Presente! Omaggio a Sergio Ramelli

“Legittima difesa-autodifesa popolare” vomita la locandina di Azione Antifa Roma Est, vi campeggia al centro una chiave inglese Beta 35 su sfondo rosso, a ribadire che “ammazzare un fascista non è reato” anzi un’azione legittima per salvare la democrazia partorita dalla Resistenza.

Questa Repubblica alimenta odio, è lui il fuoco di Vesta acceso, guai alle stolte vestali che lo lasciassero spegnere. Chiusa nel cappotto grigio delle vulgate, delle frasi spot, dell’inquisizione contro gli eretici del credo cattocomunista, l’Italia politicante il 25 aprile ha recitato i salmi della liberazione senza una sillaba spesa per la riconciliazione nazionale puntualmente delusa. Sepolti i tentativi, ormai dimenticati, di abbattere quel muro tra “i caduti italiani di tutti i fronti e di tutte le parti belligeranti” picconato già dal sen. Luciano Violante poi dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Così a seguire il 29 aprile sono volate manganellate ai giovani “estremisti di destra” che volevano manifestare il ricordo orgoglioso d’una comunità per un giovane di 18 anni, Sergio Ramelli, assassinato dai neopartigiani di Avanguardia Operaia nel lontano 1975. 44 anni da quel 29 Aprile quando S. non ce la fece più scegliendo il Paradiso degli eroi piuttosto che le feci della sua Patria che Patria non è e mai lo è stata come ricordava amaramente G. Ceronetti. Non fu la "Hazet 36, fascio dove sei" l’arma assassina “degli idraulici” ma la più corta, leggera Beta 35 a colpire sulla testa quel poco più che adolescente, davanti casa sua in via Paladini a Milano.

Dopo 47 giorni di resistenza aggrappato con le unghie sull’abisso, il cuore di Sergio chiuse l’ultima porta spegnendo la luce della vita. Soltanto un anno dopo, nella stessa data 29 aprile, ricorrenza della “macelleria messicana” di piazzale Loreto e primo anniversario dell’omicidio di Ramelli, un commando di Prima Linea sparava a bruciapelo al Consigliere provinciale M.S.I. Enrico Pedenovi assassinandolo, stava facendo benzina prima di andare alla commemorazione di S. R. Furono anni, quelli, di guerriglia civile senza soluzione di continuità, lo sappiamo bene, inutile l’elenco dei morti ammazzati, dei depistaggi e coperture, utile ricordare invece che quel clima partorì, guarda caso,  il progetto del compromesso storico.

Oggi la febbre, allarmano, torna a salire, un furbo gattone Mediaset vuole misurarla sotto le ascelle d’ un presunto neofascismo, potrebbe trattarsi d’ una ricaduta virale da curare anche col suo talk show sferruzzando di dritto e di rovescio. Così dopo un comizio elettorale del Presidente del Parlamento Europeo, tutto sul velluto, un red carpet azzurro servito su misura, dopo le polemiche salottiere sulla legittima difesa, s’ apre l’avanspettacolo sul bieco pericolo fascista partendo da un abominio di cronaca “nera”: lo stupro di Viterbo.

Piatto caldo da divorare politicamente, perché l’episodio dimostra ine-qui-vo-ca-bil-men-te che è d’obbligo chiudere tutte le formazioni in puzza di fascismo,  i fascisti sono stupratori, bruti senza cervello, tengono le donne a cose usa e getti, amano fare violenza sempre, dovunque e comunque, dimentichi, questi opinionisti orinatori del nulla, di Pamela.e Desirée e che circa il  40% delle violenze sessuali sono compiute da stranieri, 5 milioni di presenti, contro i 55 degli italiani, fate le proporzioni. Sullo stupro valga, per noi, un principio semplice, ferreo: lunghissima galera senza attenuanti e/o sconti di pena, altro che castrazione chimica. Poi il micione Mediaset se la passeggia per Milano, citando logicamente Piazza S. Babila, i sanbabilini e gli omicidi di Ramelli e Varalli.

Il fumigare, dalle ceneri, di nuove tensioni lo preoccupa, poverino, siamo alla vigilia d’un revival degli anni di piombo?  Appicciamo la paglia in studio così da sprigionare gazzarra, l’odio rinverdisce i suoi rami ma il programma fa audience passando un messaggio subliminale. Quale? Col fascismo mai abbassare la guardia, il pericolo c’è, eccome, guardate quegli ultras da stadio con lo striscione dicato a Mussolini, la manifestazione di quegli estremisti col braccio teso a ricordar Ramelli, quei fascistacci che fanno la spesa a una signora indigente della periferia romana, la lotta per la casa popolare, bisogna correre ai ripari. Come? Per ora si pensa ma non si dice apertamente, però un primo passo l’ha già fatto Landini il 1 maggio rilanciando la vecchia idea dell’ unità sindacale, quella della trimurti CGIL, CISL, UIL, specie di CLN dei lavoratori dove i compagni sono l’avanguardia intelligente e gli altri utili idioti.

Un progetto di neocompromesso storico dalla base al vertice con tutte le forze democratiche e antifasciste, logicamente quelle che hanno il passi del PD, perciò fuori Lega e FdI. Questo vetusto refrain scorreva tra le sentenze storiche di un ignoto (ai più) Assessore comunale meneghino ed una poltronista trasversale a ogni talk show. Chiusura villana condita da aggressione verbale all’ausiliaria 94enne Fiamma Morini della RSI, zittita dalle vestali dell’odio, guardiane del muro, oltre che dal cicciomicione conduttore  ( le ha tolto l’audio).

E allora se lo scontro continua, nessun compromesso, nessun passo indietro, camerata Sergio Ramelli: Presente!


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Editoriale

 

I sintomi e la malattia

di Adriano Tilgher

Non sono un medico ma, fra le cose che mi ha insegnato l’esperienza, so che i sintomi servono a capire qual è la malattia che li ha generati e che colpire i sintomi non vuol dire combattere la malattia. Ora, tornando sul piano politico, la questione Sea Watch, il problema immigrazione, l’incapacità, o meglio, l’impossibilità di una ripresa economica, la denatalità e il conseguente invecchiamento della popolazione, il costo e la mancanza del lavoro, la crisi della famiglia, il pressoché totale disinteresse verso la nazione e la solidarietà di popolo, l’assoluto distacco dei giovani dalle ragioni della crisi, la mancata difesa in tutti i settori degli interessi del popolo italiano sono solo alcuni dei sintomi della grave malattia che ha colpito l’Italia, e in generale tutta la società.

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La Spina nel Fianco

 

Nicola Bombacci; un esempio rivoluzionario

Non me ne voglia l'amico Andrea, se per una volta la spina nel fianco si sovrappone ad altra seguitissima rubrica del nostro giornale, quel Exemplis Vitae che ci racconta periodicamente vita e morte di quei personaggi della storia del "Pensiero Forte" da conoscere o riscoprire, ma se un Pensiero Forte deve essere istillato nella mente dei lettori, non può essere fatto senza parlare di Nicola Bombacci, detto Nicolino,  nacque a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì, il 24 ottobre 1879, dopo i primi studi, fu iscritto al seminario di Forlì,  si allontanerà nel 1900 per frequentare la Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, dove si diploma maestro, in  ritardo sui suoi coetanei, ma in contemporanea con un amico di 4 anni più giovane, Benito Mussolini. Nel 1905 si sposa, comincia una peregrinazione come insegnante per le campagne Emiliano Romagnole, è in queste peregrinazioni che avviene la sua conversione al socialismo.

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