Dal cuneo fiscale alla moneta elettronica: due inganni

Due sono gli argomenti che vengono amplificati dai media nel corso del dibattito attuale sul progetto di bilancio per il 2020, il cosiddetto “cuneo fiscale” e l’estensione della moneta elettronica con un – peraltro indefinito – “bonus/malus” per chi usa il contante. Ma l’illustrazione di questi due progetti è assai generica e quindi riteniamo opportuno approfondire l’argomento.

 Cuneo fiscale

Questa definizione dovrebbe essere chiarissima: si tratta del fisco, ossia di quanto viene prelevato come tassazione dalle retribuzioni, riducendole rispetto all’importo lordo corrisposto dal datore di lavoro. Quindi, sarebbe più logico e semplice dire di voler ridurre l’aliquota fiscale sulle retribuzioni, almeno fino ad un certo importo.

Invece si fa una (voluta?) confusione tra quello che globalmente al datore di lavoro costa una retribuzione e il netto che perviene al lavoratore, e si afferma che si vuol “ridurre il costo del lavoro”.

Ora, è bene ricordare che il datore di lavoro ha un solo onere in più a suo carico rispetto alla retribuzione lorda che eroga al suo dipendente, perché rispetto al prelievo fiscale agisce come “sostituto d’imposta”, ossia esattore per conto dello Stato.

L’onere a suo carico è quello dei contributi all’INPS, all’INAIL e – indirettamente – all’IRAP, la quale si applica sul totale delle retribuzioni e serve principalmente per la spesa sanitaria. Quindi, se il governo vuole – come si dice – ridurre il costo del lavoro a favore delle imprese vuol dire che vuole diminuire i contributi a loro carico, attuando quella che si chiama tecnicamente “fiscalizzazione degli oneri sociali”: ma poiché dirlo esplicitamente attirerebbe critiche in quanto il bilancio statale si accollerebbe un onere a carico dei datori di lavoro, si usa l’equivoca e generica dizione di “cuneo fiscale”. Ma non si sa di quanto, della somma che sarà stanziata, servirà per ridurre le retribuzioni: se si fanno i conti rispetto alla cifra globale indicata, si tratterebbe – secondo i nostri calcoli – di una cifra irrisoria: sono previsti due miliardi e mezzo nel secondo semestre del 2020, ossia 417 milioni al mese, che divisi per 18 milioni di lavoratori, corrisponde a 23 euro al mese, da dividere con il datore di lavoro!

Ma non sarebbe stato meglio e più trasparente ridurre le aliquote, sia a carico dei lavoratori che a carico dei datori di lavoro?

Un’ultima osservazione: in ogni caso, sarebbero solo i lavoratori dipendenti che – forse – se ne avvantaggeranno. Restano quindi fuori i pensionati e i lavoratori autonomi, creando un’altra ingiustizia. Vedremo cosa uscirà dal percorso parlamentare.

 Moneta elettronica

 L’altro “cavallo di battaglia” di questa manovra di bilancio è l’introduzione massiccia e forzosa della moneta elettronica con contrazione dell’uso della moneta contante. A questo proposito ci sono molte obiezioni tecniche e di principio da prendere in considerazione:

