Tra il dire e il fare: l’Ue dal Covid al Recovery

Era il 30 gennaio quando l’OMS dichiarò il nuovo “coronavirus” «un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale». In quei giorni, a dire il vero, la “malattia” non aveva nemmeno un nome: solo l’11 febbraio, infatti, l’OMS la battezzò come “Covid-19”. Un mese dopo si iniziò a parlare apertamente di “pandemia”.

È iniziata così la “quarantena”. L’immunologo Anthony Fauci disse che, nonostante tutto, ci saremmo goduti le vacanze estive. Purtroppo, non è andata proprio così: emergono con sempre più intensità focolai circoscritti in varie zone già colpite nei mesi successivi; in Paesi come Brasile e India il numero dei contagi esplode e la stessa cosa avviene in America; dall’Africa, pur se ufficiosamente, arrivano dati preoccupanti.

Non va meglio in Europa dove la “pandemia” è divenuta sinonimo di collasso socio-economico: in Italia e Spagna ‒ dove, già prima del Covid-19, una persona su quattro era a rischio povertà ‒ lo spettro di una crescita insostenibile del debito pubblico è divenuta una triste realtà in attesa di palesare i suoi effetti più negativi a settembre; a Bruxelles sanno che il ruolo dell’Ue dovrà essere ripensato alla luce dei nuovi assetti geopolitici mondiali; la Germania ‒ che, nel frattempo, ha assunto la presidenza del Consiglio Ue ‒ non sta certo messa meglio: dopo il disastro del Tönnies ‒ il macello di carne suina dove più di 1.500 dipendenti sono stati trovati positivi ‒ è arrivato il crac della Wirecard.

L’azienda informatica specializzata nei pagamenti digitali ha presentato istanza di fallimento dopo l’arresto dell’ex AD Markus Braun e il contestuale mandato di cattura internazionale dell’ex DG Jan Marsalek: entrambi sono rei di aver ingannato investitori e revisori contabili per anni sottoponendo loro bilanci falsificati per circa 1/4 dei dati: il risultato? Un buco di 1,9 miliardi di euro che l’autorità di vigilanza finanziaria tedesca ‒ la Bafin ‒ aveva imputato «ad un complotto straniero» ordito dai giornalisti anglosassoni che seguivano la vicenda. La pretesa di superiorità economica, morale e geopolitica della Germania si è palesata anche di fronte al caso del “mattatoio”: prima di proclamare il lockdown nel distretto di Gütersloh le autorità avevano denunciato i focolai in Romania e Bulgaria, senza pensare due volte, insomma, a cercare fuori dal Paese le colpe di qualcosa che non andava.

Il paradosso di questa situazione è che proprio la Merkel ‒ la “cancelliera” in prima fila ad imporre l’austerità dopo la crisi finanziaria del 2008 alla quale bastava vedersi un paio d’ore con Macron per decidere tutto prima degli appuntamenti di rito ‒ si troverà a guidare l’Ue nell’era delle sovvenzioni e dei prestiti a tassi contenuti per tutti i Paesi, ottenuti con emissioni obbligazionarie a garanzia comune: non a caso, Angela si è precipitata a dichiarare che la sua priorità, sarà proprio quella di giungere ad un accordo sul Recovery Fund.

Ma c’è da fidarsi di chi prima della pandemia era considerata ‒ come ha ricordato il The Guardian lo scorso 3 luglio ‒ «un’anatra zoppa perché aveva annunciato l’intenzione di lasciare il potere nel 2021»?

A ben guardare si direbbe di no: l’Eurogruppo che doveva nominare il successore del portoghese Mario Centeno ha fornito un primo segnale inquietante. L’elezione scontata della socialista spagnola Nadia Calvino ‒ che godeva, almeno in via ufficiale, del sostegno di Germania, Francia, Italia e Spagna ‒ non lo è stata affatto e, alla seconda votazione, è stato eletto ‒ con uno voto solo di differenza grazie allo scrutinio segreto ‒ l’irlandese Paschal Donohe: 45 anni, Ministro dell’Economia ed esponente del Fine Gael guarda caso il partito vicino al Ppe della Merkel.

