Serve anche il sovranismo fiscale

In questi giorni è scoppiato sulla stampa lo scandalo della FCA (ex-FIAT) che intende chiedere a Banca Intesa S. Paolo un credito di circa sei miliardi di euro approfittando della garanzia sulla sua solvibilità prestata alla Banca, per effetto di un decreto del governo Conte, dalla società pubblica di assicurazione ai crediti all’esportazione denominata “SACE”. La famiglia francese Elkann, proprietaria della FCA, sostiene che – poiché quel denaro servirà sia per gli investimenti negli stabilimenti in Italia mantenendo le produzioni in essere e l’occupazione, sia per saldare i debiti con i fornitori, salvaguardando cosi altra occupazione – questa operazione va nell’interesse dell’Italia e quindi la garanzia è necessaria.

Essi hanno subito trovato difensori e propagandisti, oltre che nella stampa controllata (“La Stampa”, “Repubblica” con i quotidiani locali collegati, “Il secolo XIX^”, “Huffington post”) anche in alcuni politici a cominciare dal Partito democratico e da quello renziano.

I critici di questa operazione, invece, da un lato sostengono che l’utilizzo della garanzia in modo così consistente lascia poco a disposizione, rispetto agli impegni complessivi stanziati, per tutta la massa delle piccole e medie imprese le quali avrebbero bisogno, ben più della FCA, di prestiti garantiti dallo Stato. Ma la vera e fondamentale critica sta nel fatto che la FCA ha il domicilio fiscale in Olanda avvantaggiandosi del basso prelievo fiscale colà esistente: e ci si domanda allora se è giusto che lo Stato italiano dia garanzie finanziarie ad un’impresa che non paga le imposte dirette in Italia (solo le indirette, ossia l’IVA sulle macchine vendute) anche se le sue origini, e le agevolazioni che ha avuto nei decenni passati, consiglierebbero di riportare il domicilio fiscale in Patria.

La questione è ancora aperta e probabilmente la FCA/FIAT otterrà tutto quello che desidera, grazie anche alla forte pressione giornalistica e politica sul governo.

Ma, contestualmente a questa vicenda, ne è emersa un’altra, peraltro già da tempo nota. La CGIA – Confederazione generale dell’industria e dell’artigianato, con sede a Mestre, che rappresenta soprattutto le piccole attività economiche – ha attaccato le grandi multinazionali del Web (Google, Amazon, Apple, ecc.) che in Italia producono fatturati miliardari ma versano al fisco pochissime imposte. Nel 2018, ad esempio, l’aggregato delle imprese residenti in Italia ma controllate da queste multinazionali ha fatturato 2,4 miliardi di euro, con circa 10.000 addetti (perché è un’attività che richiede poco personale): pero le imposte pagate sono state “briciole, solo 64 milioni di euro”.

In confronto, aggiunge sempre la CGIA, le nostre micro e piccole imprese, con meno di 5 milioni di fatturato, hanno generato un volume di affari di 926,7 miliardi di euro dando lavoro a più di 10 milioni di addetti (da notare quindi l’elevata occupazione realizzata, che a sua volta produce imposte e contributi a carico del lavoratore).

Ebbene, il contributo fiscale giunto da queste piccole realtà è stato di 39,5 miliardi di euro!

Con questi dati è necessaria un’osservazione politica. Coloro che vengono definiti “sovranisti” sono spesso dileggiati perché si dice che ai nostri tempi non è più possibile avere alcuna sovranità essendoci la “globalizzazione” e comunque si tratta di una posizione retrograda, ottocentesca. Eppure, la questione fiscale è importante, perché tocca tutti i cittadini: ed è necessaria porla sia per equità fiscale (a parità di fatturato deve corrispondere parità di prelievo fiscale) sia per alleggerire la pressione fiscale sugli altri contribuenti.

Vi è poi un’altra questione da evidenziare: gli utili prodotti in Italia vengono poi trasferiti all’estero, presso la sede fiscale dell’impresa multinazionale, per essere poi distribuiti agli azionisti, e ciò sottrae ulteriori risorse finanziarie alla Nazione che potrebbero essere utilizzate per investimenti o consumi.

Infine, vi è la questione fondamentale che – ancora una volta – riguarda questa sovrastruttura finanziaria denominata “Unione Europea”. Se i vari Trattati che s’intersecano l’un l’altro in un groviglio inestricabile (Trattato dell’Unione, Trattato sulla BCE, Trattato sul MES, Accordo di Schengen e via dicendo), hanno come apparente finalità comune quello dell’equilibrio e della parità di condizioni tra gli Stati membri per cui si pongono limiti al debito pubblico e ai cosiddetti “aiuti di Stato” e addirittura si indicano regole per l’età pensionabile o la tutela di varie categorie di persone nel campo sessuale, non si capisce perché non debbano esservi regole comuni anche per il fisco o comunque obblighi stringenti per far pagare le imposte dove si producono i redditi e non dove si depositano!

Come si vede, allora, i tanto irrisi “sovranisti” hanno ragione anche dal punto di vista meramente finanziario ed economico, quello preferito dai “progressisti” che aborrono le questioni storiche e ideali: ma, come si dice, “non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire”…

 


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