Le responsabilità della probabile crisi dell'economia italiana

L’epidemia influenzale del “coronavirus” sta danneggiando l’economia italiana la quale tuttavia, alla fine dell’anno 2019, non era del tutto messa male. Basta indicare tre dati:

  • il deficit dell’anno è risultato pari al 1,6% del prodotto interno lordo, in netto calo rispetto a quello previsto e concordato con l’Unione Europea del 2,04%. E ciò è avvenuto nonostante l’introduzione del pensionamento anticipato con la “quota 100” e il “reddito di cittadinanza” che avevano fatto gridare allo scandalo finanziario tutti gli economisti;
  • il commercio estero, vitale per l’Italia che è prevalentemente un paese di trasformazione di materie prime e di prodotti finiti, è aumentata del 3,9% rispetto al 2018 raddoppiando la percentuale d’incremento (dall’1,7% al 3,9%);
  • l’occupazione, probabilmente anche grazie alla “quota 100”, è crescita nell’anno facendo registrare meno 143.000 disoccupati e meno 115.000 inattivi, facendo scendere il tasso di disoccupazione al di sotto del 10%, ossia 9,7%, mai registrato negli ultimi nove anni. E sono anche aumentati gli occupati a tempo indeterminato, per effetto delle restrizioni all’applicazione dei contratti a termine (che erano stati liberalizzati dall’Unione Europea) stabiliti dal governo Di Maio-Salvini.

 

Queste erano le prospettive con cui l’economia nazionale si presentava al nuovo anno, segnalando peraltro un giudizio sostanzialmente positivo al precedente governo, Improvvisamente, però, tutto è cambiato. Prima dell’epidemia, si è registrata la crisi della Germania che è stata finora la “locomotiva” trainante dell’economia europea e, per quanto ci riguarda, il nostro maggior cliente. L’indice del suo “p.i.l.” si sta attestando alla crescita zero con una fortissima contrazione dei consumi (che alimentano anche le importazioni dall’Italia) la cui incidenza sul p.i.l. è scesa di ben cinque punti percentuali.

Poi vi sono le conseguenze dell’epidemia in corso le quali tuttavia sono – dal punto di vista statistico – modeste rispetto sia all’incidenza del contagio sulla popolazione sia sulla mortalità: anche limitandoci alle sole tre regioni con numeri elevati di contagio, ossia Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, si tratta di 2.000 casi su 20 milioni di abitanti, l’uno su diecimila e la mortalità è ancora infima, il 2,5% degli infettati.

Ma la psicosi che si è generata, con isolamento di città, chiusure di scuole e chiese, timori per la frequentazione dei luoghi pubblici quali musei, cinema, bar, ristoranti e alberghi, il blocco dei voli e quindi dei passeggeri che sarebbero dovuti venire in Italia per affari o turismo, ha provocato indirettamente un crollo dell’economia di quelle regioni che, lo ricordiamo, rappresentano il 55% del p.i.l. italiano: l’istituto italiano di ricerche “REF” valuta un calo del p.i.l. compreso tra l’1% e il 3% , che rappresentano da 9 a 27 miliardi di euro. E non bisogna poi dimenticare anche la contrazione dell’interscambio con i Paesi principalmente interessati dalla diffusione del virus, quali la stessa Cina e la Corea del Sud, con cui l’Italia ha un forte rapporto commerciale.

Come contrastare questa tendenza, allora? Innanzitutto riportando alle sue giuste dimensioni l’epidemia del “corona virus” senza ovviamente trascurare le misure di igiene, sicurezza sanitaria e isolamento quando occorra. Ma, a questo proposito, occorre anche far presente che il sistema sanitario italiano, pur essendo strutturalmente ben costruito, sta perdendo la sua efficienza per effetto delle misure di austerità imposte dall’Unione Europea negli ultimi anni. Il personale medico e paramedico è insufficiente, perché non si è realizzato il ricambio a seguito dei pensionamenti né tantomeno un incremento degli organici a suo tempo previsti; e anche molti ospedali nel passato, per quella stessa ragione dell’austerità, sono stati chiusi o ridimensionati. Cosicchè nella malaugurata ipotesi di una maggior diffusione dell’epidemia potrebbero addirittura mancare posti letto o reparti specializzati!

Infine, ultimo ma non minore problema, vi sono le vertenze occupazionali in atto che potrebbero comportare decine di migliaia di disoccupati. La colpa di queste vicende è essenzialmente quella di aver ceduto ad imprenditori/speculatori stranieri alcune nostre specificità industriali, confidando nel “libero mercato” ed eliminando l’ipotesi di qualsiasi intervento dello Stato a tutela del lavoro e della produzione nazionale: quindi quando essi decidono di chiudere, non si può fare nulla.

Come affrontare tutte queste problematiche? Alle attuali condizioni di economia liberale ed europeista, è pressochè impossibile. In altre epoche (pensiamo al 1929, ma anche agli anni sessanta) lo Stato interveniva o assumendo esso stesso la gestione delle imprese in difficoltà o emettendo moneta per finanziare investimenti pubblici e privati, dare contributi o sgravi fiscali.

Oggi, però, tutto questo non è possibile: gli interventi pubblici verrebbero etichettati e puniti come “aiuti di Stato” e, soprattutto, non si ha più la possibilità di emettere il quantitativo di moneta necessario a curare un’economia malata. Le regole “carcerarie” europee lo impediscono e, anche volendo, la Commissione non può intervenire sulla “Banca Centrale Europea” che è del tutto indipendente.

Potremmo rappresentare questa situazione con le frasi di due autori, il “Tu l’as voulu, Georges Dandin!” di Moliére e “E adesso, pover’uomo?” di Fallada; oppure ricordare che la vecchia saggezza popolare affermava “anno bisesto, anno funesto” in relazione all’anno bisestile come l’attuale e che l’anno cinese del Topo, in cui siamo entrati a gennaio, indica anche peste e disastri.

Auguriamoci che lo “stellone d’Italia”, come sempre, ci protegga insieme a Federico II^ incoronato Imperatore a Roma 800 anni fa!


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