Decrescita, l'idea giusta che non fa sognare

L’idea della decrescita ha sempre esercitato un certo fascino sull’autore di queste note. Ci è sempre parsa una soluzione interessante ai problemi di una società drogata di economia, tornaconto, grettamente materialista.

Per questo ci ha infastidito un articolo apparso di recente sull’Espresso, il periodico più borghese e più progressista che ci sia. L’articolista si compiaceva del declino della decrescita, che non riesce ad entusiasmare l’immaginario occidentale, consumista per definizione. Riflettendo meglio, tuttavia, dobbiamo dare ragione all’Espresso.

L’occasione è stata l’illuminate lettura di un importante libro del secondo Novecento, Massa e potere, dell’ebreo bulgaro di lingua tedesca Elias Canetti. Il suo verdetto, ricondotto al tema della presente riflessione, è chiaro: alle origini degli istinti della specie ci sono vari sentimenti e suggestioni. Una delle più potenti è quella dell’accrescimento.

Una delle più essenziali qualità della massa di ogni tempo, scopre Canetti, è l’impulso ad aumentare. Nel numero, nella ricchezza, nel territorio, nelle possibilità. Si tratta dunque di una tendenza insopprimibile, un istinto profondo della specie umana. Il potere, l’altro piatto della bilancia dell’indagine, lo ha capito assai bene e si comporta di conseguenza, assecondando per i suoi scopi riflessi e istinti comuni alla stragrande maggioranza degli esseri umani.

Crescere è una delle aspirazioni perenni della nostra condizione. La decrescita diventa quindi una risposta insoddisfacente in quanto limitata all’ambito razionale o addirittura intellettuale, oltreché un’elaborazione specificamente occidentale.

Coloro che possiedono tutti i mezzi convincono (quasi) tutti gli altri riconducendo l’accrescimento alla dimensione dell’uso, del consumo, della comodità, nella disponibilità immediata a pagamento differito. Si impadroniscono delle nostre vite perché invadono la sfera dei desideri, delle pulsioni.

In quest’ottica, il pensiero della decrescita ha molto da dire ma, ammettiamolo, è poco attraente per l’immaginario collettivo. La decrescita ha un contenuto morale, l’ambizione di diffondere un desiderio di autolimitazione del consumo, dell’egoismo, delle stesse ambizioni. Tutti concetti invisi all’occidentale postmoderno. L’unica soluzione ammessa diventerebbe allora, anziché reinvestire le energie eccedenti nell’accrescimento, godere nel liberarsene, dissipare, sprecare in perdita a partire dalla propria vita. Rimedio peggiore del male, poiché conduce alla consunzione, assecondare ogni pulsione ed istinto, specie nell’ambito sessuale e nei paradisi artificiali in cui unica regola è l’assenza di freni.

La decrescita è ben altro, e possiede una sua dignità di svolta riflessiva per la ricerca personale e collettiva di una qualità della vita sganciata dall’ossessione per la crescita e dalla corsa alla produzione, al consumo di merci.

Resta l’incapacità della decrescita di trasformarsi in speranza, simbolo, tensione positiva, proprio per quella sua connotazione apparentemente negativa: il meno al posto del più. Tutto giusto, sacrosanto, ma nulla che infiammi i cuori.

L’idea di tornare sui propri passi, riflettere, vivere eticamente non attrae la massa e non fa sognare. I lustrini del circo consumista, ci piaccia o no, ci riescono. Non resta che una via: convincere attraverso una consapevole paura situata in un futuro prossimo. Ci prova l’ecologia.

L’uomo non ha ancora perduto l’istinto di sopravvivenza della specie. La paura non è mai un sentimento facile da evocare, è difficilissimo da maneggiare con equilibrio, ma l’accrescimento, credenza tanto diffusa da diventare regola esistenziale, si è spinta ad un punto che mette in pericolo la continuità della specie e l’equilibrio della natura di cui siamo parte. L’uomo deve recuperare un rapporto con l’universo che non sia di solo dominio, ma torni a essere, come sapevano gli uomini di ieri, di rispetto e giustificato timore.

