Nel FAANG del Covid-19

No. Non è un errore di battitura del titolo. Nemmeno un refuso involontario visto che per “FAANG” si intende la famiglia delle azioni tech: Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google.

In altre parole, sono i cinque protagonisti di Wall Street durante i mesi funestati dal Covid-19 caratterizzati dalla più incisiva divergenza tra le Borse internazionali e le economie “reali” di tutto il mondo. Lo stesso Nobel Robert Shiller ha recentemente scritto un articolo su Project Syndacate nel quale si legge: «Più i fondamentali economici e le previsioni peggiorano, più appaiono misteriosi i risultati del mercato azionario negli Stati Uniti».

Un paio di esempi contribuiscono capire meglio la situazione. Il primo: nel 2006 le azioni di Amazon si scambiavano a 32 dollari l’una e l’85% degli operatori ne sconsigliava l’acquisto. Oggi le quote della società di Jeff Bezos valgono 95 volte tanto. Il secondo: il 10 ottobre 2018 si registrò un vero e proprio sell-of durante il quale Netflix perse in un giorno l’8,38%, Amazon il 6,5%, Apple e Google il 4,64%, Facebook il 4,13%.

A ridosso del giorno nero dei FAANG il senior analist di Barclays Ross Sandler si dichiarava convinto che i colossi del web avrebbero deluso chiudendo in perdita i loro conti trimestrali mancando gli obiettivi di fatturato del secondo trimestre per la prima volta dalla crisi finanziaria: ciò portava Barclays a tagliare le previsioni dei FAANG sulle entrate per il terzo trimestre successivo.

Oggi la situazione è diametralmente opposta. Altro che guadagni incerti! Le cinque società sono entrate nell’Olimpo dei giganti azionari con oltre 1,5 trilioni di dollari di valutazione: i buy impazzano e i rialzi sono costanti toccando percentuali da capogiro. Anche altri titoli simili confermano il trend: Nvidia tre anni dopo la sua IPO del gennaio 1999, era sconsigliata dall’88% degli analisti e le sue azioni si scambiavano a 2,60 dollari ciascuna. Adesso valgono 393 dollari, oltre 150 volte il loro prezzo nel 2002. Tesla, dal canto suo, per anni guardata con scetticismo, nell’ultimo anno ha segnato un sensazionale +500%.

Quale la ragione di questa evoluzione? Ovviamente la pandemia da coronavirus. Basta guardare con attenzione il mercato azionario statunitense per rendersi conto di quanto il Covid-19 sia stata la cartina di tornasole dell’impennata: dal 30 gennaio al 19 febbraio l’indice S&P 500 è aumentato del 3% per poi calare del 34% dal 19 febbraio al 23 marzo e poi risalire del 42% dal 24 marzo e non fermarsi più.

Per alcuni, il merito di tutto ciò va rintracciato nella riduzione dei tassi di interesse e dall’annuncio della Fed di avviare un programma aggressivo per la creazione di linee di credito innovative. Per altri, è stata la scelta di Donald Trump di firmare il Coronavirus Aid, Relief, and Economic Security (CARES) Act da 2.000 miliardi di dollari, promettendo un “battagliero” stimolo fiscale per l’intera economia statunitense.

La verità, invece, è un’altra. Siamo passati dalle previsioni di Anthony Fauci che consigliava agli americani di «prepararsi alle vacanze estive» perché il Covid-19 sarebbe stato velocemente vinto, alla sibillina presa di consapevolezza del virologo tedesco Hendrik Streeck secondo il quale ormai «non c’è alcuna seconda o terza ondata: siamo in un’ondata permanente».

E i FAANG sono stati gli unici a “saperlo in anticipo” a quanto pare perché ‒ giovandosi degli utili derivanti dal diventare “centrali” nei servizi offerti durante il lockdown mondiale ‒, hanno subito investito tali profitti in attività che danno per scontato il deja vu di questi mesi. Manco fossero outsider del settore biotech che annunciano di sperimentare un vaccino di qualche tipo in tempi di pandemia, i FAANG sono predestinati a vincere ancora a lungo nella partita che si gioca nelle borse internazionali.

E così Apple e Google, ad esempio, hanno annunciato la loro collaborazione per realizzare una piattaforma di contract tracing ‒ la tecnologia per il tracciamento delle infezioni da coronavirus ‒ mentre Facebook sta ampliando il suo programma Disease prevention maps, un progetto che utilizza i dati di localizzazione delle app del social network già impiegato ‒ nel silenzio del mainstream ‒ in Mozambico ai tempi del colera e in Asia durante il virus zika. Amazon e Netflix non sono meno attive: il loro compito è più facile, visto che devono “solo” investire nell’attività ordinaria implementando i prodotti ‒ materiali nel primo caso e virtuali nel secondo ‒ che già offrono.

In altre parole, si tratta di «raddoppiare e perfino triplicare la puntata mentre il Casinò è in fiamme» come ha ben spiegato Paul Rollert della Booth School of Business di Chicago. D’altra parte, Netflix è famosa a Wall Street per la sua capacità di “bruciare cassa”: nel 2019 ha generato liquidità per 3,5 miliardi di dollari investendo, però, su nuove serie per 15 miliardi, continuando nel suo gioco pericoloso di vivere a leva.

Un azzardo che, a quanto pare, il ritorno del lockdown ‒ ormai dato da molti analisti per scontato ‒, ha reso molto meno pericoloso per i FAANG. Nel fango della pandemia, invece, rimarrà a quanto pare l’economia reale che non avrà scampo.


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