Che fine hanno fatto gli industriali italiani?

Nelle più recenti vicende economico-industriali italiane (FIAT/FCA; Whirpool; Alitalia; ILVA, e altre ancora) spicca un “silenzio assordante”, come si usa oggi dire. Infatti, su questi eventi intervengono tutti: politici, magistrati, alti burocrati, economisti, giornalisti, sindacati, cittadini residenti, ma manca quello che dovrebbe essere l’attore principale, ossia la Confindustria, l’associazione ormai centenaria che riunisce e rappresenta la parte più attiva della Nazione, l’industria. Un’associazione che quindi dovrebbe avere un ruolo primario considerato che l’Italia fa parte (forse ancora per poco) del Gruppo dei Sette Paesi più industrializzati del mondo: ruolo che in effetti lo ebbe nei decenni passati, anche in modo molto spiccato.

Ma da alcuni anni (che lo scrivente fa risalire all’avvento di Emma Marcegaglia a cominciare da presidente dei “giovani industriali” e poi salita di grado, sempre impegnata in contatti e manovre di palazzo all’interno dell’associazione e nei rapporti con il mondo politico) la Confindustria non è più intervenuta attivamente a difendere le industrie italiane, cosa che sarebbe il suo compito primario.

Non si è battuta quando pezzi importanti d’industria sono stati trasferiti all’estero, intervenendo - presso il governo italiano, verso la Commissione Europea (dove esiste una specie di Confindustria europea e dove si può agire presso le direzioni burocratiche preposte a quel settore), verso il Parlamento europeo dove pure siedono molti suoi amici - proponendo misure giuridiche e fiscali per impedire questi trasferimenti che, peraltro, vanno anche a danno delle industrie nazionali per il dumping sociale e fiscale che attuano.

Non è intervenuta a favorire la partecipazione dei suoi associati alla gestione delle grandi imprese nazionali in difficoltà, come quelle sopradescritte: il tentativo di Berlusconi di salvare l’Alitalia mediante una coalizione di industriali che chiamò “capitani coraggiosi” si è risolta con la fuga di questi ultimi.

Non ha elaborato, con il suo “ufficio studi” un tempo tanto osannato, progetti articolati a lungo termine per il rilancio industriale del nostro Paese, individuando i settori dello sviluppo possibile, necessario e futuro, e dove e come investire.

Non ha proposto un meccanismo di accumulo di risorse pubbliche mediante, ad esempio, una serie speciali di Titoli di Stato da collocare presso le grandi imprese, le banche e i fondi pensione negoziali (che sono costituiti dalle stesse imprese e hanno accumulato circa 50 miliardi di euro) destinati al finanziamento e al salvataggio delle imprese in difficoltà vista l’incapacità delle aziende quotate alla Borsa italiana di raccogliere fondi dai risparmiatori.

Non ha agito affinchè le piccole industrie, base del nostro sistema produttivo, si uniscano sia per formare nuove aziende più grandi sia in modo consortile per essere più competitive ed elevare i tassi di produttività.

Non ha mai voluto accogliere le richieste di alcuni sindacati per la realizzazione di istituti di partecipazione in aderenza a quanto prescrive l’art. 46 della nostra Costituzione e alcune direttive europee, peraltro già applicate nelle “società per azioni di tipo europeo” e in Germania.

Insomma, la Confindustria negli ultimi lustri è rimasta muta e silente, preoccupata solo dei suoi apparati interni (che hanno portato, ad esempio, all’allontanamento di Alberto Bombassei, uno dei migliori imprenditori italiani di successo in Italia e nel mondo!), agli scandali finanziari tipo quelli de “Il Sole 24 Ore” e alle discriminazioni ideologiche della sua università “LUISS” nei confronti dei pensatori non allineati con il pensiero unico, come il prof. Marco Gervasoni.

Ecco, questo è il desolante quadro della Confindustria italiana che, con il suo vuoto, induce necessariamente lo Stato – anche se non ha i mezzi per farlo – a ricorrere a salvataggi vari, o nei confronti dei lavoratori rimasti senza azienda o delle stesse aziende a rischio di chiusura.

Scomparsi dalla scena terrena, ma non dal ricordo storico, tutti i grandi “capitani d’industria” che nel dopoguerra hanno realizzato il miracolo economico di un grande sviluppo industriale anche innovativo (sulla base però, non dimentichiamolo, di quanto era stato predisposto prima della guerra e proseguito con l’IRI), sono rimasti solo gli eredi degenerati e parassitari che, come molti eredi, dilapidano il patrimonio ricevuto dagli avi.


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