Non solo il Covid ha provocato la disoccupazione

Ha fatto molto scalpore e prodotto ampi servizi giornalistici sui media la recente statistica dell’ISTAT sull’aumento della disoccupazione provocata dal blocco delle attività a causa del “Covid-19”. In particolare, nel secondo trimestre dell’anno (quello, da aprile a giugno, in cui vi è stata maggiormente l’incidenza del virus e la chiusura delle attività economiche) la disoccupazione è aumentata di 841.000 unità rispetto al corrispondente trimestre dell’anno precedente, stabilendo il tasso di disoccupazione all’8,3% (che però comprende solo chi s’iscrive come tale presso gli uffici del Ministero del Lavoro, non chi rinuncia a cercare lavoro o si rifugia nel lavoro in nero).

Analizzando questa cifra per conoscere le categorie dove si è registrata maggiormente la perdita del lavoro, ci accorgiamo che ciò è avvenuto principalmente in una precisa categoria dei lavoratori dipendenti: quelli a termine, a tempo pieno o parziale, che sono diminuiti del 21,6% rispetto all’anno precedente, equivalenti a 675.000 unità. Il resto, appartiene ai lavoratori autonomi e a giovani precari.

Come settori di attività, i più colpiti sono stati il commercio, le attività turistiche, i servizi ai cittadini e alle imprese; non hanno invece avuto contraccolpi particolari le attività industriali e agricole.

I disoccupati sono aumentati tra i contratti a termine per la natura propria di questa tipologia di lavoro dipendente. Essa era stata già regolamentata durante il fascismo, e si applicava a lavoratori che potevano essere chiamati per sostituire malati, donne in maternità, richiamati alle armi oppure per svolgere mansioni particolari di breve durata (ad esempio, ai nostri tempi installazione di un sistema informatico che poi viene fatto funzionare dai dipendenti stabili). Per questo motivo, i lavori a termine dovevano essere ben documentati, e avere brevi scadenze; anche l’eventuale rinnovo era sottoposto a controlli.

Negli scorsi decenni l’Unione Europea, nella sua smania di “liberalizzare” tutto nell’illusione di favorire così lo sviluppo economico ed occupazionale, ne aveva eliminato con una sua “direttiva” parte dei vincoli; l’opera di demolizione è stata portata a termine dal governo Renzi che ne ha addirittura previsto la durata fino a 36 mesi senza motivazioni!

Questo meccanismo ha molti effetti negativi: lasciare i lavoratori nell’incertezza sul proprio futuro, senza poter fare programmi di vita e sperando che il rapporto di lavoro si trasformi in permanente; impedire che essi possano specializzarsi, essendo in genere addetti a mansioni inferiori anche alle loro qualifiche; la mancanza di solidarietà e comunanza d’interessi con gli altri lavoratori operanti nello stesso impianto produttivo, perché non vi è la stessa prospettiva di lavoro. Ma esso crea un danno anche all’impresa che ha una parte di personale che non si specializzerà e non potrà contribuire, con l’esperienza, a migliorare la produzione.

Fra l’altro, essendo stato anche pressoché eliminata la portata dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori che prevedeva la riassunzione in caso di licenziamento illegittimo, il datore di lavoro non ha più il problema di non potersi “liberare” di personale scomodo o poco produttivo, quindi il contratto a termine non avrebbe più alcuna giustificazione tranne quella inizialmente descritta della sostituzione.

Comunque sia, la proliferazione dei contratti a termine ha penalizzato questi lavoratori rimasti disoccupati, mentre quelli a tempo indeterminato (che sono diminuiti solo dello 0,4% rispetto all’anno precedente) sono stati protetti dalla cassa integrazione applicata anche senza le normali motivazioni (tant’è che è stata sospesa in questo periodo l’ordinaria procedura di consenso del sindacato per la sua applicazione) e dal blocco dei licenziamenti estesi fino al 31 dicembre di quest’anno.

Ci auguriamo quindi che, passata questa tempesta dell’epidemia, si possa tornare a fare una riflessione sui contratti a termine per ricondurli alla loro funzione originaria e non considerarli come una componente di lavoratori da usare e gettare a volontà.

Dicevamo prima che il tasso di disoccupazione non è totalmente veritiero, perché non considera quelli – soprattutto giovani – che neanche s’iscrivono in cerca di lavoro ai competenti uffici statali, fonte delle statistiche ISTAT. Tuttavia, qualche dato emerge indirettamente in quanto il tasso d’inattività è del 37% rispetto alla fascia di età dai 15 ai 34 anni, con un aumento del 5,6% rispetto all’anno precedente e, a questo riguardo, il presidente dell’ISTAT Blangiardo ha dichiarato: “lo scoraggiamento di chi ha smesso di cercare lavoro è il fenomeno preoccupante che sta emergendo dopo la fase più acuta del Covid-19.”

Questa questione ci fa anche riflettere su un altro dato. Poiché il totale degli italiani è di 60 milioni di persone, vuole dire che gli addetti ad attività produttive sono solo 24.298.000 che dovrebbero mantenere, oltre a loro stessi, anche 2 persone e mezzo a testa. E’ vero che esiste il pianeta dei pensionati, di cui una parte consistente funge da “ammortizzatore sociale” con la sua pensione sostenendo la sua famiglia diretta e indiretta (i nipoti, soprattutto); è anche vero che esiste il lavoro in nero, considerato “inattivo” dalle statistiche: però è necessario che in Italia aumenti il numero degli occupati, soprattutto giovani. Perché sia la disoccupazione, sia il lavoro in nero, hanno anche un altro effetto negativo: quello di ridurre l’apporto dei contributi previdenziali, creando difficoltà attuali all’INPS e future ai giovani per la loro pensione.

Ma forse ha ragione il prof. Luca Ridolfi, con il suo libro citato in questa rubrica sulla “società signorile di massa”: ci sono diversi segmenti economici che sfuggono ad ogni valutazione, alcuni al limite della legalità, che consentono – insieme al neoschiavismo dell’immigrazione incontrollata – di mantenere un tenore di vita adeguato.

Un’ultima considerazione, positiva, va anche fatta su questi dati. Se è vero che il sistema industriale è quello che ha retto meglio con pochi disoccupati e con un incremento della produzione e dell’esportazione, allora va interrotta qualsiasi forma di delocalizzazione e di alienazione all’estero per tutelarlo e rafforzarlo ricordandoci che lo “status” di Paese sviluppato per cui partecipa al “Gruppo dei 7” è dato all’Italia proprio dalla miriade di piccole e medie industrie, realizzazione pratica dell’inventiva e delle capacità innovative del nostro popolo.

Ecco, queste a nostro parere sono le indicazioni che ci pervengono dal bilancio occupazionale del periodo del blocco delle attività a causa del virus.


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