Emerge la nostalgia dell'IRI

Il governo sta discutendo da giorni sui contenuti di un decreto che dovrebbe stanziare molti miliardi di euro (si parla di 55) per intervenire a sostegno delle aziende messe in crisi dall’interruzione dell’attività e dei consumi per effetto dell’epidemia del virus “Covid-19”, che peraltro sembra in via di regresso.

Uno dei punti in discussione che ha bloccato l’avvio del decreto riguarda l’ipotesi, formulata da alcune parti politiche, che lo Stato finanzi le aziende in crisi, quando occorra e quando esse siano molto importanti per l’economia nazionale, mediante una partecipazione diretta nel suo capitale sociale.

Cosa questa che contrasterebbe platealmente sia con l’impostazione liberista dell’economia – dove si esclude a priori l’intervento dello Stato nell’imprenditoria in base al principio della “sovranità” del cosiddetto “mercato” nel quale, darwiniamente, le imprese forti e solide sopravvivono e le altre periscono in una specie di selezione naturale – sia con le rigide prescrizioni dell’Unione Europea la quale bolla e sanziona come “aiuti di Stato” qualsiasi intervento della finanza pubblica a sostegno di imprese nazionali.

Eppure, sorprendentemente, a sostegno della tesi di un intervento diretto dello Stato nelle imprese in difficoltà è giunto addirittura il più europeista (almeno fino a poco tempo fa) dei politici ed economisti italiani che è Romano Prodi, ex-presidente della Commissione dell’Unione Europea.

Infatti, egli ha scritto un lungo (una pagina!) articolo sul quotidiano romano “Il Messaggero” intitolato “Serve un piano dello Stato per far ripartire le imprese”: un articolo che può essere considerato una lezione e un programma di economia politica.

Prodi parte dalla constatazione che nei periodi di crisi profonda la ripresa è avvenuta solo grazie all’aumento della domanda pubblica e dei finanziamenti pubblici, ricordando in particolare quella del 1929: adesso la pandemia “ha riportato prepotentemente in tutti i governi uno strumento che l’Unione Europea ha sempre avversato, la diretta iniezione di capitale di rischio, arrivando fino alla partecipazione dello Stato nel capitale delle imprese…l’Italia, ancor più degli altri Paesi, non può sfuggire a questo compito…occorre istituire una struttura pubblica delegata non a gestire le aziende ma a sorvegliarne la gestione e prendere parte alle decisioni strategiche fondamentali come le variazioni degli assetti proprietari”. E a questo proposito cita l’esempio della Francia dove “lo Stato, nelle situazioni ritenute politicamente rilevanti, difende gli interessi nazionali.”

Prodi individua questa struttura intanto nella “Cassa Depositi e Prestiti” che già qualche iniziativa in tal senso ha fatto: ricordiamo che fu l’ex-ministro dell’economia Giulio Tremonti a rilanciarne e potenziarne il ruolo proprio in vista della funzione che ora Prodi intende attribuirgli.

E’ inutile dire che chi si riconosce nelle concezioni oggi definite “sovraniste” non può che condividere le proposte di Prodi e anzi trarre dalla sua esposizione elementi ulteriori di sostegno per la difesa dell’interesse e dell’indipendenza nazionali, tanto più che vengono da una persona che fino a qualche tempo fa era un sostenitore acritico dell’Unione Europea: e ciò è un altro evidente sintomo della crisi che ormai sta attraversando questa autentica “sovrastruttura” (per dirlo in termini marxisti) che grava sulla libertà delle nostre Nazioni.

Tuttavia, c’è un’altra cosa interessante da rilevare nell’articolo di Prodi. Egli ricorda di essere stato presidente dell’IRI (dove peraltro ha effettuato delle svendite di beni pubblici perlomeno imprudenti soprattutto nel campo alimentare che oggi è divenuto un comparto strategico) e ne ha ricordato la costituzione ad opera del regime fascista. Egli riporta la testimonianza del defunto prof. Pasquale Saraceno il quale, da giovane, aveva presenziato con Alberto Beneduce all’incontro con il Duce (che Prodi scrive così, con la maiuscola) al momento della costituzione dell’IRI e cita la lapidaria frase detta da Mussolini: ”Fate qualcosa per queste imprese in difficoltà”. E Prodi aggiunge: “anche oggi, sperando di essere più tempestivi, bisogna fare qualcosa”.

Assistiamo pertanto, dopo decenni di ossessiva e paranoica propaganda antifascista, alla “nostalgia” (è il caso di dirlo!) per una delle più tipiche creazioni del Regime, le Partecipazioni Statali, che erano quella “terza via” tra liberalismo e comunismo - ossia assoluta libertà imprenditoriale o controllo totale dello Stato su tutte le attività, anche quelle più minute - che aveva caratterizzato il Fascismo. Partecipazioni che sono proseguite fino al biennio infausto 19912-1993 quando furono quasi tutte alienate per “azzoppare” l’economia italiana rispetto al resto d’Europa, in parallelo ad altri “azzoppamenti”: nel campo politico, con l’inchiesta di “mani pulite”, e nella giustizia, con l’assassinio di Falcone e Borsellino.

C’è un’espressione latina che recita “natura non facit saltus”: si potrebbe dire lo stesso della Storia, che non si può cancellare, e che quando è necessario ritorna inevitabilmente con i suoi insegnamenti.


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