Viktor Orban e la democrazia illiberale

L’Ungheria, per la quarta volta, ha dato fiducia a Viktor Orbàn e al suo partito Fidesz, attestato al 50 per cento dei consensi nel giorno della più alta affluenza al voto dalla fine del comunismo. Il secondo partito magiaro, Jobbik, di estrema destra, è in crescita al 20 per cento, mentre la sinistra, assai sostenuta dalle élite europee, dalla stampa internazionale e dal peggior ungherese del mondo, Gyorgy Soros è ridotta ad un umiliante 12 per cento. Il risultato è straordinario, e impone di riflettere sul modello di Budapest, che, ricordiamolo, è lo stesso della Slovacchia, della Repubblica Ceca, dell’Austria e della Polonia.

Orbàn è tutt’altro che un estremista. Fidesz è affiliato al Partito Popolare Europeo, ma è considerato la bestia nera degli eurocrati e delle oligarchie apolidi che ci tengono in pugno. Con lui l’Ungheria ha aumentato il benessere, sconfitto la disoccupazione, posto divieti alle attività antinazionali ed immigrazioniste delle ONG (Organizzazioni Non Governative), in particolare alla famigerata Open Society di Soros, restituito al controllo pubblico i fondi pensione. In più, assoggetta a un severo regime fiscale le corporazioni straniere, attive anche in Ungheria nella finanza, nelle assicurazioni, nell’industria e nella distribuzione.

Il suo torto più grande, agli occhi dell’oligarchia, è aver fatto approvare una costituzione nella quale si pongono al centro della vita nazionale la famiglia naturale, Santo Stefano, fondatore e evangelizzatore dell’Ungheria. Citiamo di seguito alcune frasi pronunciate negli ultimi mesi da Viktor Orbàn: “noi siamo tra quelli che pensano che l’ultima speranza d’ Europa sia il cristianesimo“. Bruxelles vuole trasformare l’Ungheria in un paese di immigrazione. Politicamente scorrettissimo, il leader magiaro difende senza complessi la sovranità della sua nazione: “un paese che non può proteggere le sue frontiere non è un paese”, affermazione che dovrebbe essere scolpita nel marmo di fronte al nostro parlamento.

Un’altra delle sue convinzioni, che lo rende inviso alle oligarchie avverse alle nazioni è la seguente: “il più importante dei confini tra gli esseri umani è il confine spirituale che denominiamo nazione, che ci eleva tutti alla condizione di partecipanti di una cultura e tradizione condivisi. La nostra cultura nazionale è quello che ci rende ciò che siamo.”

Pochi giorni fa è stato oggetto di un velenoso attacco da parte del Sole 24 Ore, il foglio economico di Confindustria, in cui si lamenta che Orbàn è l’alfiere di una “democrazia illiberale in cui i valori conservatori della patria e dell’identità culturale prendono il sopravvento sulla libertà delle persone.” E’ sin troppo facile ribattere al giornalista a libro paga degli industriali che l’amore della Patria (scritto con la maiuscola) e il rispetto di sé sono elementi fondanti della libertà, e non certo principi ad essa alternativi. Il disprezzo stupisce un po’ nella penna dei liberali, così attenti a conservare la grande proprietà privata dei loro mandanti.

Assai più importante è l’altro riferimento, quello relativo alla “democrazia illiberale.” Il giornale confindustriale si riferisce ad un importante discorso tenuto da Viktor Orbàn nel luglio dello scorso anno, allorché constatò il fallimento del modello democratico occidentale, diventato una maschera di vuote procedure dietro le quali dominano le centrali industriali, finanziarie e tecnologiche transnazionali. Il leader ungherese arrivò a sostenere l’eresia massima: “Dobbiamo abbandonare i metodi e i principi liberali nell’organizzazione di una società. Stiamo costruendo uno stato volutamente illiberale, uno stato non liberale, perché i valori liberali dell’occidente oggi includono la corruzione, il sesso e la violenza”.

Orbàn ha semplicemente smascherato una delle più resistenti menzogne del nostro tempo, proclamando che democrazia (governo del popolo) e liberalismo non sono sinonimi, e negando che solo la società di mercato produca regimi politici democratici.

La storia si è rimessa in movimento, come dimostra l’esperienza di Orbàn, di altri esponenti di governo dell’Europa Centrale e di Vladimir Putin, l’ orco secondo l’Impero angloamericano. La democrazia, intesa come partecipazione del popolo al proprio destino, deve scrollarsi di dosso l’ideologia del denaro che annulla tutto il resto della condizione e dell’esperienza umana.

Ha ragione Viktor Orbàn a utilizzare senza paura certi termini e ribaltare i significati correnti. La dittatura del politicamente corretto deve essere contrastata a partire dalla riappropriazione delle parole. In quest’ottica, uomini come il presidente magiaro rappresentano la fiamma di una speranza che si riaccende, le cui luci tentano di rischiarare il tetro orizzonte in cui è chiamata libertà la sottomissione all’impero dell’usura.


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