Borse, petrolio e dollaro aggravano i danni del Coronavirus

 La diffusione di questo virus “COVID19” sta influenzando, e non poteva essere altrimenti, l’andamento delle borse, del petrolio, delle valute, che sono gli elementi di base all’economia finanziaria e capitalista in cui siamo immersi da molti decenni.

La Borsa, dove si scambiano i pacchetti di azioni delle società quotate e si trattano i titoli di Stato, ha perso molto in queste settimane giungendo al picco dell’11% di perdita in un sol giorno a quella di Milano: ma anche le altre in Europa e negli USA non sono da meno.

Ci sarebbe intanto da fare una prima osservazione di metodo: nel momento in cui si chiudono tutte le attività ricreative, educative e sociali aperte al pubblico e si chiudono pure le Chiese (cosa assurda questa se si considera che fino a un secolo fa si andava proprio in Chiesa a pregare e a fare pubbliche cerimonie per fermare le calamità o per riprendere l’attività sociale!), le Borse sono rimaste aperte. E in Italia questo fatto è ancor più scandaloso poiché la sede di quella italiana (si fa per dire, perché è gestita dalla Borsa di Londra…) è proprio a Milano, la capitale della “zona rossa” lombarda.

Cosa significa un crollo degli indici di borsa delle azioni della società? Poiché ci sono tanti venditori impauriti o bisognosi di denaro e i compratori sono pochi, evidentemente le azioni vengono cedute a qualsiasi prezzo, sempre inferiore al suo valore intrinseco. Chi compra, dotato di mezzi finanziari o addirittura secondo il metodo “allo scoperto”, vuole approfittare dell’occasione per acquisire a basso prezzo pacchetti di controllo o d’influenza delle principali società. Il che significa che il patrimonio produttivo italiano subirà per effetto di questa situazione un ulteriore surrettizio trasferimento a proprietà straniere o comunque non interessate alla difesa dell’economia nazionale. Eppure, la Costituzione indica la tutela dell’economia nazionale e del risparmio tra i suoi obiettivi (art. 41-42): la chiusura delle Borse in questo frangente avrebbe potuto almeno frenare la speculazione. Qualche dato ci indica le dimensioni del crollo: dall’inizio dell’anno l’ENI ha perso il 42%, la SAIPEM IL 49%, TENARIS il 45%, LEONARDO il 28%, e parliamo di gioielli nazionali. Ma lo stesso si può dire per i Titoli di Stato, alienati perché si ritiene che l’Italia possa trovarsi in difficoltà nei prossimi mesi: l’aumento del cosiddetto “spread” significa proprio questo, ma significa anche che il valore dei titoli detenuti dagli “investitori istituzionali” (banche, compagnie di assicurazione, società finanziarie) diminuisce e, con esso, il loro patrimonio.

Vi è poi un altro campo produttivo che s’intreccia con la crisi apparentemente provocata dalla diffusione del virus, ed è il prezzo del petrolio. Con la chiusura o la riduzione delle attività di molte fabbriche, soprattutto quelle cinesi ma anche di altri Paesi che necessitano di grandi quantità di petrolio, la domanda è diminuita. I Paesi produttori - che sono quelli raggruppati nell’OPEC e, al di fuori di esso, la Russia e per altre ragioni gli USA – non sono d’accordo sulle misure da intraprendere. L’Arabia Saudita, anziché restringere la produzione, la incrementa facendo diminuire il prezzo del petrolio; la Russia mantiene la sua produzione soddisfatta del livello dei prezzi raggiunti e gli USA cercano di mantenere la loro autonomia mediante il cosiddetto “shale oil”, il petrolio estratto dalle pietre e dalle sabbie. Ciò però danneggia gli scambi mondiali e in particolare quelle aziende, come la nostra ENI, la cui attività è prevalentemente quella della raffinazione e distribuzione.

Infine, le valute. Il dollaro statunitense continua a indebolirsi rispetto all’Euro, stabilizzandosi sullo 0,89 dollari per un Euro. Il che non aiuta le esportazioni europee (e italiane) perché gli USA dovrebbero dare più dollari per le merci che acquistano. Inoltre, nei mesi scorsi la Federal Bank ha emesso una gran quantità di dollari (si parla di 60 miliardi al mese) allo scopo di finanziare il deficit del Tesoro USA che per il 2020 è previsto in 1000 miliardi di dollari. Ciò provoca un incremento, sia pur controllato, dell’inflazione tendente a svalutare la moneta. E questo, insegnano gli economisti, favorisce i Paesi importatori che offrono ai loro fornitori esteri moneta più svalutata oppure riducono le importazioni per favorire le produzioni nazionali.

Insomma, lo scenario che ci si sta presentando non è solo quello dell’emergenza sanitaria ma anche finanziaria ed economica. Tuttavia, non sembra che il governo se ne preoccupi né tantomeno la Commissione Europea, chiusa nei suoi palazzi di Bruxelles ad elaborare cervellotiche “direttive”.


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