passato negli ultimi due anni attraverso una valanga neoliberale e reazionaria, con la caduta dei governi che si poteva qualificare, più o meno, come parte di una “sinistra patriottica” e la loro sostituzione con neoconservatori o tecnocrati centro-liberali. Tutto questo è parte del “rinculo dell’Impero”, per cui gli Stati Uniti perdono o abbandonano posizioni e aree d’influenza in Asia e nel Medio Oriente, ma vogliono garantire il continente americano come bastione impenetrabile, per controllare i danni dovuti alla fine del momento geopolitico unipolare.

Questo significa che, a partire da ora, gli Stati Uniti presteranno maggior attenzione all’America Latina, rendendo tutto più difficile.

Quanto all’integrazione continentale, essa è tanto necessaria quanto complicata. Non c’è nessuna figura politica rilevante, oggi, che pensi in questi termini. E, siamo sinceri, l’“integrazione economica” non basta; non è questo che è in gioco. Non è l’“interesse economico”, o i “vantaggi comparativi” che ci devono orientare. L’America del Sud si deve integrare come polo di civiltà, dotato di un destino specifico, espressione di un certo “Dasein collettivo”, non per discutere chi voglia esportare e importare questa o quella commodity. E chi pensa in questi termini nel nostro continente? Con l’eccezione di alcuni pensatori come Alberto Buela e Marcelo Gullo, così come alcuni gruppi militanti di vari Paesi, nessuno.

Ciononostante, faremo la nostra parte. Vogliamo rafforzare l’integrazione tra movimenti dissidenti del nostro continente, realizzare un qualche Congresso, costruire una piattaforma comune, forse in futuro, chissà, costruire qualche tipo di struttura politica comune. Il futuro è aperto.


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