Censura, il caso tedesco

Il 1° ottobre scorso è entrata in vigore la nuova legge tedesca sulla censura, che ha introdotto la possibilità di intervento dello stato sulle piattaforme dei social media. Questa nuova norma impone ai social network di censurare i loro utenti per conto dello stato tedesco, che li obbliga, dunque, a rimuovere o a bloccare qualsiasi contenuto ritenuto "illecito", come i commenti offensivi e diffamanti, entro 24 ore dalla ricezione di un semplice reclamo da parte di un utente. La censura potrà essere disposta dal governo tedesco anche verso quelle notizie che, pur essendo vere, potranno costituire turbativa dell'ordine pubblico, pena una sanzione fino a 50 milioni di euro. Ma alla nuova legge sulla censura non è stata data attuazione immediata, per dare il tempo alle piattaforme dei social media di prepararsi al nuovo ruolo. Il dipartimento federale di giustizia, nel frattempo, ha anche affittato nuovi uffici a Bonn per ospitare una cinquantina di nuovi avvocati e funzionari, onde attuare la nuova normativa, che il 1’ gennaio ha esordito con la sospensione, per 12 ore, dell'account Twitter e Facebook della vicepresidente del “Partito Alternativa per la Germania, Beatrix von Storch, rea di aver criticato aspramente la politica migratoria della cancelliera Angela Merkel, con un post ritenuto «incitamento all’odio». Vicenda per cui è stata anche denunciata dalla polizia di Colonia, ai sensi dell'art. 130 del codice penale tedesco. Tale metodologia ha ottenuto critiche da più parti, vista anche la sua contrarietà alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, che protegge «non solo le informazioni o le idee considerate inoffensive ma anche quelle che offendono, sconcertano o disturbano» perché «sono le pretese di quel pluralismo, di quella tolleranza e mentalità aperta senza i quali non esiste una società democratica». Nelle prime settimane di gennaio, con la nuova legge sulla censura, sono stati sospesi anche altri account, tra cui quello della rivista satirica Titanic (vicenda analoga ha riguardato la nostra Lercio). In un’Europa che riesce a malapena vigilare sulle minacce portate dal terrorismo, fa riflettere il fatto che un paese-guida dell’Unione europea investa una tale quantità di risorse per limitare drasticamente la libertà di espressione delle persone sui social media. Sarà un caso, ma i vari legislatori europei hanno iniziato a produrre norme restrittive in tal senso, soprattutto dopo il sorgere di alcune rivendicazioni politiche, promosse da quelle formazione critiche verso le modalità di sviluppo del processo di integrazione europea. Sembra che la tendenza delle forze di governo sia quella di serrare i ranghi e chiudere gli spazi a qualsiasi tipo di dissenso o di critica. Insomma, si grida al ritorno del Fascismo, ma la Stasi è già qui.


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