Il M.I.S.E. sperimenta i frutti perversi della globalizzazione

In questi giorni, la stampa italiana si sta occupando – forse in polemica indiretta con il governo – della situazione delle crisi aziendali e occupazionali italiane.

Si tratta in effetti di ben 158 situazioni cosiddette “aperte” e discusse nei “tavoli” di confronto tra governo, sindacati e imprenditori presso il Ministero dello Sviluppo Economico (che quando fu fondato si chiamava Ministero delle Corporazioni) alla ricerca di qualche soluzione per evitare crisi irreparabili.

La questione coinvolge ben 300.000 lavoratori che rischiano di perdere il loro lavoro: spesso, però, non già per una crisi irreversibile dell’azienda che non riesce più a collocare il suo prodotto sul mercato o addirittura a produrlo, ma molto spesso per la decisione della proprietà di chiudere lo stabilimento in Italia per trasferire la produzione in altri Paesi, talvolta europei, che hanno costi minori.

Facciamo qualche esempio: la Whirpool, fabbrica di elettrodomestici che si vendono ma i cui proprietari (americani) hanno deciso di chiudere per trasferire la produzione in altri Paesi; la Bekaert, di proprietà belga, che è stata chiusa per trasferimento attività; l’Alcoa, produttrice di alluminio metallo fondamentale per tante industrie di trasformazione, di proprietà statunitense, in rischio di chiusura; la Pernigotti, marchio di pregio dei dolciumi italiani, divenuta di proprietà turca, chiusa per delocalizzare la produzione; le Acciaierie di Piombino, già di proprietà della famiglia Lucchini, cedute all’India e in corso di chiusura; l’impresa di mobili e arredi Mercatone Uno, divenuta di proprietà di una società di diritto maltese con azionisti svizzeri, viene dichiarata fallita. Resta poi in sospeso la vicenda “Alitalia”, che era stata gestita da un’impresa degli Emirati Arabi, in rischio di fallimento, sopravvissuta grazie ad un intervento finanziario dello Stato. Incombe poi la vicenda dell’ILVA di Taranto dove l’acquirente ”Arcelor Mittal”, proprietà indiana, ha già messo 1.400 lavoratori in cassa integrazione che spesso è il prodromo della mobilità, ossia licenziamento.

Ci sarebbero altre decine di casi da esporre, ma questi sono quelli emergenti.

In realtà il povero ministro Luigi Di Maio poco può fare dinanzi a queste situazioni, perché sono le conseguenze del sistema economico liberale e della globalizzazione. Se si accetta il principio che sia il profitto, o almeno il minor costo di produzione, l’unico termine di riferimento per le attività produttive senza alcun riguardo né per le tradizioni nazionali né per i lavoratori dipendenti né per l’impatto sul territorio, le conseguenze sono queste. E non ci sono soluzioni che tengano: il ministro minaccia di revocare gli aiuti finanziari forniti a suo tempo per l’acquisizione delle imprese o il rilancio produttivo, ma sono minacce vane. Ammesso (e non è detto) che possano avere effetto, l’imprenditore in fuga dall’Italia considera quell’ammenda come un costo ulteriore che pensa di ammortizzare nei minori costi che avrà dove si fabbricheranno i prodotti dismessi in Italia.

Tutte queste vicende chiamano ancora una volta in causa sia l’Unione Europea sia i vincoli imposti dalle norme del cosiddetto “libero mercato”.

L’Unione Europea, dove esiste un “Commissario” preposto alla “concorrenza”, dovrebbe impedire i trasferimenti di aziende all’interno dei Paesi membri, i quali non dovrebbero farsi la concorrenza tra di loro con basse imposte, bassi salari, poche regole sul lavoro e sull’ambiente. Altrimenti, che razza di Europa è? Rigidissimi su quanto si spende, indifferenti alle speculazioni industriali e finanziarie.

Il governo italiano, poi, se volesse veramente agire, dovrebbe innanzitutto approvare una legge sulla partecipazione dei lavoratori all’azienda in modo che nessuna azione traumatica, derivante solo da speculazioni e non da reali difficoltà produttive, possa essere effettuata senza il preventivo parere dei rappresentanti dei lavoratori. Inoltre, dovrebbe poter essere libera d’imporre elevati dazi alle merci, un tempo prodotte in Italia, importate da altri Paesi in modo da scoraggiarne l’acquisto. E poi potrebbe anche far intervenire un Ente pubblico, quale erano un tempo l’IRI o l’EFIM e oggi, in misura molto più ridotta e limitata, la “Cassa Depositi e Prestiti”, per far rilevare dallo Stato le imprese in difficoltà soprattutto quando si tratti di produzioni strategiche.

Riteniamo che quando si parla di “sovranità”, si debba tener presente che la prima sovranità, forse prima ancora di quella monetaria, è quella produttiva: se uno Stato, se un popolo non è – direttamente o tramite imprenditori privati, però nazionali – proprietario delle sue aziende, si trasforma in una “colonia”, in un “mercato” dove sono gli altri a fabbricare e vendere e noi solo a comprare facendo arricchire gli altri e impoverire noi.


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