Giulia Bovassi

Intervista a Giulia Bovassi

 Giulia, come è nata l'idea di questo libro? Perché questo titolo?

Il libro è la resa per iscritto del contatto estremo fra bioetica e filosofia. Non occorre spiegare come i due percorsi accademici siano evidentemente interconnessi fra loro per natura, piuttosto si sono mostrati ancor più vivi una volta connessi nella tematica del Trans e Post-umanesimo da una parte e la questione antropologica dell'identità dall'altra. Durante le lezioni conclusive del Master (Master in Consulenza Filosofica e Antropologia Esistenziale) di cui il libro è frutto poiché originariamente nato come tesi conclusiva del percorso, mi venne commissionato un articolo di critica filosofica sulla sessualità alla luce di “Westworld – Dove tutto è concesso” (recente serie televisiva statunitense), realtà distopica dove umano e non-umano lacerano l'asimmetria fra il genio creativo e l'artefatto, togliendo il confine dal confine. L'identità e la vulnerabilità, misconosciuta dai movimenti filosofico-scientifici sopracitati, hanno maturato in me una forte attrattiva, avente il retrogusto della necessità, di fermare l'immagine sull'insanabile conflitto del nome. Da qui la bioetica: decentrare l'antropologia è una pretesa -in questo contesto- avanzata verso la tecnica, chiamata ad invadere trasversalmente la struttura umana la quale, da unitotalità, a dualismo radicale, conclude nella nullità del superamento. Lecito e possibile sono grovigli di concetti che, nella pratica, vengono sminuzzati e ricomposti. L'idea del libro è l'obligatorietà della forma. Nel titolo l'ambizione della sintesi (malriuscita!), quindi il sentore di un bisogno – L'eco della solidità- estraneo al dinamismo liquido, che si fa nostalgico in una scontentezza insanabile dimostrata nel contesto descritto.

 

Il Postumanesimo e il Transumanesimo pongono una vera e propria provocazione; che ruolo ha la bioetica in tutto questo?

Bioetica si potrebbe tradurre anche nell'atteggiamento di colui che presta delicata cura e attenzione alla scelta. Nata dal venir meno della fiducia violata sull'umano-oggetto senza la persona,  mossa da effettive profanazioni, oggi si adopera nella consapevolezza della pericolosità di un poter fare o saper fare tecnico-scientifico che ha ceduto nella delicatezza, trovando forme di legittimazione, estraendo, dall'universalità della dignità, l'uguaglianza e introducendovi eccezioni. La grande sfida della bioetica -se non altro quella personalista- consiste nel garantire che siano due uomini a guardarsi. Mi spiego: postumano e transumano, il primo compimento del secondo, sono stanchi e apatici della persona, non vi è in essa più nulla da tutelare, tranne la felicità nel nuovo modello di benessere e ideale di vita che il singolo ambisce. Il paziente chiede alla tecnica la garanzia di una vita piena, senza accusare la mancanza. La corsa non vi sarebbe però priva dell'intervento estraneo, il medesimo in grado di suscitare fra uomo e mezzo una complicità che rende il primo usufruibile e il secondo sacro. Credo che la bioetica in questo sia convocata dall'interrogativo fomentato dal senso della ricerca: l'uomo o il non-uomo? È una lacuna soffocante la cecità di vedenti che focalizzano l'atto e l'agente agli antipodi della persona altra da sé, che aspetta la sua efficienza. L'uomo-oggetto ha semplificato la conflittualità etica da una parte, svuotata di molte resistenze, ma ha tolto spessore alla creaturalità. Compassione o prevaricazione? Si gioca qui il peso della responsabilità.

 

Quali sfide antropologiche – ma non solo – pone secondo te l'avvenire di questo nuovo “concetto” di uomo e di vita umana?