L’uomo usi finalmente l’orgogliosa ragione per fermarsi. Anche questo è accrescimento. Oggi come ieri, le masse obbediscono a dei capi. Il potere è adesso nelle mani di un’oligarchia padrona dei mezzi di produzione. Per la prima volta nella storia, ha mezzi potentissimi per conquistare, plasmare dall’interno l’immaginario della massa. Non sappiamo come, non basta il richiamo debole della decrescita, ma quel potere va fermato. Per questo, serve il risveglio da un sonno prolungato di quelli che Canetti chiama “cristalli di massa”, gruppi di uomini di buona volontà che contribuiscono all’orientamento delle masse. Il loro compito è immane: andare contro l’istinto della specie, giacché per avanzare davvero non c’è altra soluzione che tornare sui nostri passi. Crescere, forse, è decrescere.     

 


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Editoriale

 

Bisogna stare attenti

di Adriano Tilgher

Ormai è tutto molto chiaro. Esiste un governo fatto da coloro che fino a ieri erano l’un contro l’altro armati e che oggi sono compagni di merende, succubi inerti ed impotenti sotto un padrone che li fa parlare, li fa agitare, li fa proporre ma poi fa ciò che gli pare.

Tutto questo mi fa paura, l’incoscienza e lo spirito antitaliano delle più alte autorità di quello che rimane dello stato italiano hanno consentito, in nome della più inosservata carta costituzionale (buona per tutte le soluzioni), una serie di colpi di stato che oggi hanno messo il destino nostro e dei nostri giovani nelle mani di un personaggio, freddo, calcolatore, che nessuno controlla e nessuno può fermare, soprattutto perché la gente è convinta di avere un nuovo salvatore.

Siamo in una situazione disperata, grazie proprio a quel mito fasullo della democrazia, per cui i più contano e i meno non contano nulla; proprio quei più che sono frutto dei condizionamenti dettati dai media totalmente in mano ai detentori delle risorse planetarie che vogliono dominare il mondo e trasformare gli esseri umani in consumatori compulsivi privi di volontà.

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La Spina nel Fianco

 

Vogliamo i Colonnelli

1934, Giovacchino Forzano (Borgo San Lorenzo 1883 Roma, 1970) regista amico di Benito Mussolini, convince il Duce del bisogno di dotare l'Italia di una città del cinema, su modello Hollywoodiano, 3 anni dopo sarà fondata Cinecittà, ma la prima vera città del cinema, dotata di teatri di posa e di maestranze specializzate nasce a Tirrenia il Toscana, a metà strada fra Pisa e Livorno. Forzano rileva la struttura della Tirrenia Film un complesso di stabilimenti cinematografici costruiti su disegno dell'architetto Antonio Valente. Al progetto viene dato il nome di "Pisorno", unendo i nomi delle 2 città toscane eternamente rivali, Pisa e Livorno. Forzano reduce dal successo commerciale del Film "Camicia nera" del 1933 dotò Pisorno di nuove professionalità fino ad allora scarsamente rappresentate in Italia, fonici, tecnici del suono, ispettori di produzione, molti dei quali,  si trasferirono successivamente negli stabilimenti di Cinecittà. Negli stabilimenti della Pisorno reciteranno tra gli altri: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Eduardo de filippo, Ugo Tognazzi, e Fred Astaire. Forzano vi diresse i film “Sei bambine e il Perseo” (1939), “Il re d'Inghilterra non paga” (1941), e “Piazza San Sepolcro” (1942). Vi è stato girato anche il primo "cinecomics" italiano "Cenerentola e il signor Bonaventura" diretto nel 1941 da Sergio Tofano, che portò sullo schermo quel "Signor Bonaventura", esordito nel 1917 sul Corriere dei Piccoli. Durante le riprese la famiglia Forzano viveva spesso a Tirrenia, ed il figlio Giacomo, insieme ad amici era solito fare scherzi, che verranno poi immortalati sul grande schermo nella trilogia di "Amici Miei", si perchè fra quei ragazzi c'era anche Mario Monicelli.

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