Anche in questo caso, quindi, hanno vinto i “Paesi del Nord” cioè i fautori del rigore ai quali non di rado la Merkel ha ammiccato dietro le quinte delle dichiarazioni ufficiali. Un’altra sconfitta per il Governo italiano, certo, ma soprattutto la conferma che, tra il dire e il fare, «l’anatra zoppa» avanza invece col passo dell’oca verso il dominio incontrastato dell’Ue: nella passata legislatura il Ppe aveva le presidenze di tre delle quattro istituzioni europee: Commissione, Parlamento, Consiglio dei capi di Stato e di governo. In quella attuale, le presidenze popolari sono scese da tre a una: la Commissione, affidata a Ursula Von der Leyen. Ora, con Donohe all’Eurogruppo, la Merkel ne controlla due prendendo, de facto, il controllo della politica economica europea, soprattutto in materia di bilanci.

E ciò è piuttosto preoccupante perché la Merkel, in tempi non sospetti, chiedendo una pronta attuazione del pacchetto di aiuti e facendo riferimento agli “eurobond” precisò che, in tal caso, la decisione di ricorrere a questi strumenti, richiederebbe la ratifica “di tutti i Parlamenti e ci vorrebbero anni”. Un modo come un altro, insomma, per dire una cosa e farne un’altra.   

 


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Editoriale

 

Il cappio al collo

Di Adriano Tilgher

Un vero cappio quello che il “salvatore dell’Italia”, Mario Draghi, ci sta mettendo al collo con le linee guida per l’utilizzo degli oltre 200 miliardi che stanno arrivando dalla UE. Questi soldi, non solo indebiteranno le nostre future generazioni, ma sono vincolati sia nell’utilizzo, che alle riforme da attuare. Utilizzo e riforme potentemente condizionati dalla volontà dei tecnocrati di Bruxelles. Su queste basi si muovono sia la riforma Cartabia della giustizia, in parte inutile perché non tocca temi fondamentali, quali la separazione delle carriere ed altro, in parte dannosa, perché restringe i margini del giusto processo, sia la legge Zan, una legge che discrimina, penalizza, diventa fonte di odio.

 

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La Spina nel Fianco

 

Carlo Vichi - imprenditore, genio e galantuomo

“Il futuro non è più quello di una volta” (Paul Valery)

21 ottobre 1422 con la morte di Carlo VI di Francia detto "Il folle" viene pronunciata per la prima volta una locuzione universalmente riconosciuta, utilizzata per annunciare la morte di un sovrano e contemporaneamente annunciarne un successore. «Le Roi est mort, vive le Roi!», (Il Re è morto, lunga vita al Re!). Il 2 giugno 1992, nel porto di Civitavecchia il panfilo personale della Regina Elisabetta, Il Royal Yacht “Britannia”, era in attesa di imbarcare importanti ospiti per una minicrociera verso l’isola del Giglio. Su quel panfilo, fu decisa la privatizzazione dell’Italia e la progressiva distruzione dell'imprenditoria Nazionale. A bordo, oltre a finanzieri banchieri e dirigenti di multinazionali, un noto comico italiano, che pochi anni dopo fonderà un partito Politico con l'intento di intercettare un’eventuale dissenso a questa strategia. Ad introdurre il consesso, l'allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Fu lui ad aprire i lavori, con una relazione introduttiva sui costi e i vantaggi delle privatizzazioni. La piccola e media impresa Nazionale deve essere aiutata nelle pratiche di fallimento, e svenduta sul mercato internazionale. Il nostro paese ha dato natali ad imprenditori visionari e spesso controcorrente, fra i tanti pensiamo ad Adriano Olivetti o Gaetano Marzotto, uomini semplici, "Self-made man", come canonizzato dalla cultura Statunitense. Uno degli ultimi eroi dell'imprenditoria Italiana, un bastian contrario, come piace a noi, si è spento nella sua città adottiva Milano circa un mese fa, il 20 settembre 2021, all’età di 98 anni, Carlo Vichi, leader indiscusso delle Tv a tubo catodico, che con la sua M.I.V.A.R. negli anni 80 e 90, entrò praticamente in tutte le case degli italiani, offrendo un prodotto economico ed allo stesso tempo tecnologicamente all'avanguardia.

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