L'inganno del contratto "a tempo determinato"

Anche gli ultimi dati sull’occupazione in Italia resi noti lunedì 2 luglio dall’ISTAT confermano che su 18.038.000 lavoratori dipendenti il 17% ha un contratto a tempo determinato. Cifra, questa, che si eleva al 22% se si tiene conto del fatto che nel totale dei lavoratori dipendenti sono compresi quelli del pubblico impiego i quali hanno tutti un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Già il fatto che circa uno su quattro dipendenti del settore privato sia a tempo determinato è rilevante, ma esso assume un’importanza maggiore poiché quella la tendenza delle assunzioni dell’ultimo anno è assolutamente predominante in quella fattispecie: su 100 nuovi occupati, quattro sono stati costretti ad aprire una “partita IVA”, uno è a tempo indeterminato e ben 95 sono a tempo determinato.

Qualcuno si domanderà cosa sia questo “tempo determinato” e perché si usa tanto.

 Una breve storia. Già il governo fascista, pur non prevedendo espressamente le modalità del contratto a termine (in quanto allora anche il contratto a tempo indeterminato poteva essere risolto in qualsiasi momento con il pagamento di una indennità) stabiliva però fin dal 1924 nelle disposizioni relative all’impiego privato che “si presuppone il contratto a tempo indeterminato quando l’indicazione del termine non risulta giustificata dalla specialità del rapporto ed appaia invece fatta per eludere le disposizioni della legge sull’impiego privato”: norma riportata nell’art. 2097 del Codice Civile del 1942.

 Nel 1962, un’altra norma precisava che il termine poteva essere apposto per i lavori stagionali, la sostituzione di un lavoratore avente diritto alla conservazione del posto (esempio: le donne in maternità o gli uomini in servizio militare), per l’esecuzione di un’opera particolare, per l’utilizzo di personale specializzato per alcune materie (esempio: informatici per l’installazione di un sistema o di un programma). Esso poteva essere prorogato solo per una volta, in modo documentato, in caso di esigenze impreviste o mancata esecuzione dell’opera nei tempi stabiliti.

 Il freno all’utilizzo di questa modalità avvenne – come sempre capita – con l’Unione Europea che fece nel 1997 una “Direttiva” (approvata dall’Italia nel 2001) che prevedeva una prima assunzione, senza causale, per dodici mesi: esso poteva essere prorogato, solo per una volta e sempre per ragioni oggettive da dimostrare.

Sono proseguite poi altre normative successive, sempre più permissive, fino all’ultima emanata dal governo Renzi che ha praticamente liberalizzato quel tipo di contratto rendendolo la forma normale di assunzione.

 Ma qual è la conseguenza? Che i lavoratori dipendenti, soprattutto i giovani, non hanno alcuna certezza del loro futuro e vivono sperando continui rinnovi dei loro contratti a termine, oppure passano da un’azienda ad un’altra sempre con la stessa formula. Il che, fra l’altro, impedisce a loro di acquisire certezze ed esperienza, e priva i datori di lavoro di personale qualificato ben inserito nell’organizzazione aziendale.

 Tutto ciò è stato motivato dalla preoccupazione delle aziende di non poter licenziare i propri dipendenti quando lo desiderano. Ma questo è un falso argomento, perché la legge sul lavoro “job act” di Renzi ha reso più facile il licenziamento, eliminando di fatto la reintegra nel posto di lavoro in caso d’irregolarità. Quindi, le due cose non possono stare insieme: non si può da un lato rendere più facile il licenziamento e dall’altro non dare almeno la speranza della continuità del rapporto di lavoro ai neoassunti.

 Perché lo fanno gli imprenditori? Perché vogliono una massa fungibile e variabile a disposizione di manodopera, retribuita in modo inferiore agli altri dipendenti “fissi”, applicando di fatto all’interno dell’impresa una discriminazione – e una divisione – dei lavoratori, che non hanno più gli stessi interessi e diritti, pur lavorando fianco a fianco. Questo, senza considerare poi l’immensa massa dei lavoratori veramente “precari” in senso assoluto, quali le nuove figure di personale a disposizione, senza contratto, delle organizzazioni informatiche come i portacibo a domicilio o i tassisti occasionali!

 In realtà, il capitalismo finanziario – che non è più quello produttivo esistente fino alla fine del secolo scorso – vuole un mondo di lavoratori precari, a disposizione e sottomessi anche psicologicamente alla discrezionalità dell’organizzatore che non ha nulla a che vedere con il tradizionale imprenditore: un popolo dall’esistenza precaria, che non può programmare né famiglia né residenza né elevazione tecnica professionale, è considerato solo come consumatore necessario per alimentare il sistema finanziario.


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