L'immigrazione incontrollata e l'infrastruttura paraschiavistica

Il riacutizzarsi dell’immigrazione irregolare in Italia, non contrastata dal governo, trova una singolare definizione da parte del sociologo torinese Luca Ricolfi nel suo recente saggio intitolato “La società signorile di massa” edito da “La nave di Teseo”. Egli infatti afferma che negli ultimi decenni in Italia si è lentamente creata con l’immigrazione quella che lui chiama un’”infrastruttura schiavistica” intendendo per tale “una parte della popolazione residente (spesso costituita da stranieri) collocata in ruoli servili o di ipersfruttamento”, a beneficio di cittadini e imprese italiani. In quali ambiti si collocano questi nuovi “schiavi”? Questa è la loro destinazione secondo la sua analisi:

  • lavoro stagionale per la raccolta dei prodotti agricoli;
  • prostituzione femminile, soggetta ai “clienti” e soprattutto ai loro padroni;
  • servizio domestico, o anche di assistenza socio-sanitaria;
  • lavori pesanti, usuranti o sgradevoli effettuati in “nero”;
  • consegna a domicilio di cibo, libri, oggetti vari;
  • servizi cosiddetti “esternalizzati”, di facchinaggio, pulizia, trasporto e altro, quasi sempre svolto da cooperative;
  • spaccio di droga e altra microcriminalità.

 

Il totale delle persone addette a questi compiti si aggira sui quattro milioni, in gran parte stranieri. L’immigrazione più o meno regolare in Italia parte da lontano, iniziando da quell’evento che fu all’epoca considerato felice ed epocale, quale la fine della guerra fredda e lo “sblocco” dei Paesi dell’Est europea controllati dall’Unione Sovietica. Come una specie di vaso comunicante, dove l’acqua scorre da un contenitore all’altro, masse di persone provenienti da Albania, Polonia, Romania, Ucraina si sono riversate in Italia in cerca di migliori condizioni di vita e di lavoro, vista la distruzione del loro assetto economico – povero ma stabile - operata dal liberalismo imposto a quei Paesi. A questo primo flusso di emigrazione, seguì quello proveniente da lontani Paesi asiatici, quali Bangladesh, Filippine, India e Pakistan, anch’essi in cerca di situazioni migliori di quelle esistenti. Poi vi fu il flusso del Medio oriente (Irak soprattutto ma poi anche Siria) sconvolto dalle guerre scatenate dall’imperialismo statunitense per “portare la democrazia”. Infine, vi è la massa africana degli ultimi anni, non più trattenuta dalla Libia governata da Gheddafi, contro cui fu forse scatenata per questo motivo la guerra, coscientemente o stupidamente sostenuta da Napolitano e Berlusconi.

La prima osservazione da fare riguarda la qualità di questi flussi immigratori: se i primi, quelli dell’Europa orientale, erano piuttosto affini alla nostra cultura per etnia, religione, storia e anche preparazione professionale, gli altri che ne sono seguiti sono stati via via di livello sempre più basso. Mentre i filippini e i provenienti dal mondo indiano avevano una certa loro cultura, nordafricani e subsahariani non hanno quelle qualità.

Ma, a parte queste considerazioni, l’importante è notare il termine “paraschiavismo” con cui Ricolfi, persona abbastanza indipendente culturalmente ma comunque educata in un ambito di sinistra, etichetta questo fenomeno. Un termine che non piacerà ai teorici della libertà di circolazione dei popoli, dell’integrazione e della cittadinanza facile: ma Ricolfi fa presente che tutte quelle persone, nella stragrande maggioranza dei casi, non usufruiscono di nessuno di quei diritti sociali che la nostra storia, la Costituzione e le leggi vigenti pongono a tutela del lavoro e dell’ordine pubblico. Quasi sempre pagati in nero, senza contributi, con paghe infime, con lunghi orari, senza protezioni per la sicurezza sul lavoro; messi a vivere in condizioni abitative al limite dell’umano; privi di assistenza sanitaria in caso di malattia; costretti a subire, per certi lavori, le dure imposizioni dei datori di lavoro o dei loro preposti.

E’ veramente singolare, e tipico di quello che si potrebbe chiamare un “trasbordo ideologico” verso il liberismo rinnegando i principi sociali loro propri, che la sinistra, i sindacati ad essi vicini e persino la Chiesa non solo tollerino queste situazioni di degrado ma auspicano l’arrivo di un numero costante e sempre maggiore di questi “schiavi”! Per loro, le previsioni di legge e di contratto sembrano non esistere: i diritti umani, di cui si riempiono continuamente la bocca e di cui chiedono ad altri Paesi il rispetto, vengono “sospesi” per gli immigrati.

Tutto ciò deriva dal fatto che questa “infrastruttura schiavistica” serve ottimamente sia ai datori di lavoro, soprattutto in alcune categorie (agricoltura, edilizia, facchinaggio, trasporti, ristorazione) per lucrare sul costo del lavoro sia ad una classe (che Ricolfi chiama appunto “signorile” e che noi potremmo definire “radical-chic”) per vivere nel massimo comfort servendosi del lavoro di queste persone. Lo stesso dicasi per lo spaccio di droga, purtroppo sempre più diffuso, affidato a migliaia di  “pusher” compensati pochissimo, e la prostituzione: le autorità di polizia e i servizi sociali non si preoccupano né di stroncare questi fenomeni né di assistere le persone coinvolte. Il fatto è che entrambe quelle forme illegali sono utilizzate da quello stesso strato sociale, insieme ad altri inferiori, e quindi va lasciato prosperare.

Queste, descritte sommariamente, sono le ragioni per cui non s’intende lottare veramente contro l’immigrazione irregolare né per frenarla né per tutelare (e controllare) chi riesce ad arrivare e risiedere nel nostro Paese.

Così avviene che poi sia solo la destra politica e culturale ad usare quel termine “neoschiavismo”, audacemente indicato dal sociologo torinese, riferendosi all’immigrazione incontrollata: essendo però aspramente rimproverata dalla classe “signorile” dei cosiddetti progressisti!

 


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