La (modesta) partecipazione dei lavoratori all'ALCOA

Dopo molti mesi di sofferenza, si sta risolvendo in modo positivo la sorte dei circa 400 lavoratori dipendenti dalla fabbrica di alluminio ex-ALCOA di Portovesme in Sardegna, perché è stata definita la ripresa dell’attività produttiva dopo l’acquisizione da parte del consorzio svizzero ”SIDER ALLOYS”.

Ma, prima di entrare nel merito delle innovative clausole previste per questa acquisizione, è opportuna una breve storia di quello stabilimento. Istituita negli anni trenta ai tempi dell’autarchia quando il governo italiano intese sfruttare tutte le risorse minerarie della Sardegna e in particolare dell’alluminio, la fabbrica apparteneva all’Ente specializzato nella metallurgia delle partecipazioni statali che era l’”EFIM”. Intervenuta – dopo il Trattato di Maastricht, “tangentopoli”, il convegno del “Britannia” presieduto da Mario Draghi – la politica delle “privatizzazioni” delle industrie strategiche italiane, la fabbrica fu venduta alla multinazionale americana “ALCOA”. Essa produceva benissimo ma ad un tratto – nel 2016 – asserendo l’insostenibilità dei costi soprattutto energetici - la proprietà decise di chiudere la fabbrica. Furono indetti scioperi e riunioni ministeriali; furono scritte interrogazioni parlamentari e articoli; fu attuata in diversi tempi la cassa integrazione nelle sue varie modalità, ma nulla poté smuovere la volontà della chiusura da parte della multinazionale statunitense.

 Il ministero dello sviluppo economico Carlo Calenda s’impegnò a ricercare un compratore tramite la società finanziaria “veicolo” dello Stato denominata ”Invitalia”. A febbraio, la società svizzera “SIDER ALLOYS”, contando anche su 92 milioni di agevolazioni finanziarie italiane, acquisisce formalmente l’ex-ALCOA (speriamo che gli cambino anche il nome, che ricorda la multinazionale americana).

 La novità sta nel fatto che una delle condizioni della vendita poste dal Ministro Calenda era che il 5% delle azioni fosse destinato all’associazione dei lavoratori dipendenti e che quest’ultimi abbiano un loro rappresentante nel “consiglio di vigilanza” che affianca il consiglio di amministrazione.

 Questa è certamente una buona cosa, un inizio di quella “partecipazione alla gestione” che la Costituzione da tempo prevede ma che non ha mai trovato uno sbocco legislativo attuativo.

 Certamente ci sarebbe da rilevare il fatto che da una proprietà al 100% italiana, fondata dal governo italiano e costata nel corso dei decenni molto denaro pubblico, si passi ora solo ad un modesto 5% di partecipazione azionaria, ossia ad un ventesimo di quello che c’era. Ma tant’è, questi sono i risultati del capitalismo finanziario e delle privatizzazioni: dovremmo accontentarci del fatto che almeno l’occupazione e una certa forma di controllo da parte dei lavoratori (italiani) ci sia.

 Contenti? Mica tutti, però. Il portavoce della segretaria generale della CGIL afferma testualmente che “il 5% a un’associazione di lavoratori (??) è un’idea alquanto problematica”... Chissà, forse preferiva disoccupati da gestire: oppure, teme che – come sta succedendo in tante elezioni di rappresentanze sindacali – la sua organizzazione classista non abbia il totale controllo dei lavoratori titolari del pacchetto di azioni.

La questione comunque va seguita nei suoi sviluppi ulteriori, data la sua importanza simbolica.


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