Liberazione dall'anti

“Qui si fa l’Italia e si muore” chiude così il testo del Cuoco di Salò di Francesco De Gregori.

Il Cavaliere della Morte invece ha continuato il suo tragico galoppo anche dopo il 25 aprile seminando vendetta, e scavando una trincea di abomini nell’Italia spezzata. Tra i rossi e i neri fedeli fu muro imbrattato di sangue, la Patria scese la scala dei valori diventando un Paese governato dai bigi, neppure 74 anni hanno rimarginato quelle ferite, restiamo in guerra civile senza elmetti e fucili ma ci sentiamo al fronte mentre la Storia ha corso veloce, ricucito gli strappi in altre Nazioni lasciando ai monocoli studiosi il compito di riscriverne i fatti. Voltare pagina, non avere rancori nella memoria, è il sogno impossibilitato a viversi in questo fossato profondo da dove la cultura ufficiale spara a chiunque tenti la riconciliazione. Così dai bauli ognuno estrae i propri martiri srotolando il filo fino ai giorni nostri per cui “si muore” benedetti o maledetti secondo militanza a prescindere dalle virtù dell’uomo o della donna.

Quando la Primavera provava il suo abito, il 21 marzo scorso, un giovane diciottenne E. M. veniva pestato a sangue a Catania perché colpevole d’essere “fascista” o bollato per tale, trenta giorni di prognosi con la sua memoria ferita per sempre. Niente è cambiato e niente cambierà perché essere anti è l’unica colla universale di questa Repubblica usata per rendersi visibili, sentirsi in gruppo, sedersi a tavola senza essere Lazzari. La liberazione dall’anti sarebbe l’unica, autentica festa, riponendo in armadi serrati associazioni, discorsini precotti, medaglie, camicette rosse o nere e soprattutto la gramigna dell’odio che soffoca il grano. Crediamo sia un moto d’animo condiviso, ma non trova il corpo di un’istituzione che lo faccia suo cavalcando il sogno d’una Patria comune; da noi perfino gli aspiranti re si defilano invece di porsi alla testa d’ un popolo, sfidando il grigio assoluto della nostra storia recente.

Così ci sovviene un fatto legato al lontano 25 aprile del ’45, Milano era nelle mani del CNL, Mussolini lasciava la Prefettura per un inutile incontro col cardinale Schuster, dopo di che decideva di lasciare la città per recarsi a Como e da lì raggiungere la Svizzera, tentativo vanificato. Quello stesso giorno il pittore Mario Sironi fedele alla Repubblica di Salò uscì di casa, mentre gli spari echeggiavano per le vie, voleva, costi quel che costi, raggiungere il Duce, essere coerente fino alla morte. S’incamminò sulla strada che portava Como, 50 Km, deciso a ricongiungersi con la colonna di Mussolini, ma una brigata partigiana lo fermò, sarebbe stato fucilato all’istante, ma in quel manipolo c’era un giovanotto, Gianni Rodari, riconobbe l’uomo, l’artista, era lui Mario Sironi, così sfidando la concitazione tragica del momento fermò le armi e, come c’ ha narrato, il padre dei grandi murali fu salvo. Lo scrittore del “fantastico” per i bambini era già iscritto al P.C.I., Sironi era il simbolo dell’arte d’una rivoluzione fascista finita nelle macerie.  

Ma ciò che da significazione al fatto è proprio quel moto d’ humanitas che oltrepassa l’immanenza dell’attimo, riconoscere dignità all’altro oltre il muro ideologico. Sironi non si genuflesse a supplicare pietà anzi, al contrario, voleva bere il calice amaro fino all’ultima sorso, Rodari stimava la vis di quel “nemico” cocciutamente grande nella sua coerenza politica con l’armi dell’arte. Vorremmo udire finalmente parole coraggiose in questo 25 aprile, parole di sutura della trincea, gettate come un ponte a “fare l’Italia”. Disse però il grande artista, con profetica amarezza: "Speriamo davvero che dopo tante burrasche, tante tempeste, tanto bestiale soffrire […] si arrivi lo stesso in un porto dove […] ci sia pace […] “. Una speranza, la sua, ancora disattesa.


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