Come avete detto è una provocazione non solo per la bioetica, ma per ciascuno di noi. La sfida maggiore all'imperversare di queste specifiche visioni del mondo, sarà non poter trascurare ciò che più di tutto oggi viene declassato a materiale di possesso manipolabile: la dignità dell'uomo messa in pericolo dalla sua abolizione. È un po' la chiave di volta che nel libro tendo ad inquadrare nella pratica filosofica come ripristino della domanda di sé, ovvero saremo chiamati a prestare servizio a diritti e valori fondamentali, inalienabili, universali che oggigiorno cadono nell'inquietudine della loro incommensurabilità a causa di una incompetenza, la medesima che provoca una dilatazione dell'identità a tanti-rinnovabili-possibili nomi, l'inesperienza a credere che l'essere umano sia soggetto indisponibile, imago Dei. Fenomeni sociali estremi e totalizzanti come quelli postumani giocano su un dato di fatto: nessun uomo sano di mente alla possibilità concreta di non soffrire, godendo altresì di benefit annessi al super-uomo, al potenziamento dell'insufficienza umana, sceglierebbe di restare confinato tra i vicoli ciechi del fallimento. Il postumano spinge sulla felicità, il punto più cedevole di noi mortali, per la quale qualsiasi sacrificio non sarà mai ingiustificato. In quest'ottica anche la spersonalizzazione addenserà la perdita che richiede nel processo di alienazione in un surplus di benefici fruibili, dai quali la macchina avvierà un processo di adattamento all'uomo dal quale è stata creata, non viceversa. Personalmente trovo difficile ipotizzare sfide maggiori di questa proprio in virtù del fatto che il suo tempo non è accidentale, ma predefinito dalla laboriosa attività demolitrice di una cultura ancorata a datità d'intralcio al possibile. Uomo e vita umana sono divenute nozioni necessariamente arbitrarie, la cui archeologica solidità subentrerà nell'azione di contrasto, ferma e radicale, di un istante di sedentarietà nel bel mezzo di spostamenti infaticabili. Casa e non Tana. Se non vi sarà una reazione di ribellione contro una considerazione degradante della specie umana al punto da aggirare la sua inviolabilità per una perfettibilità, vita umana e uomo non troveranno in sé niente di più di una funzionalità accessoria.

 

Nel tuo libro dedichi l'ultimo capitolo al tema della sofferenza e parli di una “didattica della contingenza”; che significa? Quale valore ha la sofferenza nella vita umana, ed in particolare nel mondo fluido in cui viviamo oggi? 

Il libro è stato pensato con una struttura circolare: inizio e fine implodono nella convergenza tra l'apertura e la conclusione poiché dentro la soluzione, come una matriosca, si rintracciano le sillabe dell'origine. Ecco che il lettore è condotto alla sofferenza come via d'uscita dalla Tana, trappola o rifugio, progettato o addossato. Il tormento destabilizzante della sofferenza (malattia, dolore, morte, …) è alimentato dall'esilio del patimento nella quotidianità. È umano disabituarsi all'idea della mortalità come inevitabilità? La schizofrenia identitaria ci rivela che sembrerebbe deformante un approccio privo di verità sugli uomini: il postumano ha come nemico l'errore e sua compagna la fragilità, fattori di inefficacia privata e sociale; lavora per sottrarre queste ipotesi dalla natura contingente finendo in contraddizione con il debole cadere quotidiano. Per mantenere integra l'accettabilità di ogni possibile c'è bisogno di non coinvolgere il decadimento. Spesso riscontriamo questo (anche senza scomodare il postumanismo!) in posizioni superbe che sottoscrivono sezioni sociali all'anormale, mostrando razionale che i cosiddetti normali adoperino uno sbarramento selettivo fra simili. L'etica della disuguaglianza miete vittime. Dovremmo invece sedere ai banchi di scuola della contingenza per convivere in armonia con l'imperfezione dal momento che ciascuno di  noi, per natura, è finito. Il limite, dilemma per ogni essere umano! Auspico che mediante il coraggio di valorizzare l'altro per l'altro e non per se stessi, si torni a constatare l'abbondanza della sofferenza dalla quale emerge l'umanità, esclamare “tu vali a prescindere, sempre” è insolito, ma salvifico. Molti mi domandano se, nel dialogo fra religiosità differenti, ciò sia fattibile: la fragilità è potente perché trascende il pluralismo appellandosi esclusivamente all'universalità dell'umanità che, come avviene nei casi di grosse emergenze, sollecita la carità per il solo fatto di essere uomini, appunto!


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