Anche la Borsa non è più italiana

Un pezzo alla volta, le istituzioni finanziarie e creditizie italiane vengono cedute ad entità straniere. L’ultimo fatto è avvenuto lo scorso 8 ottobre quando, dopo mesi di trattativa, la gestione della Borsa Italiana è stata acquisita dalla multinazionale “Euronext” che l’ha rilevata da quella inglese, la “London Stock Exchange”, che già la possedeva: il trasferimento è avvenuto con la corresponsione di 4,320 miliardi di euro.  Però un commentatore economico, Paolo Annoni, ha fatto presente che questa cessione – che ha visto anche l’intervento della Cassa depositi e prestiti italiana – è stata fatta a trattativa privata, senza “asta competitiva”: in quel caso il prezzo sarebbe stato più elevato e quindi se ne deduce che la decisione di preferire Euronext sia stata tutta politica.

Cos’è Euronext? Come tutte le multinazionali, ha la sede in Olanda, ad Amsterdam (Paese che agisce e influisce all’interno dell’Unione Europa come una specie di “paradiso fiscale”, senza che nessuno gli si opponga): ma il suo nucleo principale e fondante degli azionisti è francese, con la “Banque National de Paris”, la “Caisse de Depots” e altre istituzioni finanziarie che ne hanno il pacchetto azionario piccolo, ma determinante come è ormai consuetudine nelle multinazionali. Tant’è che il “ceo”, il “chief executive officer” (il funzionario capo dell’esecutivo, il nostro “amministratore delegato”) è il francese Stephane Boujnah il quale ha una carriera tutta finanziaria (fra le altre cose, è stato consigliere del noto Dominique Strauss-Khan) ma anche “ideologica”, essendo cofondatore di “Sos Racisme”, membro della commissione Attali e del partito socialista: da tener presente che la sua famiglia origina da ebrei tunisini trasferitisi in Francia. Questa multinazionale controlla molte altre borse, e ha una partecipazione anche in quella di New York.

Ci si potrebbe domandare perché un’istituzione delicata e importante come la Borsa sia fatta gestire da stranieri. La questione non è solo quella degli utili della gestione amministrativa che si trasferiscono all’estero, ma attiene soprattutto alla tutela delle nostre attività economiche e finanziarie. Infatti, chi gestisce la Borsa viene necessariamente a conoscenza dei bilanci, delle prospettive produttive, degli attivi o perdite occulte, della debolezza della loro dirigenze, delle manovre di potere interno alle aziende quotate (o a quelle che lo chiedono): sono tutte preziose informazioni – peraltro spesso dovute per legge - che possono essere trasferite o utilizzate dai gestori della Borsa per favorire acquisizioni di aziende che siano più deboli finanziariamente o abbiano qualche problema interno di gestione.

Ma la presenza francese nel campo finanziario non si limita alla Borsa. Sono già numerose le banche e le assicurazioni, un tempo italiane, che sono diventate di proprietà o sono sotto l’influenza francese.
Particolare preoccupazione vi è ora per l’Unicredit, già presieduta dal francese Jean Mustier, che potrebbe acquisire il Monte dei Paschi di Siena e cedere parte delle sue attività (come ha già fatto con la società d’investimenti finanziari “Pioneer”). Vi è poi la questione Mediobanca, storica banca d’affari italiana, in cui già il 14% del suo capitale è in mani francesi: se ne acquisisse il controllo, avrebbe anche quello della principale sua partecipata, le Assicurazioni Generali. Mediobanca  attualmente è presieduta da Alberto Nagel.

Insomma, non sembra che il governo stia difendendo attivamente le nostre imprese, soprattutto quelle della finanza oggi particolarmente importanti. E’ vero che con un recente decreto è stato esteso l’ambito in cui possa essere attivato il cosiddetto “golden power”, cioè la preminenza data al diritto di voto azionario facente capo ad istituzioni statali, quali la “Cassa depositi e prestiti” o lo stesso Ministero dell’Economia e delle Finanze: però tale norma è stata giudicata dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR), che si occupa anche di sicurezza economica, “insufficiente” dinanzi alle possibilità di conquista di aziende strategicamente importanti da parte di gruppi economici stranieri.

Ma questo non è un pericolo nuovo per l’Italia. Nel 1915 la Libreria de “La Voce” (il periodico diretto da Giuseppe Prezzolini) pubblicò un libro di Giovanni Preziosi intitolato “La Germania alla conquista dell’Italia” (ripubblicato qualche anno fa dalle Edizioni di AR) in cui erano raccolti gli articoli di un’inchiesta apparsa sulla sua rivista “La Vita Italiana” a proposito delle operazioni di acquisizione o controllo d’imprese italiane da parte della “Banca Commerciale Italiana” e dei suoi amministratori tedeschi. Preziosi denunciava in quel libro la progressiva espansione della finanza e dell’industria tedesca in Italia, avvalendosi delle operazioni condotte dalla banca tramite fiduciari o prestanomi. Da tener presente che all’epoca l’Italia era alleata della Germania nella “Triplice Intesa” e quindi queste subdole operazioni di conquista erano certamente riprovevoli. Preziosi si avvaleva anche della collaborazione del noto economista Maffeo Pantaleoni, che sostenne con le sue analisi tecniche quell’inchiesta.

Ebbene, a distanza di un secolo un’operazione simile si sta riproducendo, stavolta però con la Francia al posto della Germania (la quale, comunque, ha anch’essa qualche sua pedina nella nostra economia).

E’ quindi necessario informare e vigilare su tutte queste operazioni di compravendita di pacchetti azionari, e stimolare il governo ad intervenire a difesa dell’economia nazionale. Sulla vicenda della Borsa Italiana e in genere della tutela delle imprese nazionali sono state presentate alla Camera due articolate mozioni, firmata da Giorgia Meloni e da tutto il gruppo di Fratelli d’Italia, e l’altra da parte di alcuni deputati della Lega avente come primo firmatario Giulio Centemero.


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