  1. non tutto quello che si spende può essere pagato con moneta elettronica: pensiamo al biglietto dell’autobus o metro, ai giornali, ai tabacchi, al caffè al bar, al taxi per le brevi corse, ai piccoli acquisti in cartoleria, ecc.;
  2. non tutti i cittadini sono in possesso della moneta elettronica o la sanno usare con sicurezza;
  3. in particolare, i pensionati o lavoratori con bassi introiti non hanno necessità di aprirsi un conto in banca per avere il bancomat, visto che le loro entrate sono appena sufficienti alle spese giornaliere;
  4. la motivazione del contrasto alla piccola evasione commerciale (perché per le grandi ci dovrebbe, e sottolineiamo “dovrebbe”, pensare l’Agenzia delle Entrate con il supporto della Guardia di Finanza e della Banca d’Italia per i movimenti finanziari) non è valida perché oggi, di fatto, pressoché tutti gli esercizi commerciali emettono scontrini fiscali e accettano, se richiesti, la moneta elettronica;
  5. residua certamente l’evasione dell’artigianato per i lavori a domicilio e quella del lavoro domestico in tutte le sue varianti. Tuttavia, poiché non si può imporre all’idraulico che viene a casa di portarsi la macchinetta per il bancomat, o alla domestica di aprire necessariamente un conto in banca per versarle quelle poche decine di euro per il lavoro svolto, l’unica proposta valida è quella – da tanto tempo indicata ma mai attuata – di consentire la detrazione, in toto o in percentuale, dalla dichiarazione dei redditi degli importi ad essi corrisposti, ovviamente previa fattura o ricevuta;
  6. la cervellotica proposta di restituire una parte dell’IVA pagata se si usa la moneta elettronica è solo propagandistica e non sarà di fatto utilizzata, perché i cittadini dovrebbero conservare gli scontrini ricevuti di un intero anno (!) e poi allegarli alla dichiarazione dei redditi, moltiplicando per mille quello che già si fa per le spese sanitarie;
  7. infine, la moneta elettronica – proprio per la sua natura affidata alla tecnologia – potrebbe essere inutilizzabile da un momento all’altro per effetto di qualsiasi azione anch’essa elettronica, criminale o tecnica, bancaria o politica. Non capita forse spesso di non poter riscuotere con il bancomat perché l’apparecchio è fuori servizio o privo di disponibilità? E cosa succederebbe se avvenisse una crisi generalizzata del sistema e quindi la gente non potrebbe più comprare nulla perché priva di contante?
  8. vi è poi la questione dei costi. Banche e carte di credito chiedono commissioni per emettere e far utilizzare le loro “monete elettroniche”, che di fatto sono equivalenti ad un aumento dell’IVA sugli acquisti perché i commercianti caricheranno il costo delle commissioni che dovranno pagare agli emittenti delle carte. Esponenti del governo e commentatori vari hanno detto che saranno abolite o ridotte le commissioni: ma da un lato occorrono accordi con le banche, che sono sempre assai difficili perché mai rinunceranno ad esse, e dall’altro sarà impossibile imporle ad emittenti stranieri, come “American Express”, “Visa”; “Mastercard”.

 

Cosa risulta da tutto ciò?

Due cose. La prima, è un grande favore sia alle banche, che così moltiplicheranno sia i conti correnti e le carte elettroniche connesse, sia i produttori delle macchinette “pos” da installare dovunque. Quindi, altri favori al mondo finanziario e produttivo.

La seconda, e la più importante, è che questo progetto parte da lontano: ha la finalità di abolire definitivamente la moneta cartacea che ha la valenza di espressione concreta e tangibile del denaro, di libertà di utilizzo o risparmio da parte del cittadino, di manifestazione di sovranità dello Stato, per sostituirla con un sistema il quale – come già avviene con i siti “social” – conoscerebbe come viviamo, cosa compriamo, dove andiamo, cosa leggiamo.

Ci sembra la realizzazione dell’uomo ridotto ad una dimensione, quella di consumatore, e l’attuazione di quella previsione dell’Apocalisse, al capitolo 13 – versi 16/18, dove sta scritto: “che nessuno potesse comprare o vendere senza avere il marchio del nome della bestia sulle mani o sulla fronte”.


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Editoriale

 

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E’ triste constatare la sempre più grave situazione della politica in Italia, ormai bloccata da chi realmente gestisce la cosa pubblica e che purtroppo non è in Italia e, anzi, è contro l’Italia. Poi al contempo ci sono i vari gruppi di interesse e di pressione nazionali che, protetti dal potere finanziario apolide, tutelano i propri interessi di casta fregandosene se l’Italia affonda, l’Italia sparisce; non si rendono conto questi idioti che le prime vittime della prossima fine dell’Italia sono proprio loro con il loro potere da operetta che può essergli tolto così come gli è stato dato.

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